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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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GLI AFGHANI AL VOTO

di Emma Bonino Dopo 25 anni di guerra e di regimi autoritari, l’Afghanistan si prepara al voto per il Parlamento e per i Consigli Provinciali in tutto il paese. L’Election Day è il 18 settembre. Il Jemb, l’organo misto afghano-Onu che organizza le elezioni, ha recentemente rilasciato alcuni dati impressionanti: i candidati sono quasi 6 mila, i seggi 6300, le sezioni 26 mila, le cabine 150 mila, le schede 40 milioni (molte di piu’ del necessario perché la popolazione potrà votare ovunque nella propria provincia), 135 mila urne, 140 mila bottiglie d’inchiostro indelebile; per la distribuzione interna sono previsti 18 aerei cargo, 9 elicotteri, centinaia di camion da trasporto pesante e oltre 2 mila asini; sono stati reclutati 160 mila scrutatori, 6 mila coordinatori, 60 mila guardie per la sicurezza e 7 mila osservatori locali; le truppe ISAF passano da 8 mila a 10 mila unità e quelli della Coalizione guidata dagli Usa sono già 28 mila. A questo si aggiunge il problema dei nomadi, in continuo movimento (si sono registrati per votare in 130 mila) e quello dei centri di voto per i rifugiati in rientro dal Pakistan e dall’Iran. Certamente la macchina elettorale più complessa mai messa in campo, con una combinazione di strumenti che vanno dall’età della pietra alla tecnologia più moderna. Come accade sempre più in queste parti del mondo, il dato sulle donne è indicativo di una realtà indubbiamente in movimento. Qui, dei 12 milioni di abitanti che si sono registrati per votare, 44% sono donne, un aumento del 35% rispetto alle elezioni presidenziali dell’ottobre scorso. Un incremento consistente si è tra l’altro verificato proprio nelle regioni più arretrate e conservatrici, come in Uruzgan, Helmand, Paktia, Khost e Kandahar. E su 5800 candidati, più di 600 sono donne. A Kabul ne ho incontrate molte, tra cui una Kuchi, la tribù nomade cui andranno per legge 10 seggi. Ho anche incontrato la mia amica Sima Simar, presidente della Commissione indipendente per i diritti umani che, nel 1998, indossò un burqa pur di partecipare ad un convegno internazionale a Bruxelles. Poi la ministra per gli affari femminili, Masooda Jalal, che ha una battuta felice “Gli uomini dicono che il posto delle donne è a casa. E io dico che hanno ragione: il nostro posto è nella Casa della Nazione, vale a dire il Parlamento”. Questo non vuol dire che saranno tutte rose e fiori, tutt’altro. Fare campagna elettorale per le donne è molto difficile per via della discriminazione secolare - per alcuni è anti-islamico per una donna partecipare alla vita pubblica - e in molte aree rurali non possono uscire di casa se non accompagnate da un uomo, delle intimidazioni - minacce e manifesti sfregiati perché le donne non dovrebbero rivelare il loro volto - e anche difficoltà di accesso in certi luoghi preclusi alle donne oppure basti pensare al paradosso di promuovere se stessa nascosta sotto un burqa… Ho incontrato anche il capo dell’Afghan Civil Society Forum, Azizurrahman Rafiee, che mi viene incontro dicendomi “Non mi riconosce ma quando lei fu arrestata dai Taliban, nel 1997, io avevo la barba fino ai piedi”. Rafiee lavorava per una ONG e si diede da fare per farmi liberare. Il ricordo di quell’arresto è rimasto molto impresso da questa parti ed è un riconoscimento che mi accompagnerà per tutta la missione. Per esempio un candidato di Faizabad, Ustad Muqim Khan, m’interrompe mentre mi sto presentando dicendomi “che non occorre perché qui tutti la ricordiamo per il suo arresto”. Muqim Khan è insegnante di fisica e matematica al liceo. Gli faceva da interprete un giovane suo ex-allievo, poi diventato portavoce del Comandante Massud. Valuta più che positivamente la democrazia e lo stato di diritto e sostiene che all’Aghanistan occorre un sistema multipartitico. Ma è anche pessimista sul futuro del paese perché teme che le disfunzioni di oggi saranno semplicemente perpetuate nelle istituzioni di domani. Il Badakhshan, regione di cui Faizabad è capoluogo, presenta poi una situazione logistica difficilissima. Alla mancanza assoluta di infrastrutture, soprattutto strade percorribili, si è aggiunta un’inondazione, più di un mese fa, che ha distrutto il 75% dei ponti e ponticelli. Se tra qui e la data delle elezioni non ci saranno miglioramenti, si calcola che il 30% dei votanti è sin d’ora esclusa. Il materiale sarà trasportato in gran parte dagli asini, soprattutto sulle mulattiere spesso strettissime e a strapiombo, e, dopo una certa altitudine, anche da cammelli. D’altra parte, tutto il processo è contraddistinto da una certa fragilità. Se tra i fattori positivi dal punto di vista della sua legittimazione posso senz’altro annoverare l’elevato numero dei registrati a votare, in particolare le donne, non posso nascondere di essere preoccupata dal rischio di frodi a vari livelli, d’intimidazioni sotto le più diverse forme (alcune molto difficili da verificare e confermare), con alcuni casi gravissimi e inaccettabili, come l’uccisione di tre candidati e di un sostenitore ed alcuni pestaggi. Ma ciò che più mi allarma dal punto di vista della sicurezza non è l’aspetto prettamente militare, quello del “War on Terrorism”, cioè la discussione se i Taleban possano o meno vincere la guerra, ma piuttosto il rischio di attentati a bassa od alta intensità per minare il processo, avendo come obiettivo privilegiato proprio l’apparato elettorale. Purtroppo, alla luce dei numerosi nascondigli trovati pieni di esplosivi e tenuto conto della porosità della frontiera con il Pakistan, da cui transita di tutto, non è da escludere neppure l’attentato clamoroso… Nonostante queste immani difficoltà, rimane per me affascinante vedere come questo processo si stia dispiegando tra tante insidie politiche, culturali e organizzative. Al di là dei risultati, esso si tradurrà in un successo solo se gli afghani saranno consapevoli del suo valore e della sua fondamentale necessità per l’avvenire del paese, o comunque che possano vedere l’intero processo come un fattore positivo rispetto all’inerzia politica, allo stato di guerra permanente e al senso di amarezza per il presente e di pessimismo per il futuro.





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