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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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>> Il Domenicale


LAOS CRIMINALE

Il popolo vittima di una camarilla fra Partito Comunista e narcotrafficanti Da tre anni non si ha più notizia di cinque cittadini laotiani. Ma dove sta il Laos sulla carta geografica? Non sbaglia Emma Bonino, nella prefazione a Indocina libera. Il caso Laos tren t’anni dopo. Dove la democrazia è reato, di Massimo Lensi e Bruno Mellano (LibriLiberal, Roma 2002; tel. 06/69925694), a puntare il dito contro il menefreghismo di quei molti che non perdono occasione per riempirsi la bocca di diritti umani e di pace, ma che si disinteressano completamente delle sorti di un Paese che dal 1975 langue nella morsa del Pathet Lao (il PC locale), sorretto e in combutta con i trafficanti di oppio (gli stessi che poi ne vendono i derivati psicotropi all’Occidente). Dimostrare contro la guerra in Vietnam è stato, in passato, di gran moda. Qualcuno definisce formidabili quegli anni. Ma per il Laos non si è ritenuto né si ritiene di dover muovere nemmeno un dito. E così il regime prospera, stabilendo ottimi affari con i mercanti di morte per via psichedelica. Del resto, non è una novità. Buona parte della guerriglia marxista sudamericana si mantiene allo stesso modo. E poi fiaccare la gioventù dei Paesi borghesi con le droghe è un servizio alla causa proletaria. Pare che gli unici a interessarsi del Paese indocinese siano infatti i Radicali italiani, i quali nel 1991, guidati da Oliviero Dupuis (Indocina libera, curato da Edoardo Guglielmetti, raccoglie anche un suo intervento accanto a quelli di Silvja Manzi e Vanida Thephsouvanh), si sono recati a Vientiane, capitale del Laos, per manifestare in favore dei cinque incarcerati. E a farsi arrestare. L’accusa ai malcapitati laotiani? La solita scusa di ogni regime dispotico: opposizione. Solo i disonesti però lo ritengono un reato. Gli uomini normali lo considerano un dovere morale, personale e sociale. «Il mondo arabo e islamico, il Sud est asiatico e una buona parte dell’Africa – osserva Emma Bonino – sono una testimonianza vivente del naufragio cui sono destinati regimi nazionali (poco importa se eredi di rivoluzioni comuniste, restaurazioni islamiche o “regimi d’ordine” di carattere militare o poliziesco) che hanno buttato via, con l’acqua sporca della dominazione coloniale, anche il bambino dei diritti umani e della libertà politica, in breve dello Stato di diritto. Il Laos è uno dei tanti casi esemplari: la sua “liberazione” ha coinciso con la progressiva decivilizzazione della vita civile ed istituzionale, con una sorta di autogenocidio politico-culturale. I generali, i mullah e le nomenklature comuniste che in questi paesi monopolizzano il potere non compongono solo la variegata geografia dell’oppressione politica nel mondo: rappresentano le differenti versioni di un modello istituzionale totalitario, emergente e tuttora incontrastato, frutto avvelenato di una “dottrina della stabilità” a cui le cancellerie occidentali si sono piegate (sbagliando) e a cui sono costrette a rimediare e reagire, di volta in volta, pagando un prezzo sempre più alto in termini umani, civili e politici». ______________________________________ GULAG DI IERI E DI OGGI Gennaro Malgieri * Secolo d'Italia, 2 marzo 2003 La memoria doverosa Una buona notizia. Anzi due. Per ricordare degnamente il cinquantesimo anniversario della morte di Stalin, un gruppo di intellettuali «politicamente scorretti» lancerà domani un manifesto esplicitamente intitolato «Memento GuLag», con il quale si chiede l’istituzione di una Giornata della Memoria per le vittime dei regimi totalitari del «secolo delle idee assassine». Lo scopo di Alfredo Cattabiani, François Fejto, Predrag Matvejevic che, con altri, se ne sono fatti promotori, è quello di sollecitare le istituzioni internazionali, i parlamenti ed i governi a svolgere adeguata opera di sensibilizzazione perché le vittime del terrore politico ed ideologico del Novecento non vengano dimenticate. L’urgenza è dettata dalla circostanza, come si legge nel «Manifesto», che ancora oggi «almeno un quarto dell’umanità è privata della libertà e governata da regimi o da gruppi dirigenti, seguaci di ideologie e pratiche nemiche delle libertà e della democrazia». La seconda buona notizia è strettamente connessa alla prima. Come abbiamo riferito ieri, Gustavo Selva ha presentato alla Camera una proposta di legge per dedicare una giornata alla commemorazione delle vittime del comunismo, che, secondo la documentazione di Stephane Courtois raccolta nell’ormai famoso «Libro nero», sarebbero state circa cento milioni dall’Unione Sovietica alla Cina, dal Sud Est asiatico ai Paesi del socialismo reale. Due iniziative doverose in tempi nei quali la rimozione sembra avere la meglio. E di rimozione in rimozione si fa finta che nella Repubblica popolare cinese, in Vietnam, a Cuba, in Corea del Nord, nel Laos, il terrore comunista non esista. Purtroppo, con la caduta del Muro di Berlino non tutti i popoli sono stati liberati. Quasi due miliardi di persone subiscono le tirannie di comunismi vari, più o meno ortodossi o più o meno esotici; altre (non quantificabili) vivono in regimi illiberali senza connotazioni ideologiche particolari, ma segnati dalla costante violazione dei diritti umani. Non sempre il cosiddetto «mondo libero» è attento a quanto accade ai suoi confini, quasi mai interviene con efficacia, almeno nei confronti di quegli Stati con i quali intrattiene proficui rapporti commerciali, dove la repressione, la sparizione di dissidenti, il genocidio di interi gruppi etnici e religiosi è all’ordine del giorno. Il Laos, Paese dimenticato che difficilmente rientra nella sfera di attenzione dei giornali e degli osservatori occidentali, è un esempio tragicamente eloquente della rimozione in atto. Eppure, se ne dovrebbe parlare di più, se non altro perché, in quello che è stato definito, giustamente, un regime «feudalcriminale», dove la democrazia è un reato, nel 2001 cinque militanti radicali vennero arrestati e brutalmente trattenuti nelle carceri di Vientiane per aver protestato contro la «sparizione» di cinque studenti laotiani, due anni prima, che chiedevano libertà di stampa e di espressione. Se ne dovrebbe parlare per il semplice fatto che il Laos intrattiene rapporti politici e commerciali con l’Unione europea in base ad un accordo che tocca molti campi, non ultimo, paradossalmente, quello della cooperazione nella tutela dei diritti umani. Se ne dovrebbe parlare perché tanto nel Parlamento italiano, quanto in quello europeo sono state presentate documentate denunce che non dovrebbero lasciare nessuno insensibile. Ma tant’è. Fortunatamente, una delle dittature dimenticate, come la laotiana, trova ogni tanto qualcuno che se ne occupa e cerca di risvegliare l’Occidente dal torpore nel quale è immerso. Lo hanno fatto da ultimi due giornalisti, Massimo Lensi e Bruno Mellano (questi è anche deputato europeo), con il libro «Indocina libera», nel quale documentano il «caso Laos» alla luce degli avvenimenti che hanno avuto a protagonisti gli studenti citati (e svaniti nel nulla) e le iniziative dei militanti radicali che, come qualcuno ricorderà, vennero visitati in prigione dal sottosegretario agli Esteri on. Margherita Boniver nel novembre del 2001. Di questo libro si parlerà a Milano, stasera, nel corso di una presentazione-manifestazione che, si spera, contribuisca ad alzare il velo su uno dei regimi più sanguinari tenuto in piedi più dall’indifferenza di chi potrebbe agire che dall’efficienza della sua macchina poliziesca. L’applicazione del principio di «transizione socialista dell’economia» enunciato dai dirigenti del Pathet Lao (il partito unico) alla presa del potere nel 1975, ha ridotto il Laos alla miseria rendendolo dipendente in tutto e per tutto dal Vietnam, che lo utilizza come una sorta di discarica economica e politica. Infrastrutture pressoché inesistenti, agricoltura sottosviluppata, energia elettrica in pochissime città, il Paese, al di là degli «aiuti» interessati vietnamiti, sopravvive grazie ai contributi del Fondo monetario internazionale e agli investimenti stranieri nel campo minerario che alimentano la corruzione della famelica nomenklatura. Ma la maggiore fonte di sussistenza è costituita dalla produzione di oppio e dal narcotraffico. Il governo di Vientiane mostra di adoperarsi contro il mercato della droga, e in particolare dell’eroina, ma di fatto la mobilitazione in questo campo si traduce spesso in una occasione di repressione politica con l’inserimento nelle liste dei ricercati di oppositori al regime che nulla hanno a che fare con i narcotrafficanti. Ciò che più sconvolge, comunque, è la brutalità del regime. Si dice che la protesta inscenata a Vientiane il 26 ottobre 1999 dai cinque studenti poi spariti rappresenti l’episodio più clamoroso di contestazione al regime. Ma non è così. I documenti di Amnesty International e del Laos Human Right Council, oltre a quelli di numerose organizzazioni non governative, ci informano che sono migliaia i dissidenti detenuti, torturati, assassinati. Una cortina di silenzio, comunque, avvolge il Laos, che è impenetrabile per chiunque volesse compiere indagini sul campo in completa libertà. Perfino i diplomatici occidentali sono costretti alla reticenza, mentre le denunce delle associazioni religione e di Reporter Sans Frontier sull’inesistente libertà di stampa non vengono neppure prese in considerazione dagli organismi internazionali. Scrivono Lensi e Mellano: «A tre anni dall’arresto di un gruppo di studenti laotiani e, negli anni appena trascorsi, di tanti altri dissidenti politici in Vietnam, Birmania, Cina, Tibet, Corea del Nord, la miopia occidentale nei confronti dei regimi totalitari è disarmante. Prevale la politica degli aiuti allo sviluppo, del “dialogo critico”, delle corsie preferenziali di natura commerciale ed economica, una realpolitik colpevolmente priva di giudizio critico». Del Laos, terra dimenticata, può sembrare eccentrico occuparsi di questi tempi, ma non lo è. Laggiù la dignità dell’uomo è calpestata come altrove ed i laotiani non sono di serie inferiore. Naturalmente nessuno bombarderà Vientiane perché nelle sue strade spariscono nel nulla coloro che chiedono libertà e democrazia, e sarebbe fuori luogo pretenderlo. Ma ciò non vuol dire che l’Occidente, osservando le numerose miserie che popolano il Pianeta, non deve spingere il suo sguardo anche in quelle lontane lande che un tempo ha frequentato con i suoi missionari, i suoi viaggiatori, i suoi soldati. Non foss’altro che per non sentirsi dire di aver abbandonato ciò che un tempo ha fatto parte del suo mondo. Adesso è il momento di onorare obblighi morali contratti tanto tempo fa, cominciando col non dimenticare chi nei GuLag ci vive ancora. * Gennaro Malgieri è direttore del Secolo d'Italia, quotidiano di Alleanza Nazionale, e presidente del Comitato per i diritti umani della Camera dei Deputati





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