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CONFERENZA DI BRIGHTON SUL FUTURO DELLA CORTE EUROPEA SUI DIRITTI UMANI

Notizie Radicali - 24 aprile 2012

di Emma Bonino

Nella loro saggezza, i 47 paesi del Consiglio d'Europa, che la settimana scorsa hanno adottato una Dichiarazione comune a Brighton, hanno messo al riparo - almeno per ora - la giurisdizione della Corte europea sui diritti dell'uomo, mettendo un bastone tra le ruote al piano britannico che aveva come obiettivo dichiarato quello di ridurne il potere e l'autonomia. La Gran Bretagna, presidente di turno del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa, aveva fatto della sua proposta di riforma una bandiera, tanto che lo stesso Premier Cameron ci aveva messo la faccia recandosi a Strasburgo per difenderla a spada tratta. Alla fine, alla conferenza di Brighton, la Gran Bretagna ha forse salvato la faccia ma, in realtà, porta a casa pochino. Sì, perché la Dichiarazione, nel corso del negoziato, ha subito una serie di modifiche da renderla alla fine quasi anodina, evitando così di vanificare il ruolo della Corte come strumento sussidiario in materia di protezione dei diritti umani individuali. Questo risultato positivo è stato raggiunto grazie allo sforzo congiunto di alcuni governi particolarmente sensibili, di Ong attive sul fronte dei diritti umani e di parlamentari nazionali ed europei preoccupati che la portata della riforma avrebbe minato la Convenzione europea sui diritti umani - di cui la Corte è l'asset principale - sin nei suoi presupposti fondamentali. In particolare, noi Radicali ci siamo mobilitati sia nel Parlamento italiano, sollecitando il nostro Governo a prendere una posizione attenta a qualsiasi ridimensionamento del ruolo della Corte, sia partecipando ad una mobilitazione a livello europeo che invitava i governi a sostenere la Corte fornendo le risorse necessarie per garantirne il buon funzionamento, esortandoli allo stesso tempo a prestare maggiore attenzione ai loro obblighi giuridici derivanti dalla Convenzione.

La proposta britannica prendeva le mosse da un motivo di fondo condivisibile: la Corte è vittima del proprio successo al punto di rischiare il collasso a causa degli oltre 150 mila casi pendenti; e siccome 800 milioni d'europei possono potenzialmente ricorrere alla Corte quando hanno esaurito tutte le procedure nazionali, di questo passo - tutti ne convengono - il suo carico di lavoro rischia di diventare insostenibile. Anzi, in realtà lo era da un pò, sicché già nel 2010 era entrato in vigore il Protocollo n.14 che prevede accorgimenti tecnici per snellire le procedure e i cui effetti hanno cominciato a dispiegarsi solo recentemente, tanto è vero che la Corte conta di smaltire l'arretrato entro il 2015.

L'Italia è certamente nel mirino essendo tra i paesi che, storicamente, più hanno contribuito alla montagna di ricorsi. Dal 1959 al 2010, la Corte ha condannato l'Italia 2.121 volte, maglia nera dopo la Turchia (2.573 violazioni) e prima della Russia (1.079); nel 2011 siamo stati condannati 45 volte, 16 delle quali per via dell'irragionevole durata dei processi. Siamo invece al terzo posto per casi pendenti (13.750), dopo Russia e Turchia. Una situazione così degenerata e incancrenita che il Comitato dei Ministri, incaricato di sorvegliare l'esecuzione delle sentenze, ha definito "grave il pericolo per lo stato di diritto" in Italia che si materializza nella "negazione dei diritti sanciti dalla Convenzione".

Ma, oltre al pericolo paralisi, c'è un altro motivo - più politico - che ha scatenato l'iniziativa britannica: nel 2005 la Gran Bretagna è stata condannata dalla Corte per aver soppresso il diritto di voto ai detenuti, condanna vista da Londra come una lesione della propria sovranità. A questo irritant se ne è aggiunto un altro più recentemente, quello del caso di Abou Qatada, un islamista radicale la cui estradizione in Giordania è stata ritenuta illegale dalla Corte in quanto basata su di prove ottenute con la tortura di altri sospettati.

Insomma, per Londra ce n'era abbastanza per partire all'attacco. Al netto delle proposte più che condivisibili - vale a dire, tutte quelle tendenti ad ulteriormente smaltire il contenzioso arretrato e ad evitare che la Corte sia oberata da casi ripetitivi - due di loro erano particolarmente controverse. La prima prevedeva un emendamento alla Convenzione che conferiva agli stati nazionali un "margine di discrezione" nel valutare se un tribunale domestico avesse o meno rispettato la Convenzione; alla fine è stato trovato un escamotage,  trovando posto per tale principio nel preambolo della Convenzione e non nel dispositivo (ma qui va detto subito che, ai sensi della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, un trattato deve essere interpretato seguendo il senso da attribuire ai termini nel loro contesto, il quale contesto comprende anche il preambolo...). La seconda proposta, ancora più controversa, mirava ad introdurre un nuovo motivo d'inammissibilità di ricorso alla Corte consentendo allo stato nazionale di decidere se il caso era già stato correttamente esaminato alla luce della Convenzione, espropriando così la Corte della sua ragion d'essere più profonda; ma il testo nella Dichiarazione è stato così annacquato da sterilizzarlo in pratica. Questi tentativi di ridurre le possibilità di accesso alla Corte sono stati sostanzialmente respinti, con Londra che è riuscita solo a far passare la riduzione da 6 a 4 mesi del termine per ricorrere, termine che in qualche paese europeo sarà molto difficile da rispettare. Insomma, la Gran Bretagna voleva somministrare una cura da cavallo che avrebbe finito per ammazzare il cavallo, senza badare in particolar modo ai sintomi della malattia.

I quali sintomi indicano che la cura da seguire è quella di imporre più sanzioni ai paesi inadempienti - inclusa la cosiddetta "bomba atomica" delle sanzioni finanziarie - e non "meno accesso" alla Corte. Infatti nulla, o quasi, è stato proposto per affrontare i nodi cruciali che rappresentano il vero motivo della valanga di ricorsi: il rispetto e l'effettiva applicazione della Convenzione da parte degli Stati aderenti e l'esecutività delle sentenze. Permane tuttora una sorta d'impunità generalizzata in quanto mancano gli strumenti normativi che consentano al sistema di infliggere sanzioni adeguate agli Stati inadempienti e alla Corte, in particolare, di indicare in modo incisivo le misure necessarie per rimuovere una violazione dei diritti fondamentali che essa ha accertato. Fintanto che le sentenze della Corte continueranno a non essere eseguite, oppure ad essere eseguite in modo lento e incompleto, i ricorsi continueranno ad affluire a Strasburgo, la situazione dei diritti umani in Europa si deteriorerà e tra qualche anno saremo ancora qui a lamentare l'abnorme contenziosi che asfissia la Corte europea.





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