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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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IN CONGO, IL PROBLEMA DEI RIBELLI HUTU NON PUO' RESTARE OLTRE SENZA SOLUZIONE

Deputata europea, ex Commissaria UE e membro dell'International Crisis Group di Emma Bonino Il fatto che all'interno della Repubblica Democratica del Congo (RDC) siano ancora presenti dagli otto ai diecimila ribelli hutu legati al genocidio che nel 1994 ha insanguinato il loro paese di origine, il Ruanda, costituisce oggi la fonte principale di instabilità nella regione. Anche se troppo deboli per mettere in pericolo il governo ruandese e benché la maggior parte di essi non abbia alcun legame diretto con il genocidio, le Forze democratiche di liberazione del Ruanda (FDLR) forniscono a Kigali una giustificazione costante per le sue minacce d'invasione della RDC e rappresentano un utile strumento di cui gli intransigenti di Kinshasa potrebbero servirsi per sabotare il processo di pace, già fragile di per sé. Lo scorso 31 marzo, a Roma, i rappresentanti delle FDLR hanno annunciato che il movimento era disposto ad interrompere le azioni militari contro il Ruanda e a rientrare nel proprio paese. Questa dichiarazione, uscita nel corso dei negoziati con i rappresentanti del presidente congolese Kabila, finanziati dalla Comunità di Sant'Egidio, ha segnato un'insperata apertura e la possibilità di superare, una volta per tutte, uno degli ostacoli principali alla pace nella regione dei Grandi Laghi. In questa stessa dichiarazione, le FDLR hanno condannato il genocidio ruandese e accettato di sottoporsi agli strumenti della giustizia internazionale. Allo scopo di trasformare la loro lotta militare in lotta politica, le FDLR hanno dichiarato che se fossero loro garantite "misure d'accompagnamento", esse smobiliterebbero, farebbero rientrare le loro truppe in Ruanda e spingerebbero anche tutti i rifugiati ruandesi a fare ritorno nel proprio paese. La quadratura del cerchio rimane comunque complicata. Il governo ruandese, che non era presente alla riunione di Roma, ha sempre rifiutato di impegnarsi in negoziati politici con un gruppo che egli considera, senza ragione, criminale. Da parte loro, i capi delle FDLR, poco inclini a ritornare a tornare in un paese in cui gli uni si vedrebbero messi in prigione e gli altri perderebbero tutti i propri averi e il proprio status, in passato non hanno prefigurato il rientro, se non in base a condizioni poco realiste: la possibilità per il loro movimento d'iniziare un dialogo interruandese tra il partito al potere a Kigali, il Fronte patriota ruandese (RPF) e l'opposizione in esilio. La dichiarazione di Roma porta con sé tutte le attrattive di un'offerta positiva, ma il riferimento a "misure d'accompagnamento" non meglio specificate, suggerisce che le condizioni che ostacolano avanzino al coperto. Tuttavia, rimane nell'interesse di tutte le parti in causa cogliere qualsiasi occasione possa consentire un disarmo pacifico delle FDLR, senza il quale, resterebbe solo l'opzione militare. Ma il nuovo esercito congolese non è ancora pronto a portare a buon fine un'operazione di questo genere, che porterebbe probabilmente a nuovi spostamenti di civili. Lasciar marcire la situazione non è, d'altra parte, un'opzione: potrebbe far esplodere una crisi ancora più grande, attraverso l'innescarsi di combattimenti generalizzati nella regione. La comunità internazionale deve mobilitarsi per fare pressione. In effetti, è stupefacente il fatto che all'indomani dell'annuncio della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale di annullare 1,4 miliardi di dollari del debito del Ruanda, il presidente ruandese s'affretti a minacciare d'inviare di nuovo le sue truppe in Congo. I donatori non devono più accettare questo genere d'affronto: con un ammontare annuo di aiuti di oltre un miliardo di dollari, che corrispondono al 53% del bilancio nazionale del Congo e più o meno alla metà di quello del Ruanda, i donatori hanno un'influenza considerevole. Quindi, a fronte di reiterate provocazioni, essi continuano a fornire aiuti a Kigali senza porre condizioni significative. Il governo ruandese non ha nulla di meglio in questo momento, che cogliere al volo la palla lanciata dalla dichiarazione di Roma. Esso dovrebbe sforzarsi di stabilire un contatto affidabile con i comandanti militari moderati delle FDLR per incitarli par des incitations concrètes, voire pécuniaires, a fare ritorno in Ruanda. Da parte sua, il governo ad interim di Kinshasa, che esita ancora ad incanalarsi sulla strada giusta, deve costringere le FDLR a mantenere le proprie promesse. L'obiettivo per Kigali e Kinshasa dovrebbe convergere verso una marginalizzazione degli intransigenti delle FDLR. Qualunque sia l'esito degli eventi, il nuovo esercito congolese deve assolutamente essere preparato a un'eventuale offensiva militare contro le Forze democratiche di liberazione del Ruanda nel caso in cui queste vengano meno alle promesse contenute nella dichiarazione di Roma. Uno sforzo di preparazione militare serio dei congolesi avrà il doppio vantaggio di sottrarre a Kigali ogni scusa per intervenire in Congo e di ricordare parimenti alle FDLR le possibili conseguenze di un passo indietro sulle promesse fatte a Roma.





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