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BONINO: ORA LE RAGAZZE ARABE SANNO CHE CON LA PROTESTA SI PUO' VINCERE

Il Messaggero - 26 settembre 2011

di Marco Berti

Emma Bonino è alle stelle. Il vicepresidente del Senato non nasconde la sua soddisfazione alla notizia della concessione del diritto di voto alle donne in Arabia Saudita da parte di re Abdullah bin Abdul Aziz. Per i radicali, che dei diritti umani e civili hanno sempre fatto la loro bandiera, l'apertura di un Paese musulmano e conservatore come l'Arabia Saudita al voto delle donne rappresenta infatti un segnale che travalica i suoi confini e apre speranze di successo in altre battaglie su tanti diritti ancora negati. «Oggi sono stata ore al telefono con amiche, compagne, arabe, un sacco di gente, per parlare di questa svolta», racconta la Bonino.

E cosa dicono le sue amiche arabe?

«Sono molto contente, specialmente quelle che avevano lottato per avere lo stesso diritto in Kuwait, cosa che hanno ottenuto tre o quattro anni fa e quattro di loro poi sono state elette».

Se lo aspettavano?

«No, la notizia è arrivata inattesa».

Cosa significa per le donne saudite questa decisione nel contesto di quello che sta accadendo nel Maghreb e in Medio Oriente?

«Le donne saranno presenti nella Shura (il consiglio consultivo, ndr), potranno candidarsi alle prossime elezioni, ma è chiaro che l'Arabia Saudita non è di per sé un regime democratico e quindi la strada è ancora lunga. Però a me sembra che, a parte l'attivismo delle saudite, ricordiamo tutti le manifestazioni delle donne che disobbedendo si sono messe a guidare la macchina, ci sia un fermento anche in Arabia Saudita. Del resto bastava leggere Le ragazze di Riad (il libro della 25enne saudita Rajaa Al-Sanea, fortemente critico nei confronti dell'oscurantismo che regna nel Paese, ndr). E quindi un segnale molto importante ed è un adeguamento di un Paese conservatore, per non dire reazionario, a situazioni di altri Paesi musulmani dove invece queste cose sono superate da quel dì».

Quindi la tesi «Allah non vuole» non regge più?

«No, perché questo mette in discussione quello che avviene in altri Paesi musulmani. È chiaro che in un mondo globalizzato tutti si ponevano la questione, tant'è che in Marocco, che è un Paese musulmano e dove il re è diretto discendente di Maometto, non solamente le donne votano da tempo, ma il re ha promulgato la più liberale e la più rivoluzionaria legge sulla cittadinanza. Da tempo le donne votano in Egitto e in Turchia, Paese prevalentemente musulmano, così nello Yemen, in Iran, in Oman e, come ho già detto prima, in Kuwait».

E al di fuori dell'Arabia Saudita questa svolta che significato assume?

«Abdullah ha detto di aver deciso dopo una consultazione con i suoi consiglieri religiosi. Sostanzialmente dice che non è un suo colpo di testa. E per noi che lottiamo per esempio contro le mutilazioni genitali femminili, che secondo molti Paesi fanno parte della tradizione islamica, e non è vero, è un'apertura di speranza per moltissimi temi».

Non è che il re ha fatto questa concessione per non correre il rischio di ritrovarsi una rivolta in casa, sull'onda di quello che sta accadendo non lontano dall'Arabia Saudita?

«Le ragazze arabe sanno perfettamente che è una concessione dovuta anche alla loro pressione, penso che ne faranno tesoro per utilizzarla al meglio possibile e servirsene come trampolino per andare avanti, per esempio per avere il diritto all'identità personale, per avere un passaporto, per viaggiare senza il permesso del marito, per poter guidare».

Possiamo quindi dire che la decisione di dare il voto alle donne è scaturita da una concomitanza di fattori, interni ed esterni all'Arabia Saudita?

«Sì, la pressione interna, quella esterna, i mutamenti che si sono verificati in quell'area hanno portato a questa concessione che proprio nel contesto dell'Arabia Saudita io non sottovaluterei. Le ragazze saudite non se l'attendevano proprio, aspettavano qualcosa di più modesto come significato; se infatti ti puoi candidare e puoi essere eletta è un riconoscimento di cittadinanza, quindi diritto al passaporto e a poter viaggiare senza l'autorizzazione del marito».





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