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AUNG SAN DOVEVA MORIRE

di Raimondo Bultrini BANGKOK - Aung San Suu Kyi sta bene e mangia regolarmente. La smentita alle rivelazioni del Dipartimento di Stato Americano sullo sciopero della fame della leader dell´opposizione birmana non arriva stavolta dalla giunta militare al potere, ma dalla Croce rossa internazionale, che ieri ha incontrato per un´ora Aung San Suu Kyi in un luogo segreto. Un comunicato dell´organizzazione spiega che due delegati le hanno consegnato in mattinata un messaggio dei familiari e hanno constatato che non osservava alcun digiuno. La notizia è un altro colpo alla credibilità delle voci che rimbalzano in tutto il mondo sulle sue condizioni di salute in carcere, dopo le prime notizie - poi risultate false - del suo ferimento durante l´arresto del 30 maggio scorso. Le notizie contraddittorie hanno spinto anche Emma Bonino a chiedere che Kofi Annan invii il suo rappresentante per la Birmania, l´ambasciatore malese Ismail Razali, a verificare le condizioni di salute del premio Nobel. Proprio ieri comunque dagli Stati Uniti è rimbalzata un´altra drammatica testimonianza sugli incidenti avvenuti quel giorno alle porte di un villaggio del Nord est, dove il corteo di Aung San Suu Kyi è stato attaccato da centinaia di militanti filogovernativi. In un´intervista a Radio Free Asia, uno degli assalitori "pentito" ha raccontato che quella notte di tre mesi fa ci fu un massacro sul ponte di Ywarthit vicino a Depayin, con almeno 100 persone uccise e stupri di gruppo delle militanti dell´opposizione arrestate e isolate in un deposito commerciale della zona. Anche Aung San Suu Kyi, ha rivelato, doveva essere uccisa con un finto incidente d´auto. Il testimone anonimo ha detto di essere stato assoldato insieme a molti altri membri dell´Unione per la solidarietà e lo sviluppo (Usda), un´organizzazione filo-governativa, per portare a termine la strage e occultarne poi le prove sotterrando i corpi dentro fosse comuni in una località chiamata Sei Myaung Wun. «Ci portarono i corpi, forse 100 - ha raccontato - tra cui anche persone con gravi ferite ma ancora vive». I cadaveri in seguito sarebbero stati riesumati e inceneriti nella zona industriale di Monywar. L´uomo ha fatto il nome di un rappresentante locale del governo che si è occupato delle sepolture in dodici fosse comuni e della riservatezza dell´operazione. Ufficiali medici, poliziotti, militari, agenti segreti e perfino pompieri obbligarono inoltre gli abitanti dei villaggi a sottoscrivere dichiarazioni giurate in cui si affermava che erano state uccise solo quattro persone, versione poi diventata ufficiale. Il testimone ha spiegato di non essersi potuto rifiutare per paura di essere denunciato come membro dell´opposizione. Agli assalitori, alcuni vestiti da monaci buddisti, furono date armi da taglio e lance di bambù e di ferro fatte fare appositamente da artigiani del posto, ma furono lasciati senza cibo «per affamarli – ha spiegato il testimone – e renderli ancora più furiosi e impazienti» di finire il lavoro. Purtroppo nessuna fonte indipendente può confermare o smentire questa versione del pentito, in tutto simile a quelle dei dissidenti fuggiti all´estero dopo il massacro.





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