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EUROPA IN CRISI, ORA SERVE UN VERO GOVERNO

Il Corriere della Sera - 1 giugno 2006 di Emma Bonino Vorrei tornare sulla questione del futuro dell'Europa, sollevata da Ernesto Galli della Loggia («L'Italia e il mito europeo», Corriere del 26 maggio), partendo da un piano pragmatico, anche per aderire alle sue sollecitazioni ad abbandonare miti ed utopie ormai, secondo lui, fuori tempo. È innegabile che, con il prolungamento di almeno un altro anno della «pausa di riflessione», è stato tirato il freno alle grandi architetture istituzionali; altrettanto vero, però, è che alcuni Stati membri, e noi dovremmo essere tra questi, intendono dare effettivo contenuto alla riflessione. Per contrastare l'inazione, tuttavia, credo sia essenziale promuovere un genuino «dibattito di società», che vada dal Parlamento europeo e dai Parlamenti nazionali fino ad un coinvolgimento popolare. Nel frattempo, occorre continuare a lavorare con determinazione in quei settori che possono abbattere le barriere all'integrazione dei cittadini europei. In particolare, penso alla strategia di Lisbona per il rilancio della crescita e dell'occupazione, con particolare enfasi sulla ricerca e l'innovazione, all'attuazione di una vera politica energetica, all'allargamento del progetto comunitario e sui confini della «frontiera esterna» dell'Unione. Quest'ultima strada apre la porta a sviluppi politicamente significativi, che inducono a non abbandonarci alle recriminazioni e allo sconforto. Sono certa che questo fosse l'auspicio scaturito dalle celebrazioni di Ventotene nel ventesimo anniversario della morte di Altiero Spinelli. Penso di averlo colto anche nelle parole del capo dello Stato. Che sia un «postcomunista» ad averle pronunciate non è che l'ulteriore testimonianza della bontà di un processo faticoso, seminato di errori e di inadeguatezze, che ha però consenlito maturazionì e riposizionamenti importanti e irreversibili, senza i quali non saremmo al punto dove siamo. E' questo uno dei modi con cui la democrazia si radica e si espande. Perché dolersene? Il mezzo secolo trascorso ha anche affinato il senso del Manifesto spinelliano. Si è progressivamente consolidato il suo nucleo essenziale - l'insistenza sulla questione istituzionale - mentre sono cadute quelle dettate dalla lotta antifascista con i suoi linguaggi, i suoi riti e miti oggi non più pertinenti. Per quanto ci si sia sforzati intorno ad altre soluzioni, il nocciolo centrale, l'idea cioè della necessità di un governo federale per l'Unione, non è stato minimamente scalfito. E non poteva esserlo, perché esso coglieva e in questo sta, secondo me, il grandissimo, insuperato valore creativo di quel testo un dato che ogni studioso del fenomeno politico deve ben conoscere: non puo esserci un «soggetto politico» che non sia caratterizzato dall'indicazione, limpida e inequivocabile, su chi abbia la responsabilità di decidere delle sue scelte. Se questa indicazione manca, ci si trova di fronte ad un corpo con molte braccia e gambe ma senza testa. E non vi è dubbio che, di fronte alla divisione di competenze tra varie istituzioni che oggi si pestano reciprocamente i piedi ai vertici dell'Unione, manca lo strumento prtmario attraverso il quale essa possa esprimere la «sua» politica: un vero Governo europeo. Credo che anche Galli della Loggia possa convenire su questo. Anzi, ne sono sicura. E lui ad avere scritto, il 20 novembre scorso, che «la costruzione di un'entità politica sovra o multinazionale di peso continentale è la sola speranza per gli europei di avere un futuro non irrilevante e non subalterno». Non si tratta dunque di tributare un omaggio formale a Spinelli o di fare un retorico feticcio del suo Manifesto, ma di perseguire un obiettivo che in definitiva, nel pluridecennale operato dei federalisti e in quelle parole di Galli della Loggia, ha tratti pressoché identici. Un'uItima considerazione. Per quell'approccio istituzionale che ne forma l'ossatura portante, ho proposto che il Manifesto sia tradotto in arabo. Penso che in Medio Oriente sia più che mai necessaria una forte sollecitazione a superare le lotte tra etnie, fazioni o appartenenze religiose. Una riflessione sulia portata di un modello federale sarebbe quanto mai necessaria, partendo dall'Iraq diviso da tre culture e storie fino ad oggi scarsamente permeabili al dialogo reciproco. Purtroppo in quell'area, mentre sta pericolosamente avanzando l'uno o l'altro fondamentalismo, hanno avuto finora la meglio o il modello unanimistico della Lega Araba o quello di tipo nazionale, di importazione francese ed europea, come è il movimento baathista. E un modello in crisi da noi, perché insistervi ancora? Il federalismo è un sistema politico-istituzionale di grande funzionalità e di schietta impronta liberale. Deve essere, per i democratici, il modello da sostenere. Quando, nel 1986, al Parlamento europeo, Marco Pannella cedette il proprio tempo di paìola nel dibattito sull' Atto Unico ad Altiero Spinelli, al quale il suo gruppo non lo aveva concesso, faceva un atto di fiducia e di speranza nella lotta per l'Europa di Ventotene. In modo indiretto ma eloquente, auspicava il formarsi di una classe politica di respiro europeo. Forse una tale classe politica non c'è ancora. Ma è alla sua formazione che dobbiamo puntare, nell'immediato del lavoro quotidiano come nella prefigurazione di obbiettivi che esprimano, come dice Galli della Loggia, un «salto qualitativo di volontà e di decisione politica». Ministro per il Commercio Internazionale e le Politiche Europee





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