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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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>> L'Unità


SUGLI AIUTI ALLO ZAIRE USA E UNIONE EUROPEA DUE FILOSOFIE OPPOSTE

di Emma Bonino L'Unione Europea e gli Stati Uniti d'America hanno due modi diversi di intendere l'azione umanitaria, quando si tratta di crisi complesse, frutto di conflitti feroci e spesso cronici. L'Ufficio Umanitario della Comunità Europea (Echo), creato nel1992 e oggi presente in circa 65 "teatri di crisi" nel mondo intero, mutua la sua principale regola ispiratrice dalla Croce Rossa, cui storicamente spetta la primogenitura in materia di assistenza umanitaria. Il nostro compito é quello di "umanizzare la guerra", soccorrendo tutte le vittime di tutti i conflitti, al di fuori di qualsiasi calcolo politico e senza accettare alcuna forma di discriminazione: etnica, religiosa, linguistica o altra. Noi ci attribuiamo il diritto-dovere di agire in piena neutralità, perché difendiamo un valore che i nostri 15 Stati membri considerano irrinunciabile, il rispetto per la vita e la dignità dell'uomo. In altri termini: nessun interesse o disegno di politica estera, di un singolo Stato europeo o dell'Unione, può condizionare la decisione di prestare soccorso a esseri umani minacciati da violenza, persecuzioni, fame o malattie. E gli Stati Uniti? Il nuovo Segretario di Stato Madeleine Albright ha appena formulato delle nuove linee direttrici che Brian Atwood, capo dell'Usaid, agenzia governativa americana che amministra gli aiuti umanitari e quelli per lo sviluppo, ha riassunto e chiosato sull'Herald Tribune. Anche noi a Washington, spiega Atwood, capiamo l'importanza di un'azione umanitaria pienamente autonoma. Ma, essendo oggi l'unica superpotenza esistente, l'economia più forte e la sola nazione in grado di darsi una strategia "globale", siamo costretti a collegare le scelte dell'assistenza umanitaria a quelle di politica estera. La diplomazia americana distingue oggi nel mondo quattro categorie di Stati: i buoni ("che partecipano attivamente alla vita internazionale e rispettano le regole"); i bene intenzionati("giovani democrazie che intendono partecipare attivamente alla vita internazionale nell'interesse dei rispettivi popoli"); i male intenzionati ("che respingono i benefici provenienti dalla partecipazione alla vita internazionale, opprimono la gente e spesso sostengono il terrorismo"); i falliti ("non più capaci di soddisfare i bisogni primordiali dei loro popoli né di offrire loro sicurezza fisica"). Washington si propone di favorire il passaggio alla prima categoria (i "buoni") del maggior numero possibile di Stati appartenenti alle altre tre categorie. E poiché le crisi umanitarie complesse e cronicizzate - nota Atwood - esplodono solo negli Stati "male intenzionati" o "falliti", ne deriva che anche l'aiuto umanitario va pilotato in modo che contribuisca a un'evoluzione positiva della crisi, cioé all'uscita di scena di reprobi e incapaci e alla loro sostituzione con forze "bene intenzionate". Se si applica questo schema a cio' che succede nella regione dei Grandi Laghi da novembre a oggi, molte cose diventano improvvisamente più decifrabili. Si capisce, soprattutto, in base a quale logica é stato deciso che nelle regioni investite dalla guerra non c'é più spazio per un'azione umanitaria neutrale. Se infatti lo Zaire di Mobutu é da considerare uno Stato "fallito", da liquidare in fretta, mentre l'alleanza fra il capo ribelle Kabila e gli Stati africani che lo sponsorizzano é da considerare un fronte di "bene intenzionati", il "black out umanitario" in atto in Zaire può essere presentato non gia' come una prepotenzaingiustificabile ma come un prezzo da pagare per la redenzione dello Zaire, per accelerare il suo traghettamento dal girone dei falliti al limbo dei benintenzionati. Chi la pensa cosi' tende a considerare un ingenuo o un provocatore chi, come me, si ostina a voler soccorrere subito tutti gli esseri umani stritolati dai disegni geopolitici. Un intervento umanitario neutrale in Zaire, ci viene ripetuto, rischia di ritardare il "cambiamento" e di favorire interessi e soggetti infami: i génocidaires che si nascondono fra i profughi rwandesi, il regime moribondo di Mobutu, oscure manovre neocoloniali ed altro ancora. So bene che il "neutralismo umanitario" espone a qualche compromesso, al rischio di offrire assistenza (insieme a vecchi, bambini e donne) a qualche criminale di guerra, o a quello di intrattenere rapporti con regimi detestabili. Sono disposta ad ammetterlo, a condizione che anche gli altri, i fautori del primato assoluto della Realpolitik, riconoscano i danni provocati dalle loro scelte: violazione delle frontiere e del territorio zairese da parte di forze straniere; bombardamento di campi profughi protetti dalle bandiere dell'Onu; massacri senza testimoni di profughi Hutu nelle "zone liberate"; deportazione a bastonate di mezzo milione di rwandesi dalla Tanzania verso il Rwanda; massacri di profughi burundesi appena rientrati in patria. Che cosa é più giusto fare? Perseguire l'"utopia neutralista" e venire ogni tanto a patti con la propria coscienza o dare manforte alla Realpolitik, mettendo tra parentesi l'universalità dei principi e valori che sono alla base del diritto internazionale e di quello umanitario? E' giusto accettare una logica secondo cui, fra due bambini in punto di morte, va salvato per primo il bambino "meglio governato"? C'é di che discutere.





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