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NON DIMEZZIAMO LA CORTE DEI VINTI

di Emma Bonino

E se la coscienza sporca per il dramma della Bosnia Erzegovina ce l'avessero anche i giornalisti, o meglio, l'informazione tutta? La domanda sorge spontanea a leggere i resoconti apparsi sulla stampa a seguito dell'inaugurazione a L'Aja del tribunale internazionale che giudicher√† i crimini commessi nella ex Jugoslavia. Articoli intrisi di scetticismo, indignazione ex post e tanti, tanti sensi di colpa. "Il tribunale dovrebbe giudicare i crimini dell'Occidente", "Non √® altro che una Norimberga dimezzata", "√® solo un modo per la comunit√† internazionale di lavare la propria colpa, quella di non aver fermato il massacro": queste, nella sostanza, le prese di posizione che abbondavano sui giornali. Ma che senso ha distruggere, prima ancora che inizi i suoi lavori, l'unico strumento che la comunit√† internazionale ha saputo e potuto mettere in funzione? Che senso ha bollare col marchio d'impotenza la prima "corte dei vinti" mai istituita dall'Onu, marciando compattamente al grido di "tanto non potr√† mai funzionare"? La ragione sta forse nel fatto che il senso di colpa e d'impotenza sta avendo la meglio sulla necessit√† di una resistenza alla barbarie, certo pi√Ļ difficile da mettere in piedi oggi dopo gli errori, le manchevolezze e le complicit√† di ieri e di ieri l'altro. E' un fatto che la guerra nella ex Jugoslavia √® uno specchio davanti al quale tutti noi proviamo vergogna: sia quelli che pi√Ļ e prima di altri hanno compreso la tragedia in fieri (compresi i nostri "inviati di guerra"), sia a maggior ragione quelli che ai Balcani hanno riservato le lacrime d'occasione di fronte ai corpi martoriati. Le responsabilit√† prime, √® chiaro, sono dei Realpolitiker d'accatto dell'Occidente, che hanno pranzato e negoziato coi criminali mentre i loro aguzzini massacravano e stupravano. Nessuno, per√≤, pu√≤ esimersi dal bere l'altra parte del calice amaro delle colpe. Tantomeno i mass media, colpevoli di aver mostrato indignazione e impegno sulla ex Jugoslavia solo a corrente alternata: quando c'era da "pompare" il caso della piccola Irma, da parlare un po' delle decina di migliaia di stuprate, quando c'era da mostrare l'ennesima "strage del pane". Senza assumersi, invece, il pesante fardello di una quotidiana informazione su vita e morte della gente in guerra, di un quotidiano schierarsi per il diritto e la legalit√†. Mandando a quel paese, una volta tanto, il mito della notizia del giorno che solo un giorno pu√≤ durare. E' per questo, in sostanza, che la novit√† insita nel tribunale dell'Aja non √® riuscita a passare dal filtro dei giornali e ad arrivare ai lettori. Lettori ai quali nessuno ha spiegato che il tribunale non risolve certo la guerra, n√© rompe il gelo che gi√† attanaglia Sarajevo, ma che √® invece il primo passo verso la possibile reinstaurazione della legalit√† persa in questi due anni. Non √® vero che la Corte dell'Aja non possa funzionare: √® vero invece che si tratta di uno strumento giuridico che pu√≤ funzionare solo se sostenuto dalla volont√† politica. E l'atteggiamento distruttivo, che in questi giorni ha funzionato come sola chiave di lettura, non fa altro che giocare a favore dei criminali e dei signori della guerra non solo balcanici. Perch√© svilisce qualsiasi sia pur minimo tentativo di riportare il problema della convivenza entro l'alveo della legalit√† internazionale. Bollare d'impotenza il Tribunale dell'Aja, insomma, rende impossibile il vero obiettivo che si proponeva di raggiungere la campagna radicale per l'istituzione di una corte internazionale sulla ex Jugoslavia: quello di creare un tribunale permanente chiamato a giudicare tutti i crimini contro l'umanit√† commessi in qualsiasi parte del mondo. Ci sono stati molti, mesi fa, che ci hanno accusato di aver usato due pesi e due misure chiedendo il tribunale sulla ex Jugoslavia e avendo dimenticato di pretenderlo per la Cambogia, il Cile, il Salvador. Ebbene, togliere di sotto ai piedi dei giudici il sostegno indispensabile dell'opinione pubblica e dei governi non √® altro che mettere una pietra tombale sulla possibilit√† di avere un tribunale per le Cambogie e i Salvador prossimi venturi. Quelli che oggi si chiamano Somalia, Burundi, Nagorno Karabakh.





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