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L'ABORTO IN CAMPAGNA ELETTORALE

Panorama - 9 dicembre 2005 La commissione è solo l'ultimo capitolo di una durissima offensiva clericale di Emma Bonino Si fa un gran parlare in questi giorni della necessità di condurre un'indagine sullo stato d'applicazione della legge 194 nonostante esista una relazione elaborata meno di due mesi fa dal Ministero della Salute. A mio avviso, invece, la vera urgenza riguarda un'altra realtà che è quella dell'eutanasia clandestina che, a detta di personalità mediche del calibro di Umberto Veronesi, è ampiamente praticata in modo illegale negli ospedali italiani. Per questo spero che la richiesta che l'Associazione Coscioni ha rivolto al Governo, al Parlamento e all'Ordine dei medici di mettere a punto un'indagine - indipendente e anonima - allo scopo di far luce su un fenomeno sociale che si fa finta di non vedere, non resti lettera morta. Al contrario dell'eutanasia, sull'aborto in realtà disponiamo di molti dati ufficiali, proprio grazie al fatto che è una pratica regolamentata da tempo. Siamo in grado già di sapere che il numero di aborti praticati è in costante diminuzione da oltre vent'anni e che dall'entrata in vigore della legge è più che dimezzato. Da radicale, la mia priorità consiste nel rispetto della legalità, per questo non avrei nulla da obiettare se la reale finalità di chi propone una commissione d'inchiesta sulla 194 fosse quella di raccogliere più informazioni sull'applicazione della legge, anche perché ritengo sarebbe un vero e proprio boomerang per i proibizionisti che l'hanno proposta. Innanzitutto, si potrebbe iniziare con l'approfondire le ragioni che sono alla base della crescita delle interruzioni di gravidanze ottenute con tecniche di fecondazione assistita, nei casi in cui il feto reca malformazioni. Si scoprirebbe ciò che gli operatori del settore ripetono inascoltati da tempo, cioè che l'incomprensibile divieto di analisi pre-impianto sull'embrione - previsto dalla legge sulla fecondazione assistita - non genera più nascite, ma più aborti. Oppure, la commissione potrebbe più utilmente indagare sull'impossibilità di ricorrere all'aborto farmacologico. Come si concilia infatti la crociata contro la RU486 con l'articolo 15 della 194, in base al quale "i consultori e le strutture pubbliche sono tenuti a applicare quelle tecniche che la scienza trovera' siano meno invasive e rischiose per l'interruzione di gravidanza"? Come si può infine tollerare che in Italia sia pieno di farmacisti che si rifiutano, violando la legge impunemente, di fornire la pillola del giorno dopo? La realtà è che si vuole una commissione parlamentare d'inchiesta sull'aborto per ragioni squisitamente elettoralistiche. A tre mesi dal voto, la la commissione potrà solo dire ciò che si è già deciso di dire, e cioè che i consultori vanno riempiti di militanti politici del Movimento per la Vita. Conosciamo già l'obiezione delle anime belle pronte ad arruolare un esercito di gendarmi delle coscienze: "ma come - ci si dice - volete voi impedire a dei giovanotti di buona volontà di dare una mano alla donna per aiutarla a fare una scelta diversa da quella di abortire?". Personalmente, rispetto chi crede che l'aborto sia un omicidio, e la considero un'opinione di pari dignità morale rispetto a quella di chi, come me, non è d'accordo. Ciò che mi pare inaccettabile è l'idea di affidare la donna che deve decidere se interrompere una gravidanza, alla consulenza e al sostegno di chi la ritiene una potenziale assassina. Diciamo la verità: la Commissione sull'aborto è solo l'ultimo capitolo di un'offensiva clericale durissima lanciata contro ogni libertà e responsabilità di scelta individuale su questioni che riguardano la riproduzione e la sessualità,la ricerca scientifica, la morte, la famiglia. Si tratta di un vero e proprio "clerical harrasment", in base al quale il Vaticano proclama, i media diffondono il proclama, la classe politica si genuflette. Siccome sull'aborto l'esplicita richiesta di proibizione sarebbe finora troppo impopolare, si sceglie un ostruzionismo strisciante, dai consultori alle farmacie, per sabotare e restringere gli spazi rimasti alla libertà di coscienza. Con la Rosa nel pugno lottiamo per rendere possibile un'alternativa laica e liberale, per governare con regole ragionevoli e non con proibizioni ideologiche, sull’aborto come sull’eutanasia. I vertici partitici sono tanto ostili da aver prodotto una legge elettorale che mette a rischio la stessa presentazione della Rosa nel Pugno, unico partito obbligato a raccogliere le firme. Il tentativo di liquidare la nostra presenza è dovuto proprio al fatto che ci occupiamo di realtà sociali immense, che la politica clericale finge di non vedere. Nella foto: Il manifesto si riferisce al referendum del 1981 che, a correzione della legge 194, proponeva l'abrogazione di alcune norme restrittive della facoltà di abortire (come il divieto alle minorenni; l'obbligo di ricorrere a strutture pubbliche, ecc.).





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