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CARO PD, IL PROBLEMA NON E' LA FLESSIBILITA'

Europa - 21 settembre 2011

Nei paesi dove è più facile licenziare i contratti temporanei sono solo il 5 per cento

di Emma Bonino

I termini del dibattito sono chiari: il dualismo del mercato del lavoro si è accentuato anche perché le riforme hanno introdotto maggiore flessibilità solo in entrata, facilitando il ricorso a contratti a termine senza la prospettiva di una loro graduale stabilizzazione.

Questo fenomeno, che negli anni precedenti la crisi ha determinato una significativa crescita dell’occupazione, ha però aumentato la platea di lavoratori, soprattutto giovani, con scarse tutele e basse retribuzioni; creato una pericolosa frattura sociale fra garantiti e non garantiti; e indebolito l’accumulazione di capitale umano qualificato, con effetti negativi sulla produttività del lavoro ma anche sulla profittabilità.

Per fronteggiare questa criticità occorre comprendere, senza pregiudizi ideologici, le cause di questo fenomeno così negativo e approntare le conseguenti soluzioni.

L’eccessivo ricorso ai contratti a termine è determinato in gran parte – diciamo l’80% - dalla scarsa flessibilità in uscita, dall’eccessivo costo del licenziamento e dalla rigidità complessiva del mercato del lavoro dovuta alla relativa inamovibilità dei lavoratori con contratti a tempo indeterminato.

Il restante 20% è connesso alla volontà dei datori di lavoro di ridurre il costo del lavoro in modo improprio e spesso illegale attraverso contratti atipici come le collaborazioni a progetto o le false partite Iva.

Sulla base di questa diagnosi, necessariamente semplificata, delle cause del dualismo occorre intervenire, nel solco delle più consolidate esperienze di flex-security europee, riducendo l’eccessiva rigidità di licenziamento determinata dall’art. 18 dello Statuto e garantendo al lavoratore licenziato, con robusti ammortizzatori universali, non la sicurezza del posto del lavoro, ma del lavoro, della retribuzione e dei contributi sociali, a fronte di severi obblighi di attivazione dei beneficiari.

Che la riduzione dei costi complessivi di licenziamento aumenti la propensione del datore di lavoro ad assumere i lavoratori con contratti a tempo indeterminato non lo scrive solo la letteratura economica, ma risulta evidente anche da semplici osservazioni: nei paesi dove è più facile licenziare come nel Regno Unito, la percentuale di lavoratori con contratti temporanei non supera il 5%, mentre in quelli in cui i lavoratori a tempo indeterminato sono, per una parte, “inamovibili” come l’Italia questa percentuale sale al 13 % (25% in Spagna).

La proposta di contratto di lavoro unico del collega Ichino che ho sottoscritto si muove in questa direzione, così come ogni altra misura che si proponga di trovare un virtuoso equilibrio fra le legittime esigenze di flessibilità delle imprese e quelle dei lavoratori di una continuità retributiva e contributiva anche a fronte di cessazioni involontarie del rapporto di lavoro.

Per Sergio D’Antoni, invece la causa principale, se non unica, che spinge le imprese ad assumere con contratti a termine è la volontà di ridurre il costo del lavoro: “il progetto del contratto unico, in definitiva, scambia un problema di costi per un problema di regole”.

Questa diagnosi che sottintende una visione esclusivamente conflittuale delle relazioni industriali non mi convince per una serie di semplici motivi.

Occorre innanzitutto tenere presente che il costo del lavoro con il contratto a tempo determinato è sostanzialmente uguale, a parità di livello, a quello con il contratto a tempo indeterminato. Si abbattono significativamente, invece, i costi delle retribuzioni con i contratti di collaborazione a progetto che però rappresentano solo il 16% del totale dei contratti a termine.

Se, quindi, l’84% dei lavoratori “atipici” (contratto dipendente a tempo determinato) costa al datore di lavoro come un contratto “tipico” (contratto dipendente a tempo indeterminato) perché dovrebbe scegliere il primo?

Se non è solo o prevalentemente un problema di retribuzione, bisogna ricercare le motivazioni nelle precedenti considerazioni sui costi del licenziamento, sulla necessità di avere un periodo più lungo di prova e, in generale, sulla scarsa flessibilità in uscita che riduce la possibilità di una riallocazione più efficiente dei lavoratori fra le imprese. Non si può non aggiungere fra le cause la scarsa propensione delle imprese italiane all’innovazione e la specializzazione in settori labour intensive: i lavoratori a termine sono utilizzati prevalentemente da imprese a basso capitale umano che hanno bisogno solo di personale poco qualificato e intercambiale con un basso costo unitario.

Ha ragione D’Antoni quando ricorda che le tutele rafforzate dell’articolo 18 non riguardano le imprese fino a 15 prestatori di lavoro ma forse questa soglia costituisce un deterrente alla loro crescita dimensionale perché il suo superamento determina una maggiore rigidità nei rapporti di lavoro.

Una considerazione finale: la battaglia contro la flessibilità di licenziamento del PD e della CGIL è persa, esattamente come quella contro l’innalzamento dell’età pensionabile. E’ solo una questione di tempo. Perché allora non trattare in maniera trasparente su questo tema per ottenere le migliori compensazioni per i lavoratori, invece di rassegnarsi a perdere gratis, magari con l’inserimento di un comma in un decreto legge?

 





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