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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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LAOS: INTERVISTA A VANIDA THEPHSOUVANH, PRESIDENTE DEL MOVIMENTO LAO PER I DIRITTI UMANI

di Ada Pagliarulo Vanida Thephsouvanh è la presidente del Movimento Lao per i Diritti Umani, è vicepresidente del Forum Asia Democrazia e consigliere genarle del Partito Radicale Transnazionale. L’8 maggio scorso il Comitato diritti umani della Commissione esteri di Montecitorio, presieduto da Gennaro Malgeri, l’ha ascoltata in un’audizione, nel corso della quale Vanida Thephsouvanh ha potuto descrivere la situazione di un Paese, il Laos, governato dal Partito unico, il Partito popolare rivoluzionario lao (partito comunista), dal 1975 e dove libertà religiosa, diritti civili e umani dei cittadini, libertà di stampa, non esistono. Nell’ottobre del 1999, una manifestazione pacifica a Vientiane, in cui si chiedeva democrazia, fu duramente repressa: cinque fra i leader di questa manifestazione furono arrestati e di loro non si è avuto notizia per anni. Della loro vicenda si tornò a parlare nell’ottobre del 2001, quando cinque membri del Prt (Olivier Dupuis, Nikolaj Khramov, Silvja Manzi, Bruno Mellano e Massimo Lensi) si recarono a Vientiane, dove manifestarono per chiedere quale fosse la sorte di quei cinque leader e furono arrestati. Nel volantino che uno dei leader laotiani della manifestazione aveva distribuito nell’ottobre del 1999 si leggeva: “Obiettivi: che il Laos diventi una vera democrazia, che il Laos sia uno Stato realmente indipendente… che il Laos adotti un sistema multipartitico… chiediamo al Governo di: combattere la corruzione, annullare l’accordo di cooperazione e di amicizia speciali tra Laos e Vietnam del 18 luglio 1977”. Il testo di questo volantino, così come molti altri documenti, informazioni sulla situazione del Laos, sulle repressioni religiose, su chi fosse quel gruppo di studenti e insegnanti che osò manifestare nel ’99, sulla condizione grottesca in cui i detenuti delle carceri laotiane vivono, dopo aver subito processi-farsa e torture (detenuti incontrati dagli esponenti radicali arrestati nel 2001), su questo Stato che i radicali definiscono “narco-comunista” (dove comunista è l’ideologia, dicono, e narco la sua fonte di sussistenza, cioè l’oppio) ... tutto questo gli ascoltatori potranno trovarlo in un libro: “Indocina libera”, di Bruno Mellano e Massimo Lensi, con contributi di Silvja Manzi, Olivier Dupuis e con la prefazione di Emma Bonino. Edizioni Liberal. A Vanida Thephsouvanh, presidente del Movimento lao per i diritti umani, abbiamo chiesto di spiegare la situazione del suo Paese. Libertà religiosa: lei ha parlato del ruolo esercitato dal Fronte Lao per la Costruzione Nazionale, che dipende dal Ministero dell’Interno e che esercita uno stretto controllo sulla pratica del buddhismo e le altre religioni. Come si esplica questo controllo? Nei confronti del buddhismo, che è la religione della maggioranza dei laotiani, non vi è repressione. I bonzi buddhisti, però, vengono inquadrati dal Fronte Lao per la Costruzione Nazionale: devono fare rapporto a questo Fronte che dipende dal ministero degli Interni, una volta a settimana oppure ogni due settimane, a seconda delle città e delle province. Il buddhismo praticato oggi in Laos non è più il buddhismo autentico: le nozioni di tolleranza, di rispetto degli altri, non hanno più l’importanza di un tempo. Quel che conta è recarsi alla pagoda e portare soldi. L’immagine stessa del buddhismo in Laos è cambiata. Quel che è assai grave oggi nel Paese è la repressione delle minoranze religiose, come quella cristiana. Molte minoranze etniche sono cristiane: il che significa che le minoranze etniche subiscono una doppia repressione. Per darle qualche esempio recente: nel dicembre scorso una trentina di cristiani è stata arrestata, semplicemente perché voleva celebrare il Natale e, nel febbraio di quest’anno, trentotto cristiani sono stati scacciati dai propri villaggi perché non hanno accettato di rinunciare a praticare la religione. Qualche tempo fa, il 30 aprile, tre famiglie cristiane sono state cacciate dal presbiterio, perché stavano pregando. Sono obbligati a rinunciare per iscritto alla pratica religiosa? Sì. Accade soprattutto lontano dalle grandi città: subiscono intimidazioni da parte delle autorità locali, vengono arrestati e, una volta in prigione, vien detto loro che se rinunciano per iscritto a essere cristiani, saranno liberati. A volte non riescono a sopportare il carcere e le torture: allora firmano e, una volta liberati, si vergognano di quel che hanno fatto, hanno vergogna di se stessi, si nascondono. Coloro che rifiutano di firmare, restano in prigione o vengono cacciati dai loro villaggi o torturati. Torniamo al controllo delle strutture statali sulle autorità spirituali buddhiste... Sì, il clero buddhista è sottoposto al Ministero degli Interni. I buddhisti devono fare rapporti al ministero: i bonzi vengono formati e, fino a qualche anno fa, dovevano prendere lezioni politiche di marxismo-lenininismo. Erano obbligati a farlo? Sì. E adesso? Qualche mese fa mi hanno detto che non sono più obbligati a farlo: ma poiché non vi sono più nuovi bonzi, sono sempre gli stessi bonzi, significa che tutto è come prima. Le minoranze etniche coincidono sempre con le minoranze religiose? E quali sono le minoranze etniche in Laos? Non tutti i cristiani appartengono a minoranze etniche, ma la gran parte delle minoranze etniche è cristiana. La minoranza etnica più importante è quella Hmong, che abita nelle montagne e che è fatta oggetto di aggressioni gravi e di violenze da parte del Governo laotiano: in particolare le famiglie Hmong che abitano nell’enclave a nord della capitale, quella della regione di Saesomnung. E’ una ‘regione speciale’ in cui nessuno, salvo le autorità, può recarsi. Riceviamo spesso lamentele dall’interno di quella regione, dove ci sono circa tremila Hmong: dall’anno scorso riceviamo spesso notizie dall’enclave che ci raccontano di massacri, ci dicono che i villaggi sono stati incendiati. Recentemente alcuni villaggi sono stati bombardati. E quando noi, allora, scriviamo dei comunicati stampa su questo, il Governo laotiano nega, nega tutto. L’ambasciatore americano, che ha anche lui ricevuto rimostranze da parte della comunità Hmong negli Stati Uniti, è voluto andare a verificare. Ma poiché si tratta di una regione speciale, non ha visto nulla: non ha potuto raggiungere quella zona e, quindi, non sa la verità. E’ una zona proibita, quindi? E’ una zona che si chiama “speciale” e che è proibita per gli stranieri. Libertà di stampa. Il rapporto di Reporters sans frontières dice che “tutti i media sono sotto il controllo dello Stato" e che “i giornalisti sono tutti impiegati del ministero degli Interni e della Cultura”. Si parla anche di un nuovo regolamento che prevede pene che vanno dai 5 ai 15 anni di carcere per i giornalisti che scrivano “articoli non-costruttivi”. Non ci sono media privati, naturalmente. E’ così? Sì. Radio, televisione, giornali, appartengono al Governo e al partito unico. Ci sono vari giornali e riviste, ma sono tutti organi portavoce del Governo. Talvolta pubblicano articoli identici, parola per parola. Ci sono due riviste in lingua straniera: uno si chiama Vientiane Time, che è in inglese e l’altro Le Rénovateur, in francese. Entrambi si limitano a riprendere gli articoli ufficiali dei giornali laotiani. E’ desolante che un giornale come Le Rénovateur sia sovvenzionato dall’organizzazione della Francofonia, che dovrebbe teoricamente battersi per valori della democrazia. Il rapporto di Reporters sans frontières parlava della imminente approvazione di una nuova legge sulla stampa e della possibilità di un’apertura ai media privati, “purché i giornalisti e gli editori siano lao”. Sì, il rapporto è dell’anno 2002. Era una proposta di legge dell’anno scorso, che è bloccata dall’Assemblea Nazionale. Si ritiene che vi sia un piccolo gruppo di giornalisti o di laotiani che vorrebbero fare i giornalisti, all’interno del Laos, che vorrebbero un cambiamento. Ma il loro desiderio non potrà realizzarsi, perché il progetto è bloccato all’Assemblea Nazionale. Questo progetto è stato sottoposto all’Assemblea Nazionale l’anno scorso: quest’anno ne hanno riparlato, ma pare che non se ne faccia nulla prima della fine dell’anno. E’ bloccato. Lei è stata ascoltata in un’audizione presso il comitato diritti umani della Commissione esteri della Camera. Ha parlato dell’arresto dei cinque leader della manifestazione di Vientiane dell’ottobre 1999? Il presidente del Comitato era informato su questo, quindi non ne ho parlato. Ma vorrei ricordare che il nostro Movimento lao per i diritti dell’uomo, così come molti europei, molti responsabili europei, è molto preoccupato della sorte di queste cinque persone. Queste cinque persone erano i leader di una marcia pacifica dell’ottobre 1999: chiedevano solo più giustizia, più democrazia e multipartitismo. Sono stati subito arrestati, imprigionati. E sono scomparsi, poiché nessuno li ha più visti. Il Governo laotiano ha sempre negato che vi sia stata una manifestazione. E ha sempre negato di aver arrestato queste persone. Fino all’atto, all’iniziativa molto coraggiosa dei cinque membri del Partito radicale nell’ottobre del 2001, che ha fatto crescere la pressione internazionale: è solo a seguito di quest’iniziativa che si sono registrate delle dichiarazioni, anche se molto contraddittorie, da parte del Governo laotiano. Tuttora non abbiamo notizie di quelle persone. Ma il 31 marzo di quest’anno il rapporto del Dipartimento di Stato americano sui diritti umani in Laos, ha reso noto che i cinque leader erano stati condannati, non sappiamo quando, in un processo a porte chiuse, a 20 anni di prigione. Venti anni di prigione, per aver chiesto pacificamente un cambiamento democratico in un Paese. Nel corso di un incontro con una delegazione del Parlamento europeo, nel giugno del 2002, la delegazione dell’Assemblea Nazionale del Laos, attraverso il vicepresidente della commissione giustizia dell’Assemblea Nazionale, Suvannasao, ha dichiarato che i cinque leader del ’99 sono stati giudicati in quanto criminali comuni e non politici. Suvannasao ha detto che queste persone non erano degli studenti e che erano stati condannati come dei semplici criminali. Non ha detto a quanti anni, ma ha detto che erano stati condannati. Poi ha detto che erano stati condannati nel mese di giugno del 2001: il che è in contraddizione con le dichiarazioni dei dirigenti laotiani. Perché quando il vostro sottosegretario agli esteri Margherita Boniver si è recata in Laos, nel novembre del 2001, e ha incontrato il nostro ministro degli Esteri, le è stato detto che i cinque sarebbero stati presto giudicati. Il Laos è uno dei Paesi più poveri dell’Asia. Eppure riceve una quantità enorme di aiuti internazionali. Lei ha chiesto più volte all’Ue di esigere il rispetto delle clausole relative ai diritti umani contenute negli accordi di cooperazione. E’ così? Sì, è uno dei paradossi del Laos che, dopo 27 anni di regime totalitario, è uno dei trenta Paesi più poveri della terra e, allo stesso tempo, uno dei paesi più aiutati dalla comunità internazionale e dall’Unione europea in particolare. Ogni volta che la Commissione europea dà qualcosa al Laos, nel contratto di cooperazione, la prima clausola stabilisce che il Laos deve rispettare i diritti umani e iniziare un vero processo democratico. Né il Laos, né l’Unione europea rispettano queste clausole. L’Unione europea continua a versare milioni di dollari al Laos e il Laos continua a farsi gioco di queste clausole e a reprimere i diritti umani. Si continuano a versare milioni di dollari a un Paese che resta ancora poverissimo. I dirigenti e i membri del partito unico al potere sono vergognosamente, spaventosamente, ricchi, rispetto alla povertà del popolo. Ed è questo paradosso che il popolo lao non capisce, perché vedendo i miliardi di dollari versati dalla comunità internazionale ai dirigenti lao, pensa che la comunità internazionale si sia resa complice di questo regime. Questi miliardi di dollari permettono al regime di affermare che la comunità internazionale e i Paesi donatori approvano la loro politica: questi miliardi di dollari non fanno che rafforzare la loro politica e loro dicono di essere i più forti, dicono che resteranno al potere. Possono farlo. C’è un piano quinquennale per lo sviluppo socio-economico del Paese. Cosa prevede? I dirigenti del Laos hanno molti problemi da affrontare. C’è il problema della corruzione, che il popolo, per quanto sottoposto alla repressione, trova ormai intollerabile. C’è il problema della crisi finanziaria latente, collegata alla crisi asiatica del ’97, ma anche la stanchezza di alcuni Paesi donatori. Il Laos aveva tutti questi problemi nel 1997 e ha dovuto annullare o congelare, ritardare molti progetti e programmi. Ma nel 2002 i Paesi ricchi hanno messo a punto un programma che si chiama “per lo sradicamento della povertà nel mondo entro il 2015”: e questo ha sùbito permesso ai dirigenti laotiani di prendere questo programma e svilupparlo, chiedendo aiuti ai Paesi donatori. Hanno elaborato tutti quei punti su cui si sa che sono sensibili i Paesi donatori, come per esempio lo sradicamento della povertà, il piano contro la deforestazione, il programma per i diritti della donna e del bambino, la lotta contro l’Aids: si tratta cioè di un piano contro la povertà ma, secondo me, è anche il cavallo di Troia del governo laotiano per avere più soldi, continuare a restare al potere. A proposito di deforestazione, abbiamo sentito parlare del traffico illegale di legname: almeno quattro organizzazioni non governative hanno denunciato questo traffico verso il Vietnam e la Tailandia. Secondo queste Ong il regime sarebbe il principale beneficiario di questo traffico, attraverso alcune società dello Stato come la Dafi. Però, allo stesso tempo, il Laos riceve aiuti internazionali per finanziare la campagna contro la deforestazione. Un altro paradosso? Già, è uno dei paradossi della situazione del Laos: chiede piani, aiuti, finanziamenti per programmi contro la deforestazione, il legname del Paese, quasi tutto, è stato distrutto da società che sono di monopolio dell’esercito popolare del Laos. In realtà non c’è più legname in Laos: è stato tagliato, è stato dato al Vietnam per rimborsare i debiti di guerra. E poi è stato venduto in gran parte alla Tailandia, per arricchire i generali. E mentre si devasta, queste società fanno questo traffico di legname tra Cambogia e Tailandia o tra Cambogia e Vietnam, attraverso il Laos, attraverso queste società. Quali sono attualmente i rapporti tra Laos e il Vietnam? I rapporti tra Laos e Vietnam., o meglio, tra i dirigenti di Laos e Vietnam, sono molto stretti. Laos e Vietnam, ovvero partito comunista lao e partito comunista vietnamita, hanno stretto degli accordi di cooperazione speciali per venticinque anni, rinnovabili. Li hanno sottoscritti nel 1977, rinnovabili ogni venticinque anni! Questi accordi consentono al Vietnam di assistere il Laos sul piano sociale ed economico. Ma soprattutto sul piano militare: il che significa che nel Laos la presenza vietnamita è molto forte. Se fosse possibile far parlare liberamente un laotiano che vive in Laos, ci si accorgerebbe che è davvero il problema più importante, insieme alla repressione di qualsiasi libertà. Credo sappia che in Vietnam o in Laos vi è la stessa repressione delle libertà. Noi riteniamo che se il Vietnam potesse avviare un processo di democratizzazione, di rispetto dei diritti umani, il Laos ritroverebbe automaticamente libertà e indipendenza. Può darci qualche esempio della presenza vietnamita nel suo Paese? Nei ministeri. In ogni ministero ci sono esperti vietnamiti. Parlano bene la lingua lao. Dopo gli accordi del 1977 ci sono state truppe militari vietnamite ovunque, nel Laos. Il mondo occidentale ha fatto pressione sul Vietnam perché ritirasse le sue truppe e nel 1989 il Vietnam ha detto che lo avrebbe fatto. Con dichiarazioni ufficiali. In Laos non abbiamo più visto vietnamiti in tenuta militare, ma abbiamo visto lo stesso numero di vietnamiti. Sono diventati dei civili. E sono diventati operai o contadini o altro. E’ un’altra forma di occupazione, ma più pericolosa. Se si parla con i laotiani, dicono che non possono fare più nulla, che non possono più trovare un lavoro, perché ogni volta che cercano un lavoro, trovano dei vietnamiti che si presentano per quel posto. E se un laotiano (per quel lavoro) chiede 500 euro, per fare un esempio, il vietnamita ne chiede 200, per poter sempre controllare il mercato. Il laotiano dice: certo che i vietnamiti possono guadagnare di meno, loro hanno già un salario militare! Conservano il salario militare. Dunque sono degli agenti vietnamiti. Sì. E vivono tra la popolazione... Sì, e quando succede qualcosa, aiutano le autorità a compiere arresti e a reprimere! Lei ha chiesto agli Stati Uniti di non concedere al Laos lo statuto commerciale di Paese con ‘normal trade relations’. Abbiamo scritto al Congresso americano per dire che siamo contrari a questo accordo di normal trade relations tra i due Paesi. Ma pensiamo che comunque gli Stati Uniti lo concederanno, la politica dell’amministrazione Bush è questa. Quel che chiediamo è che se comunque lo concederanno, almeno si chieda qualcosa in cambio: almeno la liberazione delle cinque persone scomparse dal 1999, la liberazione di tutti i prigionieri politici e la fine delle persecuzioni religiose. Quanti sono i prigionieri politici? Non so, perché dal 1975, più di centomila laotiani sono stati arrestati e spediti in campi di lavoro forzati. Più di trentamila persone sono morte in quei campi. Fra questi c’erano anche Sua altezza il Re, la Regina, il principe ereditario. Sappiamo che in quei campi inviano anche i propri prigionieri, cioè i laotiani fuoriusciti dal partito comunista e che sono dei dissidenti. Quindi non saprei dirle il numero esatto, ma sappiamo che sono tanti, perché i campi esistono tuttora nel nord del Laos. I campi di rieducazione esistono ancora? Sì, nel nord del Paese. La prova sta nel fatto che nel 1990 tre ministri hanno scritto una lettera aperta al presidente della Repubblica del Laos per chiedere un cambiamento democratico e il multipartitismo. Sono stati arrestati immediatamente e spediti in quei campi, condannati a 15 anni di prigione. Uno di loro è morto nel 1998 perché non riusciva più a sopportare il campo. Quanto agli altri, che oggi hanno più di 65 anni e che sono molto malati, le famiglie hanno avuto la possibilità di visitarli, in dodici anni, solo due volte, per un quarto d’ora. Dunque, sono in quei campi del nord. Ci sono divisioni, correnti, all’interno del Partito comunista? La stampa internazionale e i giornalisti specializzati sul Laos ritengono che vi siano, all’interno del partito, esponenti filovietnamiti ed esponenti filocinesi. E al momento sono i primi a prevalere. Un'ultima domanda. La vicepresidente dell’Assemblea Nazionale, Yathutou, ha parlato della coltura del papavero e ha detto che costituisce l’attività principale d’una parte delle minoranze etniche del Laos. A chi si riferisce? E’ vero? Il Laos è il terzo produttore mondiale di oppio, dopo l’Afghanistan e la Birmania. Vorrei innanzitutto dire che in un Paese in cui ogni angolo di strada, ogni paesino, ogni casa è controllata e sorvegliata da miliziani e dalle autorità pubbliche, non è molto difficile immaginare chi si arricchisce con il traffico di oppio e chi controlla questo traffico. La signora Yathotou, che fa parte della minoranza Hmong, non credo che volesse accusare una minoranza in particolare. Per tradizione, è la minoranza Hmong che vive tra le montagne a coltivare l’oppio. Ma il Laos ha chiesto aiuti, come dicevo prima, alla comunità internazionale, per il programma di sradicamento della coltura del papavero. Il Laos resta il terzo produttore di oppio. E’ un’altra di quelle contraddizioni tipiche del mio Paese: da una parte si chiedono soldi per i programmi contro qualcosa e dall’altro tutti sanno che ci sono dietro i dirigenti laotiani, dietro le deforestazioni, il traffico d’oppio… Perché non si può sradicare il traffico di oppio in un Paese dove si controlla ogni cosa? Vuole aggiungere qualcosa? Vorrei ringraziare Radio Radicale e tutto quel che avete fatto per il Laos, perché il Laos è un Paese dimenticato, che non ha petrolio, non fa vendere giornali… Quindi siamo molto riconoscenti a chiunque, a qualunque mezzo di informazione che parli del Laos, perché questo permette di dare una voce in più a chi vive nel Laos. Che è senza voce e senza diritti. Era Vanida Thepshouvanh. Per chi voglia saperne di più, un libro: “Indocina libera”, di Massimo Lensi e Bruno Mellano. Edizioni Liberal. E il sito Internet: www.radicalparty.org





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