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CORTE DELL'AJA PIU' FORTE SE E' VICINA AL TERRITORIO

Tabloid - 20 settembre 2011

L'esponente Radicale è stata tra le promotrici del Trattato di Roma che ha sancito la nascita della Corte Penale: "E' importante non solo assicurare che giustizia sia fatta ma che sia percepita come tale anche dalle comunità locali colpite da crimini internazionali"

di Mario Consani

Lei che fu tra le promotrici del Trattato che sancì la nascita della Corte Penale, che bilancio trae dalla nascita di questo tribunale, a dieci anni di distanza?

Nell’ultimo anno abbiamo potuto verificare come la campagna iniziata nel 1992 dal Partito Radicale per promuovere l’istituzione di una Corte Penale Internazionale (CPI) permanente sia ancora foriera di risultati positivi. Nel 2011 abbiamo assistito a un progressivo aumento del riconoscimento di questa istituzione a livello internazionale. Gli Stati iniziano a vedere nella Corte un attore centrale nella lotta all’impunità, come dimostra il recente deferimento alla sua giurisdizione del caso libico da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con voto unanime. La Corte ha risposto prontamente emanando in quattro mesi tre mandati di arresto, incluso quello nei confronti di Muhammar Qaddafi. Inoltre, quest’anno è stato contrassegnato da eventi significativi per la giusitzia penale internazionale nel suo insieme: l'arresto del generale Ratko Mladić, un passo avanti cruciale nel processo di normalizzazione della ex Yugoslavia, e quello del generale Hadzic, l’ultimo ricercato dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex Yugoslavia.

In che modo, a suo parere, la mancata adesione di Stati importanti come gli Usa e la Russia può compromettere l’efficacia dell’azione della Corte minando il principio stesso di una giustizia “internazionale”?

La ratifica universale del Trattato di Roma rimane un obiettivo da perseguire perché assicurerebbe una volta per tutte che gli autori di certi crimini siano assicurati alla giustizia a prescindere dalla nazionalità o dal luogo in cui si trovano o hanno commesso tali crimini. La ratifica dello Statuto della Corte da parte di Stati che rivestono un peso significativo nella scena internazionale come USA, Russia e Cina, é quindi fondamentale per evitare che ci siano luoghi in cui presunti criminali di guerra si possano nascondere. Una delle campagne di Non c’é Pace Senza Giustizia è pertanto volta al raggiungimento dell’universalità di ratifiche. Tuttavia, la mancata adesione di tali Stati non sempre é indice di un totale rifiuto della Corte stessa. Un esempio pregnante é dato proprio dagli Stati Uniti: la nuova amministrazione Obama ha manifestato un maggiore impegno nei confronti della Corte, riconoscendone il valore e l’importanza a livello internazionale. Inoltre l’unanimità raggiunta in seno al Consiglio di Sicurezza sul caso della Libia è segno di come, sebbene manchi una ratifica universale dello Statuto, l’importanza e la virtù del suo operato siano riconosciuti a livello internazionale.

Sul versante della garanzia, ritiene che questa internazionale possa considerarsi una giustizia “giusta”?

Sono convinta che, sebbene la versione attuale dello Statuto della Corte non possa dirsi perfetta, sia comunque il prodotto di un lungo lavoro di armonizzazione dei differenti sistemi penali nazionali, un nuovissimo esercizio giurisprudenziale finalizzato a trovare un bilanciamento tra interessi nazionali ed internazionali. Lo Statuto di Roma rappresenta oggi il migliore strumento di lotta all’impunità e contiene alcune clausole importanti, tra cui il principio di “complementarietà” che sancisce l’intervento della Corte solo nei casi in cui le singole giurisdizioni nazionali non siano in grado di intervenire, o quando i sistemi nazionali sono stati sradicati dai conflitti. Una clausola a me molto cara è quella che prevede l’esclusione della pena di morte.

Perché l’Italia, che pure ha visto la firma del trattato proprio a Roma, ha tardato poi a lungo ad adeguare il proprio ordinamento al nuovo sistema di giustizia introdotto?

L’inadempienza del nostro Paese, a oltre dieci anni di distanza dagli impegni assunti nei confronti della comunità internazionale, non è più giustificabile né tollerabile. Oltre alla situazione certamente non felice dal punto di vista procedurale di una simile mancanza, esiste la ragionevole probabilità che l’Italia possa trovarsi – in qualsiasi momento – al centro di una disputa internazionale qualora un sospettato indagato dalla Corte si rifugi nel nostro Paese. Sebbene in linea teorica avremmo già ora l'obbligo di arrestare persone contro cui sia stato emesso un ordine di cattura, il problema è rendere esecutivo tale obbligo. Tenuto conto della complementarietà che connota la giurisdizione della Corte, se gli Stati Parte non adeguano il loro ordinamento interno non possono esercitare in via primaria la giurisdizione per i crimini di cui all'articolo 5 dello Statuto, quindi non sono in grado di collaborare con la Corte. Con quale mandato di arresto si presenterebbero la polizia o i carabinieri per arrestare Al Bashir o Gheddafi? Il Partito Radicale ha da sempre posto l’accento su questo problema. Finalmente, l’8 giugno scorso, la Camera dei Deputati ha approvato il Testo Unificato concernente le norme di adeguamento dell'ordinamento italiano allo Statuto di Roma. Il provvedimento ora è all’esame del Senato, nelle commissioni, e si tratta di fare in modo che venga approvato il più rapidamente possibile.

In che termini ritiene che il principio della Giustizia internazionale possa essere reso ancora piĂą efficace?

Il sistema della giustizia penale internazionale può essere rafforzato tramite una serie di azioni, alcune di competenza degli Stati altre della Corte. Gli Stati dovrebbero impegnarsi di più per dare attuazione agli impegni assunti con la ratifica del Trattato. Un altro obiettivo è l'attuazione dello Statuto e l’adeguamento dell’ordinamento interno. Infine, gli Stati Parte dovrebbero fornire alla Corte risorse economiche adeguate all’esecuzione del suo mandato. Quest’anno questo problema é più evidente in quanto alcuni Stati, tra cui l’Italia, hanno chiesto alla Corte di preparare un budget che non presenti alcun aumento rispetto all’anno passato. Tuttavia, quest’anno la CPI ha aperto una nuova situazione in Libia, dietro richiesta del Consiglio di Sicurezza, e un’altra potrebbe essere aperta a breve in Costa d’Avorio. Questo comporta un aumento sostanziale delle attività della Corte e quindi del suo costo complessivo. Come dicevo all’inizio, alcuni aspetti della Corte meritano di essere rafforzati: la sua presenza negli Stati in cui opera, l’outreach, la partecipazione delle vittime nei processi. É necessario che la CPI dedichi maggiori sforzi a costruire la propria credibilità a livello locale, rendendo le vittime e comunità interessate partecipi della giustizia internazionale. É questo l’unico modo per assicurare la giustizia sia percepita come tale dalle comunità colpite.

Inoltre, pensa che l’opportuna azione della Corte, come nel caso di Gheddafi, possa però ostacolare l’opera di mediazione politica tesa ad arrivare ad una soluzione delle crisi locali?

I concetti di pace e giustizia non si escludono a vicenda, sono piuttosto intrinsecamente legati. Pace e giustizia sono due facce della stessa medaglia: non può esserci pace senza giustizia perché una pace duratura non può fondarsi su concessioni o compromessi diretti a garantire l’impunità per i responsabili delle violazioni dei diritti umani. L'esperienza dimostra che dove la giustizia non è stata incorporata nel processo di pace, si è spesso verificato un ritorno alla violenza. In alcuni casi recenti, la pressione esercitata dalla giustizia ha condotto le fazioni in lotta a sedersi al tavolo delle trattative o comunque ha contribuito alla loro emarginazione. In Uganda, ad esempio, dove una sanguinosa guerra civile ha imperversato per oltre venti anni, è stato solo quando la CPI ha iniziato le indagini e emesso i primi mandati di arresto che i capi della Lords Resistance Army (LRA) si sono seduti al tavolo dei negoziati. Anche se la democrazia e il governo del diritto nascono principalmente dall’interno, essi possono essere migliorati e rafforzati lavorando con la comunità internazionale e le organizzazioni internazionali, che sono in grado di fornire un supporto prezioso. Per questo motivo, noi siamo ferventi sostenitori della legge e della giustizia internazionale, che contribuiscono a rafforzare lo Stato di diritto e i principi democratici.





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