sito in fase di manutenzione: alcuni contenuti potrebbero non essere aggiornati
 
 novembre 2019 
LunMarMerGioVenSabDom
 123
45678910
11121314151617
18192021222324
252627282930 
CAMPAGNE
MISSIONI

CERCA:

Ministero degli Affari Esteri

Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

Cookie Policy

>> L'Unità


SE LE GUERRE NON HANNO UN GIUDICE

L'Unità - 18 luglio 2009

Undici anni fa nasceva il tribunale internazionale sui crimini di guerra. Oggi la posizione dell'Africa che non coopera rimette tutto in discussione

di Emma Bonino*

Questa settimana ricorre l'undicesimo anniversario della nascita della Corte Penale Internazionale. Il 17 luglio 1998 i governi di 120 stati adottarono a Roma lo Statuto che consentì, quattro anni dopo, d'istituire, per la prima volta nella storia, un tribunale permanente su crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio. Dovrebbe essere una settimana di celebrazioni, quindi. Celebrazioni per festeggiare il fatto che, indipendentemente dall'incarico di potere ricoperto, chi si macchia di questi gravi crimini alla fine viene giudicato. Prevale, invece, un senso di apprensione e di frustrazione: proprio quando la Corte avrebbe dovuto avvicinarsi all'età adulta, improvvisamente scoppia una crisi adolescenziale. Paradossalmente, la fonte di preoccupazione proviene dall'Africa, continente che in questi anni ha dimostrato il maggior interesse per la crescita e l'affermazione della Corte. Le nazioni africane sono state la forza motrice della sua costituzione e le più attive nel sottoporle casi, come tre dei quattro attualmente in giudizio. Per questo, la dichiarazione della scorsa settimana a conclusione del Summit dell'Unione Africana in Libia, che esortava i suoi stati membri a non cooperare con la Corte, rappresenta un passo indietro inquietante. Innanzitutto, è una violazione dei principi di responsabilità contenuti nell'Atto Costitutivo dell'Unione Africana. In secondo luogo, viene meno all'impegno, preso dagli stati africani membri della Corte al meeting ad Addis Abeba d'inizio giugno, in cui riaffermavano il loro supporto allo Statuto di Roma come mezzo per porre fine all'impunità. Infine, è soprattutto un tradimento nei confronti del popolo africano, dal momento che schiera l'Unione dalla parte dell'impunità e a favore degli oppressori anziché degli oppressi. Le ciniche e antidemocratiche tattiche usate dalla presidenza libica, durante il Summit, per imbavagliare il dibattito, forzare l'adozione della dichiarazione e dipingere la Corte come una sinistra istituzione coloniale, vanno denunciate in maniera ferma. Come pure il tentativo, purtroppo riuscito, di una classe dirigente che fa quadrato per proteggere «uno dei loro». Invece, la comparsa questa settimana del presidente della Liberia, Charles Taylor, davanti al Tribunale Speciale per il Sierra Leone prova che, con una sufficiente pressione internazionale, anche leader come Omar Al-Bashir possono essere portati a rispondere delle loro azioni. I meccanismi della Corte non sono perfetti, d'accordo, ma non dobbiamo dare adito alla tesi fuorviante che questi abbiano un impatto negativo sui negoziati di pace nei paesi dove si svolgono indagini. In Uganda, per esempio, dove una guerra civile è infuriata per più di 20 anni, solo quando la Corte ha iniziato le indagini i protagonisti si sono seduti al tavolo dei negoziati; e in Sierra Leone i tentativi di pace si sono sbloccati quando il Tribunale Speciale per il Sierra Leone è diventata componente centrale nella ricostruzione post-conflitto. L'esperienza dimostra che la Corte rafforza gli attori locali che vogliono costruire una pace reale e stabile, basata sulla responsabilità e sullo stato di diritto. È forse anche per questo che per la giustizia in Africa sono tempi difficili. Ma, in occasione dell'undicesimo anniversario della CPI, la scelta che si presenta ai leader del continente è molto semplice: o sono dalla parte delle vittime del Darfur e della giustizia, oppure dalla parte del Presidente Al-Bashir e dell'impunità. La prima scelta aiuterebbe a costruire un futuro migliore per la loro gente, la seconda non solo minerebbe il sistema di giustizia penale internazionale - della quale si dichiarano sostenitori - ma anche, riprendendo le parole di Kofi Annan, «indebolirebbe il desiderio di dignità umana che risiede nel cuore di ogni africano». E l'Italia? Rischia di predicare bene e razzolare male. Nonostante sia stata tra i primi ad aver ratificato lo Statuto (luglio 1999) e nonostante la creazione di quattro commissioni ministeriali e altre iniziative parlamentari - tra cui la proposta di legge presentata dai deputati radicali - l'Italia non ha ancora adottato alcuna normativa di attuazione necessaria per consentire la cooperazione delle nostre autorità con la Corte. Senza la quale anche le migliori intenzioni rischiano di vanificarsi, con la prospettiva che l'Italia diventi il rifugio per i peggiori criminali di guerra.

Emma Bonino è vicepresidente del Senato Italiano e membro fondatore di «Non c'è Pace Senza Giustizia» (NPSG)





Altri articoli su:
[ Africa ] [ Corte Penale Internazionale e Tribunale Penale Internazionale ] [ Diritti Umani, Civili  & Politici ] [ Giustizia ] [ Italia ] [ Liberia ] [ Libia ] [ Sudan ] [ Unione Europea ]

Comunicati su:
[ Africa ] [ Corte Penale Internazionale e Tribunale Penale Internazionale ] [ Diritti Umani, Civili  & Politici ] [ Giustizia ] [ Italia ] [ Liberia ] [ Libia ] [ Sudan ] [ Unione Europea ]

Interventi su:
[ Africa ] [ Corte Penale Internazionale e Tribunale Penale Internazionale ] [ Diritti Umani, Civili  & Politici ] [ Giustizia ] [ Italia ] [ Liberia ] [ Libia ] [ Sudan ] [ Unione Europea ]


- WebSite Info