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BONINO, DONNE SENZA DIRITTI A KABUL "LIBERATA"

Lettera di Emma Bonino

Caro direttore, il fatto che per due volte in pochi giorni i nuovi padroni di Kabul abbiano negato a una organizzazione femminile il diritto di scendere in piazza per rivendicare la restituzione dei diritti civili alle donne afghane, dimostra almeno due cose. In primo luogo ci ricorda che i «liberatori» dell'Alleanza del Nord, pur avendo messo fine alla segregazione totale della popolazione femminile instaurata dai Talibani, sono essi stessi degli oppressori delle donne e dei misogini convinti. Come ben ricorda chiunque abbia seguito le vicende afghane nei primi Anni Novanta. Sappiamo in secondo luogo che, non appena a Kabul si è aperto un primo ipotetico spazio di libertà, le donne sono state le prime (il primo attore politico e sociale) a cercare di trarne vantaggio. Di quali donne stiamo parlando? Di quella parte più evoluta e urbanizzata della popolazione femminile afgana che ancora meno di vent'anni fa – prima dell'avvento dei movimenti integralisti islamici al potere – forniva al paese il 15 per cento dei legislatori, il 70 per cento del corpo insegnante, il 50 per cento dei civil servant e il 40 per cento dei medici. Queste cifre da sole, ci dicono che l'apartheid basata sul sesso imposta dai taliban non è stata solo una grande iniquità – secondo me un crimine contro l'umanità – ma anche una grande calamità, che ha dato il colpo di grazia a un corpo sociale già estenuato da oltre vent'anni di guerra. L'esperienza ci insegna che in tema di democrazia e diritti umani nessuna conquista é mai definitiva né garantita. E che solo coloro che hanno perduto un diritto già conquistato hanno l'interesse e la determinazione sufficienti a riconquistarlo. Ecco da dove viene il "diritto" delle donne ad assumere un ruolo diretto e non secondario nella ricostruzione del paese. Così come sarebbe stato assurdo ieri immaginare un Sudafrica postapartheid senza neri al potere, altrettanto assurdo dovrebbe essere oggi immaginare un Afghanistan posttaliban senza donne al potere. L'obiettivo è tanto legittimo quanto – inutile nasconderselo — ambizioso. Che può essere raggiunto ora o mai più. Ora, perché è aperto a Bonn un primo «cantiere istituzionale afgano», sotto gli auspici della comunità internazionale, e tutto è possibile. Mai più, temo, perché una volta restituito il paese ad una qualche coalizione di signori della guerra e capi tradizionali, sarà infinitamente più difficile alle donne e a tutti gli altri attori sociali e politici afgani disarmati (interessati alla ricostituzione di uno Stato di diritto) conquistarsi un ruolo nell'amministrazione del paese. Qualcuno può osservare che i diritti violati delle donne sono soltanto una delle issues "diritti umani", tutte irrinunciabili, che compaiono sull'agenda dei ricostruttori dell'Afghanistan. Per tacere di altre illegalità sistematiche che condizionano il futuro come l'impunità dei responsabili di crimini odiosi o dei grandi traffici di armi e droga. Tutto verissimo. Ma io credo che un concorso di circostanze straordinarie attribuisca oggi al ristabilimento dei diritti delle donne una funzione catalizzatrice rispetto all'insieme dei diritti violati.





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