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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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LAOS: INVESTIMENTI IN CAMBIO DI EFFETTIVE RIFORME

di Vittorio Pezzuto Il Laos è una terra dimenticata, avvolta in una cortina di mistero, repressioni e censure, tanto che poco o niente si è saputo della sua storia dalla presa di Ventiane (23 agosto 1975) ai giorni nostri. Con l’avvento del regime comunista esso è divenuto un Paese ‘chiuso’, ostile a qualsiasi contatto con l’esterno e ai cambiamenti politici, sociali ed economici che stanno invece mutando profondamente gli altri Paesi del Sud-est asiatico. Nei depliant turistici il Laos viene descritto come una terra pacifica e incontaminata, nel quale il tempo ha imposto alla clessidra di fermare lo scorrere della sabbia per concedere ai turisti l’esperienza di un viaggio mistico alla ricerca della civiltà ancestrale. La realtà è purtroppo assai diversa. A svelarcela per la prima volta in tutta la sua drammatica crudezza sono Massimo Lensi e Bruno Mellano, autori di un prezioso e avvincente volume dal titolo “Indocina libera. Il caso Laos trent’anni dopo. Dove la democrazia è reato” (Liberal Libri, Firenze, _ 9,50). Insieme ad altri tre militanti del Partito radicale transnazionale (Olivier Dupuis, Silvja Manzi e Nikolaj Khramov), Lensi e Mellano sono stati arrestati lo scorso 26 ottobre 2001 per il solo fatto di aver esposto a Ventiane uno striscione recante la scritta “Libertà, democrazia, riconciliazione per il Laos”. La data della manifestazione non era casuale. Esattamente due anni prima cinque studenti laotiani (Bouvanah Chanmanivong, Seng-Aloun Phngphanh, Khamphouvieng Sisa-At, Keochay e Thongpaseuth Keuakoun) avevano infatti subìto la stessa sorte, rei di aver distribuito volantini ai passanti e di aver srotolato uno striscione identico a quello dei radicali. Da allora di loro non si sa più nulla. Con questa pericolosa azione di disobbedienza civile, i militanti radicali hanno perciò voluto denunciare il caso loro e dell’intero Laos all’opinione pubblica internazionale, nel tentativo di squarciare il colpevole e assordante silenzio dei governi e dei media occidentali. Nel volume gli autori raccontano con grande efficacia (davvero superbe le pagine del diario di Silvja Manzi: il “politically correct” Tiziano Terzani prenda nota) i quindici giorni di detenzione nel carcere di Phontong, gli interrogatori surreali, il processo farsa con condanna finale a due anni poi commutati nell’immediata espulsione dal Paese (un eccezionale atto di clemenza dovuto unicamente alle fortissime pressioni internazionali coagulatesi intorno al caso). Al lettore viene pertanto proposto un reportage drammatico sulle condizioni medioevali del sistema penitenziario laotiano. La tortura scandisce le giornate dei detenuti: finte esecuzioni capitali, ceppi di legno ai piedi, genitali bruciati, esposizione al sole per lunghi periodi, soffocamenti, isolamento in celle senza luce ampie due metri per uno (le famigerate “dark room”, in cui si vive ammanettati), tentativi di annegamento, minacce di morte. L’assistenza legale è negata alla maggior parte dei prigionieri e i rari processi si risolvono in processi farsa e sentenze di condanna preconfezionate. Le attese processuali sono kafkiane, la stessa carcerazione preventiva si può protrarre addirittura per decenni. I detenuti restano completamente isolati dal mondo intero, non essendo ammesse visite di alcun genere (familiari, personale dell’ambasciata, legali) se non dopo mesi e mesi di richieste continue. Non esistono forme di assistenza sanitaria. Al prigioniero non è neppure concesso di utilizzare farmaci in suo possesso al momento dell’arresto. Vengono al massimo distribuite aspirine e una pomata contro le irritazioni, qualunque sia la richiesta di aiuto. Può così capitare che diversi detenuti muoiano per cancrena in seguito a fratture non curate. Il rancio è costituito da riso colloso cotto a vapore e da una zuppa calda con cavoli o altre verdure servite insieme a carne rancida di topo (cibo peraltro comunissimo in tutto il Laos). Non sono rari i casi di atrofia muscolare causati dalla lunga costrizione in celle che misurano tre metri e mezzo per quattro. Alcuni detenuti si trovano nell’impossibilità di essere rilasciati, pur avendo terminato di scontare la pena detentiva, a causa di un balzello introdotto circa quattro anni fa dal ministero degli Interni: una specie di tassa di uscita dal carcere di ben tre dollari, cifra non indifferente già in condizioni normali e assolutamente proibitiva per i moltissimi detenuti completamente privi di soldi. Il libro di Lensi e Mellano non si limita però a denunciare le ignobili condizioni di detenzione in Laos ma cerca anche di descrivere con completezza - sia pure relativa, in ragione delle scarne informazioni che riescono a superare la feroce censura - il tragico destino di un popolo dimenticato e ridotto in schiavitù da un regime che pratica il narco-comunismo: una dottrina nella quale la parola ‘comunismo’ classifica l’ideologia e ‘narco’ la sua sussistenza. Nonostante la Costituzione preveda alcune tutele e garanzie, nel Paese sono state completamente estirpate alla radice le libertà religiose, civili e politiche di tutti i suoi abitanti. La struttura di corruzione è capillare, dalle ‘mance’ di poche migliaia di kip per sveltire le pratiche burocratiche fino alle vere e proprie tangenti versate da organizzazioni e società straniere per la realizzazione di progetti e programmi di intervento. Si calcola infatti per difetto che circa il 40% degli aiuti internazionali finiscano direttamente nelle tasche dei ministri e dei pubblici ufficiali. Per i privilegiati del regime tutto è occasione di business. Soprattutto il fiorente mercato dell’oppio e l’altrettanto fiorente mercato degli aiuti internazionali per la lotta al narcotraffico, utilizzati come un vero e proprio ‘found raising’ utile a reprimere le dissidenze, soffocare il credo religioso e massacrare le etnie ritenute incompatibili con lo sviluppo produttivo socialista. Ciononostante, gli aiuti stranieri (provenienti principalmente da agenzie dell’Onu e dall’Unione Europea) sono in costante aumento e rappresentano ad oggi circa il 78% dell’intero bilancio nazionale. Il Laos è quindi a tutti gli effetti un Paese parassita, retto da una concezione ‘politically correct’ degli aiuti umanitari falsamente caritatevole e democratica. L’esperienza ci dice infatti che non viene rispettata una sola riga dei dispositivi e delle clausole giuridiche che disciplinano gli accordi di cooperazione fra il Laos e l’Unione europea. Per come stanno le cose, questi accordi servono semplicemente a mantenere il regime di Ventiane sul ‘libro paga’ di Bruxelles. L’Occidente persegue purtroppo la stessa politica praticata a suo tempo nei confronti dell’Unione Sovietica e dei suoi ex Pesi satelliti: quella della complicità attiva con le burocrazie antidemocratiche al potere. Per questo gli autori - riprendendo una tesi cara al Partito radicale transnazionale - sostengono con forza la necessità di utilizzare finalmente le elargizioni internazionali come una formidabile arma di ricatto democratico: investimenti in cambio di effettive riforme. Nella prefazione al volume, Emma Bonino ricorda come “il mondo arabo e islamico, il sud-est asiatico e una buona parte dell’Africa siano la testimonianza vivente del naufragio cui sono destinati i regimi nazionali che hanno buttato via, con l’acqua sporca della dominazione coloniale, anche il bambino dei diritti umani e della libertà politica, in breve dello Stato di diritto. Il Laos è uno dei tanti casi esemplari: la sua ‘liberazione’ ha coinciso con la progressiva decivilizzazione della vita civile e istituzionale, con una sorta di autogenocidio politico-culturale”. Acquistiamo questo libro in libreria e facciamolo conoscere. L’esperienza ci ha insegnato che le dittature più disumane possono essere abbattute, a condizione che crolli in noi il muro dell’indifferenza.





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