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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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“TROPPE IPOCRISIE NEGLI APPELLI ALL’ONU”

Bonino: guai a ritirarsi, altrimenti finirà in un massacro come in Ruanda di Mario Ajello Emma Bonino, con i terroristi non si tratta? “No. in più il problema è che non si sa con chi trattare”. Oppure che ò’Italia non è all’altezza della sfida delle Brigate Verdi? “Per trattare, e in generale per rapportarsi alla tragedia irachena, ci vorrebbe un patrimonio di conoscenze che non abbiamo e che non s’improvvisa. E poi, non è detto che la sfida degli ostaggi sia l’ultima che abbiamo di fronte”. Siamo di fronte a una Guerra dei Trent’anni? “Non so quanto durerà. Ma l’importante è non credere più, come per esempio ha fatto Berlusconi subito dopo l’attacco di Madrid, che a spargere terrore siano “quattro beduini”. Magari fosse così”. E qual è, invece, la sua lettura dei fatti? “Penso, al contrario di quanto continuano a sostenere tante altre persone, che il terrorismo sia una minaccia come lo sono stati il nazismo o lo stalinismo. E che quindi non è, a dispetto di certi luoghi comuni di sinistra, il prodotto della povertà o dell’unilateralismo statunitense”. Si tratta solo di un fenomeno ideologico? “Magari la manovalanza è composta dai disperati. Ma la testa del terrorismo, no. ho visto l’ultimo messaggio di Bin Laden e mi ha impressionato. Sembra Niccolò Machiavelli. Per la sua capacità politica di capire le contraddizioni e le debolezze dell’avversario (ossia di tutti noi, dell’Europa e dell’America) e per l’abilità a incunearsi nelle nostre differenze e fratture”. Bel paradosso questo su Osama Bin Machiavelli. Ma che cosa significa ancora? “Ovviamente è un’immagine provocatoria. Comunque, fuori dal paradosso, credo che i gruppi del terrore siano organizzazioni pericolose e molto astute. Vogliono governare, tramite un regime alla talebana, su una parte del mondo arabo e contro un’altra parte: quella degli arabi moderati dell’Occidente democratico”. Scontro interno all’Islam” “Sì, e anche esterno. I terroristi sanno, per esempio, che la principale “debolezza” dell’Occidente è l’opinione pubblica”. E su di essa influiscono? “E’ impressionante come usano i media, per fiaccare ancora di più l’opinione pubblica. I corpi bruciati e trascinati nella polvere giorni fa non erano di coreani. Ma di americani. Il tutto filmato. A voler ricordare, a chi guarda quelle immagini, l’incubo ancora vivissimo che gli Stati Uniti patirono in Somalia”. Per uscire, o almeno per rendere meno torbido il pantano iracheno, c’è comunque la speranza chiamata Onu. “Davvero?” Così si sente dire “Chi lo dice sa dare un titolo: “Vogliamo l’Onu”. Ma non un occhiello, ossia una spiegazione a questa domanda: “Per fare cosa?””. Lei lo sa? “Quello che potevano fare lo stanno facendo. Le Nazioni Unite hanno stabilito che il 30 giugno cambierà il governo, hanno deciso che il nuovo esecutivo iracheno durerà fino alle elezioni del gennaio 2005, hanno fatto una risoluzione e magari ne faranno un’altra. Ma oltre questo, l’Onu non può andare. Non dispone di un esercito”. Allora tutti a Baghdad? “E’ ciò che i terroristi temono davvero. Ossia sentir gridare, contro di loro che dicono “viva la muerte!”, un antico urlo nobilissimo: “No pasaran!”. Servono Brigate Internazionali come quelle nella guerra di Spagna del 1936-39? “Direi di sì. Non a caso, Carlo Rosselli era un interventista. L’unico fatto nuovo e vero sarebbe il ricompattamento dell’Occidente. Questa nuova unità si tirerebbe dietro gli arabi moderati che adesso si possono permettere di stare alla finestra. Anche a causa di un Occidente spaccato”. Ma lei crede davvero che laggiù la democrazia sia esportabile? “Nel mondo arabo, esistono fonti di informazioni a noi del tutto ignote. Le quali sostengono l’idea che c’è bisogno di una pressione esterna per diffondere la democrazia. Senza questo tipo di pressione da parte degli europei, e della politica reaganiana, il comunismo starebbe ancora in piedi. E l’apartheid in Sudafrica, è forse caduto da solo?” Prodi, a nome dell’Europa, dovrebbe essere più interventista? “La Commissione Ue può fare poco. La politica estera non è materia comunitaria”. Le piace, in Italia, la concordia bipartisan? “E’ necessaria. E spero che sia vera. Bisogna finalmente aprire gli occhi davanti alla tragedia in atto. Un mio amico iracheno mi ha detto: siete proprio bizzarri! Sulle vostre tivvù, per il decennale dei massacri in Ruanda, è tutto un “mea culpa”, un “mai più”. E subito dopo queste belle parole, cambiando scenario e passando a quello iracheno, senti i dubbi, le apure, il “ritiriamoci subito” o “poi”, e chi invoca la Nato, chi l’Onu. E nessuno che dica che, se si va via dall’Iraq, il Ruanda si ripete a Baghdad. E i primi che verranno massacrati saranno proprio gli iracheni che hanno avuto fiducia nell’intervento occidentale”.





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