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L’IMPUNITA’ PER I CRIMINALI DI GUERRA METTE A RISCHIO IL FUTURO DELL’AFGHANISTAN

Il Corriere della Sera - 17 agosto 2009 di Emma Bonino* Caro direttore, quando il 20 agosto andranno alle urne per le seconde elezioni presidenziali dalla caduta dei “talebani”, gli afgani valuteranno con attenzione i candidati e soppeseranno i vantaggi di un futuro regime democratico. Alla vigilia di questa delicata scadenza, in Italia si è acceso un dibattito centrato principalmente sulla presenza militare, intervallato da parole d’ordine populiste. Il problema del ruolo e delle regole d’ingaggio delle forze NATO è sì un aspetto importante, che richiederebbe un dibattito serio, ma non è il solo. Anche se i contingenti militari presenti riusciranno a neutralizzare i tentativi dei “talebani” di impedire il regolare svolgimento del voto, la comunità internazionale non avrà aiutato l’Afghanistan nel processo di costruzione dello Stato di diritto se non affronterà la questione dei criminali di guerra, che dopo le elezioni potrebbero acquisire posizioni-chiave in seno alla nuova amministrazione. Dalla fine del regime dei mullah, nel 2001, le istituzioni statali sono state troppo spesso influenzate dalla presenza di personaggi dal passato più che discutibile, molti dei quali signori della guerra che hanno commesso atrocità nei confronti del loro popolo. In un Paese dilaniato da anni di guerra, sarebbe da ingenui pensare di escludere dal processo politico chiunque abbia avuto o mantenga legami con gli ex-combattenti. Se nessun leader “talebano” venisse coinvolto l’instabilità del Paese crescerebbe, alimentata dal denaro proveniente dal traffico illecito di droga. La vera questione sta quindi nel processo di selezione degli interlocutori, perché coinvolgere i responsabili delle violenze del passato sarebbe come dire al popolo afgano che nulla è destinato a cambiare e che l’impunità sarà sempre il principale parametro di giustizia. La comunità internazionale dovrebbe impegnarsi concretamente nella ricostruzione del Paese, per offrire la possibilità di formare una classe dirigente adeguata a confrontarsi col mondo di oggi. Sul fronte della giustizia penale le basi per lo sviluppo di un ordinamento conforme agli standard internazionali sono state facilitate dal lavoro congiunto della Commissione Indipendente Afgana sui Diritti Umani, organo previsto dalla Costituzione del Paese ma indipendente, e di Non c’è Pace Senza Giustizia, che hanno realizzato un progetto di mappatura del conflitto. Attraverso le testimonianze di oltre 7000 persone, intervistate in tutte le 34 province afgane, è stato possibile ricostruire i crimini commessi dal 1978 ad oggi, gli spostamenti delle bande di guerriglieri, gli schemi di conflitto delle fazioni in lotta. Questo materiale sarà utile a chi studierà la storia dell’Afghanistan e delle violazioni dei diritti umani commesse in quel Paese, ma soprattutto rappresenta il presupposto per l’identificazione dei criminali di guerra. Se davvero l’Europa e gli altri Stati che dicono di voler lavorare per la stabilità della regione intendono attuare misure utili a far uscire l’Afghanistan dalla spirale di violenza, devono smettere di favorire l’impunità, evitando per quanto possibile che i colpevoli assumano posizioni di potere e promuovendo la riconciliazione, anche attraverso la ricostruzione e lo sviluppo economico del Paese. Il rapporto della Commissione Indipendente offrirà gli strumenti per avviare il processo di costruzione di un ordinamento giuridico equo, ma se l’immobilismo dell’Unione Europea e degli altri paesi coinvolti si protrarrà all’indomani del voto, qualsiasi speranza in un futuro democratico per gli afgani verrebbe meno e lo scenario regionale si complicherebbe ulteriormente. *Vicepresidente del Senato e fondatrice di Non c’è Pace Senza Giustizia – www.npwj.org





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