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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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LA SITUAZIONE DEI DIRITTI NEL MONDO ARABO: PARLA LA DISSIDENTE TUNISINA CANDIDATA DAI RADICALI AL PREMIO SACHAROV DEL PARLAMENTO EUROPEO

Intervista di Ada Pagliarulo Sihem Bensédrine è la portavoce del Consiglio Nazionale per le Libertà in Tunisia. Giornalista, dissidente, è stata arrestata nel 2001 e subisce quotidianamente le vessazioni del regime del generale-presidente Ben Ali. La sua candidatura al premio Sakharov per il 2002 ha ottenuto un notevole sostegno: e quello dei deputati europei radicali è sempre stato molto forte. Il 10 ottobre scorso la Commissione diritti umani del Senato italiano ha proceduto alla sua audizione. E’ stata ricevuta anche dal presidente del Senato, Marcello Pera. Una audizione che è stata sollecitata dal Partito Radicale Transnazionale, al pari di quelle di dissidenti vietnamiti, cinesi, di membri del Falun Gong e degli Uiguri del Turkestan orientale. D. Esattamente un anno fa, Lei è stata qui, a Radio Radicale, per parlarci della situazione del suo Paese. Un paese che Lei ha definito ‘sotto chiave’, sotto sequestro. La situazione è cambiata? R.- Purtroppo, no. E’ anche peggiorata. Le rare concessioni che le Ong della società civile sono riuscite a strappare, le abbiamo perse, per effetto di quell’avvenimento catastrofico che è stato l’11 settembre. Come lei saprà, tutte le dittature ne hanno approfittato per rafforzare la repressione: così, tutti i dissidenti, tutti gli avversari politici sono stati equiparati a terroristi. Ma quel che è più grave è che in questa regressione ormai permanente, queste dittature, il nostro Paese, il nostro governo, godono del sostegno delle democrazie occidentali: con il pretesto della lotta al terrorismo, ci si arroga il diritto di operare restrizioni ai diritti dei cittadini, il diritto alla repressione e alla confisca delle libertà. D.- L’11 settembre -e questo vale non solo per la Tunisia- ha permesso in effetti di imbavagliare anche le opposizioni democratiche in nome della lotta al terrorismo e al fondamentalismo: nel corso della Sua audizione alla commissione diritti umani, Lei ha parlato di una “alleanza tra i dittatori del mondo arabo” che -come del resto la maggior parte dei governi occidentali- pensano che la democrazia sia un lusso per il mondo arabo… R.- Sì, è questa la sensazione che abbiamo quando constatiamo che i dirigenti di paesi democratici, eletti dai loro popoli per difendere i valori della democrazia, vengono a congratularsi con i dittatori. Purtroppo constatiamo che tutte le dittature presenti nel mondo arabo sono sostenute o sono state instaurate dal mondo occidentale e democratico. Ne deduciamo che esistono valori a geometria variabile: valori che valgono per il Nord e non per il Sud. Ci ribelliamo a questo modo di trattare questi valori e rivendichiamo le nostre libertà, i nostri diritti. E soprattutto il diritto ad essere trattati come cittadini del mondo a pieno titolo. Non siamo uomini di serie B, la nostra libertà è importante quanto la loro. Devono capire questo: non sarà certo perché fa comodo ai loro interessi il nostro asservimento che accetteremo che collaborino con chi ci vuole asserviti. D.- I radicali hanno invocato più volte un cambiamento dell’atteggiamento dell’Unione europeo verso la Tunisia. Ricordano che c’è una clausola nell’accordo di associazione tra Unione europea e Tunisia che obbliga al rispetto dei diritti dell’uomo... R.- In effetti la Tunisia ha sottoscritto un accordo di associazione con l’Europa. Un accordo che prevede impegni da parte di coloro che lo hanno sottoscritto su una serie di questioni: tra quelle su cui europei e tunisini si sono impegnati, ci sono i diritti di cittadinanza, il rispetto delle libertà fondamentali e dei diritti umani nei rispettivi paesi. I responsabili dell’Unione europea constatano ogni giorno che le autorità tunisine non rispettano questi impegni, ma si astengono dal chieder conto alla Tunisia su questo capitolo. I tunisini considerano questa un’ingerenza, anche se nessuno li ha obbligati a sottoscrivere questa clausola che prevede un diritto di controllo reciproc tra Tunisia ed Europa. Malgrado questo, gli europei fanno finta di non vedere niente, quando si tratta di non-rispetto, di violazioni gravi, che regolarmente vengono loro segnalate, per fortuna, dai deputati europei che sono impegnati nella lotta per le libertà, come alcuni amici del Partito Radicale come Emma Bonino, Olivier Dupuis, Marco Pannella, che si battono realmente, insieme ad altri parlamentari europei, per difendere queste libertà. Ma malgrado questo, constatiamo che non viene presa alcuna misura, non c’è neanche l’intenzione di far pressione affinché vi sia un’evoluzione positiva. D.- Quest’anno il Consiglio Nazionale delle libertà in Tunisia ha redatto un rapporto sulla situazione in Tunisia che è stato pubblicato dall’associazione Reporters sans Frontières, il cui titolo è: “Tunisia, il libro nero”, edizioni La Découverte. E il titolo del rapporto che il Consiglio ha redatto è : “Per la riabilitazione del sistema giudiziario”. Perché ? R.- Facendo un quadro esaustivo e non indulgente del deteriorarsi dello stato delle libertà, abbiamo constatato che c’è un capitolo nero: è la giustizia. Una società priva di una giustizia serena è una società che non ha i mezzi per regolare i contrasti, i conflitti, gli squilibri che possono emergere in ogni società. Constatiamo che l’istituzione giustizia è sottomessa alla polizia: è la polizia a governare, alcuni giudici hanno accettato di porsi alle dipendenze della polizia, e non il contrario. In ogni regime democratico è la polizia a dipendere dalla giustizia e non l’inverso: in Tunisia la giustizia è sottomessa alla polizia e ne esegue gli ordini. Lo constatiamo in particolare nei processi politici e nei processi ‘sensibili’. Tuttavia questo non accade solo nei processi che trattano di un conflitto politico, in cui tradizionalmente il potere politico interviene. Anche che in casi in cui sono in gioco interessi di tipo economico o sociale vediamo una giustizia non serena, che non rende giustizia, che torce il collo alla legge e che fa sì che il cittadino tunisino perda totalmente fiducia nella giustizia stessa. Ora, affinché una società possa riacquistare equilibrio, regolarsi, c’è bisogno di una giustizia serena. Invece ci si accorge che c’è una disfunzione di fondo nelle nostre istituzioni a causa della strumentalizzazione dell’apparato giudiziario da parte del potere politico. D.- Abbiamo sentito parlare del caso Yahyaoui, un magistrato che è stato destituito dalle sue funzioni. Nel vostro rapporto si cita la lettera che ha indirizzato al presidente Ben Ali: “la giustizia tunisina -scrive Yahyaoui- è sottoposta all’implacabile tutela di una categoria di opportunisti e di cortigiani che sono riusciti a costituire una vera e propria giustizia parallela, che si situa al di fuori di ogni legalità”. E adesso, è suo nipote ad esser diventato il bersaglio del regime di Ben Ali. Perché? R.- Il giovane Zouhair Yahyaoui è stato condannato il 10 luglio del 2002, quest’estate, a due anni di reclusione per aver animato un sito Internet dissidente. E’ un forum in cui i giovani intervenivano perché in Tunisia non esiste un solo giornale libero, l’accesso ad Internet è sbarrato, si rende difficile l’accesso a qualsiasi cosa, i giovani non hanno alcuno spazio attraverso cui esprimersi. E questo ragazzo ha creato un sito web che è riuscito ad aggirare tutti gli sbarramenti imposti dalla polizia dell’informazione. Zouhair Yahyaoui è riuscito ad animare questo sito che si chiama Tun-e-zine. Un sito impertinente, attraverso cui i giovani si esprimono sul proprio disagio, su tutte quelle negazioni dei loro diritti di cittadini che vivono quotidianamente. E per aver animato questo sito web, Zouhair si trova adesso in prigione. Vorrei soffermarmi per un attimo sulle sue condizioni di detenzione, poiché non soltanto è stato processato, non soltanto Zouhair Yahyaoui è stato privato della libertà . Ci si è sforzati di umiliarlo, mettendolo in una prigione in cui le condizioni umanitarie minime previste dalle Nazioni Unite non vengono rispettate. Zouhair si trova in una cella sovraffollata. Ci sono 80 persone in una piccola cella. In un letto stretto, di 75 centimetri, ci sono due persone: dormono in due in un letto di 75 centimetri! Nella cella non c’è acqua corrente. Hanno un litro d’acqua al giorno: per bere, per lavarsi e tutto il resto. Può immaginare, in quelle condizioni, quante malattie contagiose della pelle possono circolare. Dunque, non soltanto lo si priva della libertà, ma lo si umilia tenendolo in condizioni degradanti e inumane. E’ stato anche picchiato violentemente dagli agenti perché ha osato fare uno sciopero della fame per aver chiesto di dormire da solo nel suo piccolo letto. Io spero che si presti ascolto alla disperazione di questo giovane che paga per aver osato esercitare il diritto alla libertà d’espressione: questo è il suo unico crimine. Vorrei davvero che gli italiani prestassero attenzione a questo giovane che paga per tutti i tunisini che non hanno osato esprimersi, perché lui è riuscito a mettere in piedi questo sito Internet. D.- Lei ha denunciato la violazione delle stesse leggi tunisine, come quella sulla tortura. R.- Certamente. La Tunisia ha sottoscritto la Convenzione Internazionale contro la tortura senza riserve. E senza riserve significa che la Tunisia accetta di accogliere gli ispettori delle Nazioni Unite perché indaghino su denunce di tortura. Ma non soltanto la Tunisia non permette l’ingresso sul proprio territorio agli ispettori incaricati di relazionare su eventuali casi di tortura, ma la pratica stessa delle tortura è diventata strumento di governo: è in questo modo che vengono intimoriti i cittadini, è così che li si terrorizza e li si fa rigare diritto, in uno stato di paura permanente, perché restino sottomessi. E’ un popolo sottomesso con questa minaccia continua che pesa su ogni cittadino, non soltanto sugli oppositori, sui dissidenti. Qualsiasi cittadino può ritrovarsi da un giorno all’altro tra le mani di questa “macchina”, poiché non posso definirli né animali, né esseri umani. E’ una macchina che stritola la dignità umana: il Consiglio delle libertà ha raccolto testimonianze strazianti sulle torture, ci sono state morti sotto tortura, che il Consiglio ha denunciato. Attualmente il Consiglio è impegnato in una campagna per l’amnistia generale, per la liberazione di coloro che sono in carcere per delitti d’opinione: ce ne sono attualmente un migliaio, detenuti in carceri sovraffolate. Questo permetterà di alleggerire il sovraffollamento e, soprattutto, di dare soluzioni politiche a problemi politici, anziché soluzioni carcerarie e poliziesche a problemi che sono politici. D.- Lei ha sottolineato che neanche le perizie mediche effettuate a seguito di una denuncia di tortura, di un decesso in carcere, sfuggono alla violazione delle regole della deontologia professionale… R.- Effettivamente, in questa macchina della tortura non ci sono solo i poliziotti. Sono tre i corpi dello Stato coinvolti: ci sono, certo, i poliziotti, ma anche i medici e i giudici. Molto spesso i medici fanno da ausiliari della macchina della tortura: vi assistono, non denunciano e si rendono complici, avvertono quando è il momento di fermarsi per poter continuare le torture se un cittadino sta per morire. E quando i danni sono gravi, sono loro a ripararli per restituire poi i corpi alla macchina della tortura. Il secondo stadio in cui alcuni medici intervengono è quello delle perizie richieste dai magistrati a seguito di una denuncia di torture: hanno materiale per fare un rapporto corretto, ma non lo fanno, coprono la polizia e si rendono così complici , diventano anch’essi torturatori, nell’accezione della Convenzione internazionale contro la tortura. Il Consiglio delle libertà pubblicherà la prossima settimana un documento importante, in cui abbiamo fatto esaminare proprio delle denunce per tortura e valutare come alcuni medici si siano resi complici dei torturatori, coprendoli, scrivendo che non c’erano tracce di tortura, laddove le conseguenze erano visibili, anche mesi e mesi dopo che le torture erano state effettuate. Questo documento verrà trasmesso al Consiglio dell’Ordine dei medici della Tunisia: e speriamo che il Consiglio dell’Ordine avrà il coraggio necessario per affrontare questo flagello che corrode il suo corpo. Speriamo soprattutto che, nel caso in cui essi stessi diventino complici, vi siano delle reazioni da parte delle strutture internazionali, perché la medicina sia al servizio della vita e non della morte. D.- Va sottolineata anche la solidarietà manifestata dagli avvocati tunisini nei suoi confronti: nell’ultimo processo ha avuto più di 200 difensori. R.- In effetti mi ha commosso questa solidarietà spontaneamente manifestata dagli avvocati per difendermi. Ma ciò che desidero sottolineare è che sempre più, soprattutto negli ultimi mesi, la categoria degli avvocati, impegnatasi in prima linea a difesa delle libertà, è nel mirino del potere. Negli ultimi tempi ci sono stati molti soprusi che hanno avuto come obbiettivo gli avvocati: c’è stato un processo contro l’Ordine stesso, per privarlo del diritto di sciopero, poiché gli avvocati hanno scioperato il 7 febbraio scorso e si è intentata un’azione giudiziaria contro l’Ordine, per screditarlo accusandolo di aver abusato delle sue prerogative. La polizia politica ha minacciato alcuni avvocati molto in vista e, fra questi, lo stesso presidente dell’Ordine. Queste aggressioni si sono manifestate attraverso furti negli studi degli avvocati: sono furti con scasso firmati, perché nulla è stato rubato, talvolta neanche il denaro liquido, ma tutti i fascicoli sono stati svuotati del loro contenuto e strappati. Sono atti di vandalismo e, naturalmente, il responsabile non viene mai individuato. Molti avvocati sono stati vittime di queste violenze: è toccato al nostro Segretario generale del Consiglio delle Libertà (che è anche membro del Consiglio dell’ordine), al presidente della Lega dei Diritti dell’uomo, al presidente dell’Ordine e, recentemente, ad un avvocato che è deputato di una opposizione ‘formale’, ma che ha osato ribellarsi ad alcune leggi liberticide. Insomma, è diventato un modo di attaccare gli avvocati, perché quando uno di loro subisce questo genere di soprusi, il danno morale è enorme: quale cliente affida gli originali dei suoi documenti processuali ad un avvocato che non è in grado di proteggerne la riservatezza o che può perdergli quei documenti originali? Si perde la fiducia in loro. Così si danneggiano gli avvocati presi di mira e screditati come non affidabili: è molto grave. Abbiamo il caso di un giovane avvocato che è un dirigente dell’Associazione Giovani Avvocati, processato per aver insultato un collega: si tratta di una montatura. Constatiamo che l’avvocatura è presa di mira in modo particolare dalle pubbliche autorità, perché è una categoria che fa paura e perché si è mobilitata in difesa delle libertà. D.- L’opposizione a Ben Ali è organizzata? E’ in grado di cambiare questa situazione? R.- Vi è un enorme problema: come in ogni dittatura, quando non si hanno le condizioni minime per esistere in quanto opposizione, ovvero la possibilità di riunirsi nei propri locali, la possibilità di tenere delle pubbliche riunioni per raggiungere i cittadini, la possibilità di esprimersi attraverso la stampa scritta, la possibilità di esprimersi attraverso i media televisivi…quando tutto questo ci è proibito, come si può esistere in quanto opposizione? Io dico sempre: noi siamo in una condizione di resistenza e non di opposizione nel senso classico, quello che si può constatare in un paese democratico. C’è una resistenza, ci sono dei resistenti, che si esprimono con scelte politiche, come partiti politici: ma non si tratta di veri partiti politici, poiché non riescono a creare un gruppo, dato che chi osa impegnarsi in uno di questi partiti, impegna se stesso in una persecuzione che inizia con il terrorismo ai danni della propria famiglia e termina con l’esaurirsi delle risorse materiali perché non avrà più diritto ad avere un lavoro, pubblico o privato che sia, perché i suoi figli rischieranno di non aver nulla da mangiare. Questo è il rischio che pesa su ogni dissidenza e su ogni forma di opposizione. Purtroppo devo constatare che noi abbiamo un altro problema: questa dissidenza è divisa. E’ un fenomeno già constatato nei Paesi dell’est: più è feroce la dittatura, più il corpo che ad essa si oppone è talvolta corroso dalle ambizioni personali. Quando l’Io collettivo è deficitario, l’Io del singolo diventa prominente, enorme. E le ambizioni personali sostituiscono i programmi. Purtroppo la nostra opposizione ha questa malattia. Io dico che bisogna essere pazienti ed indulgenti. Occorrerebbe cercare di capire perché abbiamo questa malattia ed essere indulgenti quanto basta per incoraggiare quanto vi è di positivo in questa opposizione. Incoraggiarla e non dire: ‘non abbiamo un’opposizione, non abbiamo nulla, non sono seri, erano buoni a nulla’, ecc. Credo che questi discorsi facciano il gioco della dittatura e che siano ingiusti: perché non tengono conto delle condizioni in cui si esercita questa dissidenza. Che è minoritaria, è fragile, esigua: è la legge di qualsiasi dissidenza sotto una dittatura forte. Accade sempre così: non sono mai tanti, ma, a forza di esserci, a forza di esprimere anche un poco di ciò che la società non dice, finiscono per imporre un altro gioco, imporre altre soluzioni per la Tunisia. Bisogna aver fiducia, anche quando ci sembra di non avere l’opposizione che corrisponde ai nostri bisogni di oggi. D.- Ha detto che la sua audizione alla Commissione dei diritti umani al Senato e il suo incontro con il Presidente Pera sono stati per Lei molto importanti. Perché? R.- E’ la prima volta che le istituzioni della Repubblica italiana ci vengono aperte. Vorrei a questo proposito ringraziare il Partito Radicale che si è adoperato per darci questa opportunità, dato che l’Italia è stata a lungo -questa è un po’ un’eredità di Craxi- la riserva di caccia dell’autoritarismo e della dittatura. E i veri repubblicani, i veri democratici, non hanno mai avuto voce in capitolo in Italia. Che la voce della dissidenza tunisina sia stata ammessa in strutture ufficiali dello Stato, simboli della Repubblica italiana, è estremamente importante. E, ancora una volta, esprimo la mia riconoscenza al Partito Radicale, che mi ha offerto questa opportunità come rappresentante del Consiglio Nazionale delle Libertà: ho avuto la possibilità di portare un messaggio che è stato ascoltato dai senatori e spero che ci saranno altre occasioni, altre possibilità per i tunisini di esprimersi in Italia.





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