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VOI ITALIANI NON AVETE MAI VOLUTO GUARDARE DIETRO IL MURO DI TUNISI

Sette (Corriere della Sera) - 7 aprile 2011

"Prevedere le rivoluzioni era facile per tutti: bastava smetterla di fare affari coi regimi": è l'opinione del neo-ambasciatore del Paese nordafricano all'UNESCO, Chammari, ex militante per i diritti umani. "Su Lampedusa capisco il vostro disagio, ma il populismo è inquietante"

di Pietro Petrucci

"La rivoluzione tunisina, pur essendo stata la scintilla dell'incendio che da gennaio investe l'intero mondo arabo, non ha modelli né ricette da esportare. La verità è che l'insurrezione popolare contro il tiranno Ben Ali ha rivelato a un certo punto, quasi senza volerlo, una nuova legge di alchimia politica; ha dimostrato che le dittature tradizionali, nate nel secolo scorso, sono pressoché indifese di fronte a processi rivoluzionari "istantanei", che agiscono e reagiscono fulmineamente, alimentati da tecnologie e comportamenti (internet, facebook, twitter, tv satellitare ecc.) che nessun potere sa come controllare. Risultato: si accelera il "processo di fusione" del regime sotto assedio e non appena la paura cambia di campo, quando non è più la gente ma il tiranno a sentirsi in pericolo, il gioco è fatto. Così è andata anche in Egitto e così potrebbe andare altrove. Difficile prevedere come cambierà il mondo arabo, ma di questa scoperta noi tunisini siamo fieri, perché nulla sarà più come prima».

Il nuovo ambasciatore tunisino all'Unesco, Khemais Chammari, classe 1942, non è un diplomatico di carriera. Militante dei diritti civili fin da studente, è finito in prigione tre volte ai tempi del presidente Burghiba e altre due sotto il regime di Ben Ali. L'ultima volta fu arrestato nel 1996 e radiato dal Parlamento, dove occupava uno dei pochi strapuntini concessi al Movimento dei Democratici Socialisti. Nel 1968 era già stato radiato da tutte le università tunisine e nel 1981 eletto Segretario Generale della Lega Tunisina dei Diritti Umani. Una vita intera contro l'arroganza del potere, che i nuovi dirigenti di Tunisi hanno premiato affidando 1`8 marzo scorso a Chammari la rappresentanza del loro Paese presso l'agenzia Onu che, da Parigi, si occupa di cultura.

L'incontro con Sette avviene una domenica mattina - cornetti e caffè - nel piccolo albergo del XV Arrondissement, accanto all'Unesco, dove il neo-ambasciatore ha eletto domicilio. Ci conosciamo da quarant'anni, e trovo Chammari, malgrado qualche acciacco, ringiovanito da quello che sta succedendo a lui e al suo Paese. Che etichetta politica rivendica un rappresentante ufficiale della nuova Tunisia? «Mi considero un riformista radicale», sorride malizioso, «e gli italiani possono capirmi, visto che ho tra i miei cimeli una tessera del Partito Radicale Transnazionale di Emma Bonino, presa nel 2000 durante la campagna per una giustizia penale internazionale».

Con il passare del tempo e l'estendersi dell'incendio dall'Atlantico all'Oceano Indiano, ritorna la domanda dei primi giorni: ma come è possibile che proprio nessuno avesse previsto qualcosa?

«È vero fino a un certo punto. Vero che nessuno aveva intuito la vulnerabilità delle dittature di fronte alla nuova miscela rivoluzionaria escogitata dai giovani tunisini ed egiziani. Ma noi, nei nostri Paesi, sapevamo che l'esplosione della rabbia popolare era inevitabile. In Tunisia già nel 2008 la rivolta popolare nel bacino minerario di Redeyef-Gafsa avrebbe potuto travolgere Ben Ali. Si salvò, perché la situazione economica gli dava ancora un certo margine di manovra, ma ancor più perché nessuno all'estero mosse un dito. Oggi i tre principali attori europei sulla scena mediterranea sono Francia, Spagna e Italia. Ebbene, per decenni questi tre Paesi, ritenendo che i regimi autoritari nordafricani erano i migliori alleati possibili - per coltivare gli affari e contenere l'emigrazione - si sono rifiutati di registrare ogni segno di tensione nei nostri Paesi, ogni testimonianza dell'oppressione esercitata contro la gente. L'ambasciata francese a Tunisi, anziché aiutare noi dissidenti, utilizzava le liste di proscrizione di Ben Ali per intercettare cittadini francesi e tunisini sgraditi al tiranno. Dunque: non avete previsto o non avete voluto prevedere?».

Dunque il clamoroso gesto diplomatico con cui il 10 marzo scorso la Francia ha riconosciuto da sola i ribelli di Bengasi come rappresentanti legittimi della Libia sarebbe in primo luogo un gesto riparatore?

«Non solo. È stato un gesto generoso e, per un Paese che gode ancora dello status di grande potenza e del diritto di veto all'Onu, rischioso. Un gesto che sarà ricordato dagli arabi amanti della democrazia e che ha aperto la porta alla sacrosanta risoluzione Onu che ha salvato la Libia da un bagno di sangue già deciso dal regime criminale di Gheddafi. Detto questo, se Nicolas Sarkozy avesse resistito alla tentazione di agire da solo e si fosse preso 24 ore per informare gli alleati europei, forse si sarebbero evitate divergenze e gelosie che rischiano ora di alterare la natura e la percezione dell'intervento in Libia. Per essere chiaro: mentre la bandiera francese a "Bengasi ribelle" resta per l'opinione araba un'immagine romantica e confortante, la bandiera della Nato rischia di evocare fantasmi "afghani" e creare divisioni fra i beneficiari stessi dell'intervento».

Si paragona spesso il crollo del «Muro di Tunisi» a quello del Muro di Berlino. Se il parallelo è giusto: che cosa si nascondeva o si nasconde dietro il Muro di Tunisi?

«Dietro il Muro di Tunisi c'erano circa 160 milioni di cittadini arabi presi in ostaggio da regimi autocratici, repubblicani e monarchici. Questi cittadini sono da sempre privati dei diritti fondamentali, oppressi, umiliati, perseguitati. E tutti questi regimi sono così sclerotizzati (con l'eccezione della monarchia marocchina, che ha margini di democratizzazione) da apparire "non riformabili", condannati a finire male».

Da decano dei difensori dei diritti umani nel mondo arabo, crede che bisognerà un giorno scrivere un Libro Nero della tirannide araba sulla falsariga di quello uscito nel `97 sui crimini del comunismo?

«Il nostro Libro Nero è già scritto. Da anni le organizzazioni internazionali che come Amnesty International e Human Rights Watch denunciano le violazioni dei diritti umani raccolgono documenti e testimonianze. Basterà contestualizzare questi materiali, aggiungendo un capitolo sulle violenze di questi mesi, per raccontare un'altra tragedia che ha le sue radici nel XX secolo. Ma la memoria è solo la premessa della giustizia e c'è un lavoro ancora più importante da fare: riconciliare le nostre società con il passato, come si è fatto in Sudafrica, nei Paesi dell'Est europeo, in Cambogia. Tutti esempi che noi tunisini stiamo studiando, affinché la transizione verso la democrazia non rimanga solo uno slogan».

Che effetto le fanno le immagini di tanti giovani tunisini accalcati in queste settimane sulle rocce di Lampedusa?

«Un profondo disagio. E capisco l'inquietudine dell'Italia, schierata sulla "linea del fronte" e spaventata all'idea di restare sola di fronte a un problema che è evidentemente europeo. Ma assistiamo a eventi imprevedibili, di portata storica, e vorrei ricordare a voi italiani che se avete visto arrivare in pochi mesi via mare fra 15 e 20mila persone, la piccola Tunisia all'esplodere della rivolta in Libia - è stata investita in pochi giorni via terra da 150mila esseri umani in fuga. Solo un miracolo della buona volontà, quella delle organizzazioni umanitarie tunisine e quella dei donatori internazionali, ci ha permesso di gestire questa emergenza. Nessuno ha ceduto al panico».

In Italia si osserva che i tunisini di Lampedusa sono profughi `economici", non certo perseguitati politici da proteggere...

«La caduta di Ben Ali ha offerto un'occasione insperata a qualche trafficante di esseri umani. Ora le nuove autorità si sforzano di riprendere il controllo delle coste, come prevedono gli accordi con l'Italia. Detto questo, non posso tacere l'inquietudine che suscita l'inclinazione di forze politiche italiane al populismo. Temo che le comprensibili preoccupazioni di oggi vengano usate domani per varare ulteriori restrizioni al diritto d'asilo e all'immigrazione, su scala italiana e su scala europea. Forse non è il momento migliore per ricordarlo, ma il diritto alla libera circolazione delle persone rimane, per i Paesi del Nordafrica, il principale fra gli obiettivi del partenariato con l'Unione europea».





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