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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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>> Il Sole 24 Ore


I LIMITI DI UN’EUROPA CONSERVATRICE

di Emma Bonino

La discussione attorno all’Europa che verrà, innanzitutto sotto il profile istituzionale, ha occupato i mesi scorsi – ne ha dato conto sul Sole 24 Ore il vicepresidente della Convenzione, Giuliano Amato, con conoscenza di causa e passione – e occuperà anche quelli a venire. Su questo punto, è chiaro, si giocherà buona parte del futuro dell’Unione europea, della sua adeguatezza alle sfide epocali, letteralmente, che ci si pongono innanzi. Penso in primo luogo al ruolo diplomatico e militare sulla scena internazionale di cui l’Unione è perennemente – quanto inutilmente – alla ricerca. Mi capitò cinque anni fa, a proposito, di proporre una “Unione diplomatica e militare” da costruire sulla falsariga di quella monetaria, anche seguendo il metodo delle cooperazioni rafforzate: mi sembra che quella proposta conservi una sua attualità. Inerzia. Ma la mia preoccupazione – non voglio (ancora) dire il mio pessimismo – sull’Unione, non deriva tanto o solo dall’incapacità di darci una nuova governance europea, quanto dal segno profondamente conservatore della politica che l’Europa esprime, nel suo insieme di Stati sovrani e istituzioni comuni. A partire dalle politiche in campo economico e sociale. Non mancano, su questo, le indicazioni in gran parte univoche degli analisti; mancano, drammaticamente, il coraggio e la volontà politica. O forse, più semplicemente, manca la consapevolezza che con la nostra inerzia politica stiamo segnando il futuro e che se questo futuro sarà quello di un lento declino (come molti paventano), dovremo incolpare noi stessi. Faccio tre esempi, che mi paiono emblematici. In Europa si discute animatamente del bilancio dell’Unione europea, quello, per intenderci, gestito direttamente a Bruxelles. E’ un bilancio piccolo in valore percentuale, 1,17% del Pil europeo, ma rilevante in valore assoluto (circa 100 milioni di euro). Bene, cioè, male. Tutto il dibattito si concentra sul dato quantitativo. Il problema non è la quantità di risorse che si spendono a Bruxelles, ma la qualità delle spese. La discussione se il budget comunitario debba essere l’1,0 o l’1,1 o l’1,3% del Pil europeo non mi appassiona e non mi appassionerà fintanto che la metà di questo bilancio sarà utilizzato per finanziare la Pac, un sistema di sussidi e di protezionismi agricoli costosissimo per i consumatori europei, che mortifica le speranze di affrancamento della povertà per centinaia di migliaia di produttori dei paesi poveri e che costringe l’Unione europea perennemente sulla difensiva nei negoziati in sede Wto. La politica commerciale è una delle poche politiche pienamente comunicatrie: potrebbe essere una leva importante per la credibilità dell’Unione sul piano politico diplomatico internazionale, invece, proprio a causa del protezionismo agricolo, è uno dei tanti talloni d’Achille, un fattore di debolezza anziché di forza. L’estate scorsa un gruppo di esperti di alto livello incaricati dalla Commissione Prodi di redigere An agenda for a growing Europe guidata dal professor Sapir e composta da economisti di riconosciuta fama, ha presentato il suo rapporto conclusivo (edito il Italia dal Mulino). Bene, l’agenda per un’Europa che cresce ha come punto cardine la revisione del bilancio comunitario con l’eliminazione delle spese agricole e la sua sostituzione con spese per ricerca, innovazione e infrastrutture. Il Rapporto Sapir è stato duramente criticato dalla stessa Commissione che lo aveva fatto realizzare (in primis dal Commissario all’agricoltura Fishler) e subito messo nel cassetto più inaccessibile. Che senso ha continuare a ripetere come un mantra che nel vertice di Lisbona della primavera 2000 ci siamo impegnati, nientedimeno, a fare delll’Europa l’economia più competitiva al mondo basata sulla conoscenza entro il 2010, se non riusciamo a dirottare sulla ricerca l’innovazione nemmeno i fondi dei contribuenti destinati alla protezione dei nostri produttori di zucchero dalla concorrenza (sic!) di Paesi poveri come il Mozambico? Allo stesso modo appare contraddittorio puntare alla eccellenza basata sulla conoscenza e, di fatto, chiudere le porte alle biotecnologie, in campo agroalimentare e non solo. Non ritorno qui sulla questione del perché, in nome di che cosa, l’Europa e l’Italia scelgono di restare ai margini della competizione su Ogm e biotecnologie umane (forse la Gran Bretagna salverà l’eccellenza europea in questi settori). Deve essere chiaro, però, che con questa scelta ci precludiamo un ruolo di protagonisti in uno dei campi ad oggi più promettenti del progresso scientifico e tecnologico: queste cose si pagano prima sul piano economico e poi anche su quello del rilievo politico. Quando i pazienti europei e italiani cureranno il diabete con terapie brevettate in Cina grazie alla ricerca sulle cellule staminali sarà un bene per i malati, ma sarà una perdita secca per l’industria europea. Può darsi che ciò non accada e che le promesse di queste tecnologie non verranno mantenute; se invece ciò accadrà non potremo che incolpare noi stessi e le scelte che consapevolmente si stanno compiendo in buona parte dell’Europa. E infine, cosa dire della scelta di quasi tutti i paesi di rinviare anche fino al 2011 la piena libertà di circolazione dei lavoratori che diverrano cittadini europeo il prossimo primo di maggio con l’allargamento? Non stride con il buon senso, prima ancora che con la razionalità economica e la lealtà di un’Europa del diritto e della libertà, ipotizzare la fattispecie di “lavoratori comunitari clandestini”? Kofi Annan, lui, quello dell’Onu invocato continuamente dalla maggior parte dei nostri leader, nel suo intervento al Parlamento europeo ha invitato l’Europa ad aprirsi all’immigrazione.nell’interesse dell’Europa, prima ancora che per ragioni etiche o geopolitiche o di fratellanza umana. giusto, e infatti ha riscosso scroscianti applausi. La risposta politica alla perorazione di Annan, però, è stata quella di chiudere la porta in faccia ai lavoratori polacchi, sloveni, ungheresi e via dicendo; non vorrei che magari qualcuno finisse per rimpiagere la mutua assistenza del Comecon. Riflessione analoga va fatta per le reticenze e i ritardi con cui si sta affrontando la questione dell’ingresso nella Ue della Turchia, rinviando continuamente la data di partenza di un negoziato vero e proprio. Conosco la ragione seria della prudenza, ma non possiamo perdere un’occasione storica per legare profondamente e stabilmente all’Occidente democratico e liberale un grande Paese islamico come la Turchia. Se la storia – in questo caso anche l’attualità – insegna qualcosa, dimostriamo di voler e saper imparare. Conclusioni. Sono tre esempi, certo parziali, che danno però la misura della politica conservatrice dell’Europa di oggi. Non sottovaluto le difficoltà di raccogliere il consenso su questi temi e sulle proposte liberali per affrontarle, ma non sarà mettendo la testa nella sabbia che l’Europa fonderà il suo futuro sulla crescita e sulla libertà. Auguriamoci che nella campagna elettorale che si apre in questi giorni si discuta di questo, uscendo almeno un poco dalla logica dello scontro tra opposte tifoserie.





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