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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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TRE STRADE PER CAMBIARE LA ROTTA DELL'EUROPA

Il Corriere della Sera - 15 novembre 2009 La spesa militare complessiva dei 27 Stati, pur ammontando a un quarto di quella mondiale, non produce un'efficienza adeguata di Emma Bonino* L'Europa va fiera del suo soft-power. Un orgoglio in gran parte giustificato dal ritorno nella famiglia europea di quei popoli separati per mezzo secolo da una cortina di ferro, dal meritevole soccorso umanitario dell'Unione europea in tanti punti critici del pianeta, dalla determinazione nel promuovere la cooperazione multilaterale come strumento di risoluzione dei conflitti internazionali. Tuttavia, il lancio nel 1999 di una Politica Europea di Sicurezza e Difesa (Pesd) - quarantacinque anni dopo la bocciatura della Ced, la Comunità Europea di Difesa - ha rappresentato una presa d'atto del mutamento del quadro strategico mondiale; e con essa, l'esigenza per l'Unione di assumersi la responsabilità e l'onere di partecipare alla gestione delle crisi e alla prevenzione dei conflitti al di là dei suoi confini. A dieci anni di distanza, siamo ancora lontani dal raggiungere l'obiettivo di fondo della Pesd, quello di dotare l'Europa di una capacità di proiezione autonoma a misura di quelle ambizioni. I problemi di fondo, come sempre nella storia della costruzione europea, sono di natura politica. Ma la crisi finanziaria in corso certamente non aiuta. I bilanci militari sono infatti ovunque - persino oltre Atlantico - sottoposti alla mannaia dei tesorieri nazionali, indaffarati a recuperare risorse per far fronte alla crisi. E soprattutto in Europa, l'insostenibilità crescente di spese per far fronte ad obiettivi strategici totalmente irrilevanti nel mondo di oggi è un problema manifesto. Ha senso oggi mantenere eserciti ed armamenti essenzialmente predisposti alla difesa territoriale e a fronteggiare minacce convenzionali che verrebbero dal fronte orientale del continente, cioè dalla Russia o addirittura da un partner strategico dell'Ue e della Nato? Abbiamo ancora bisogno di carri armati e di artiglieria pesante, o non piuttosto di trasporto aereo strategico e tattico, di mezzi di terra leggeri e polifunzionali per le missioni internazionali, nonché di comunicazioni più efficienti? La risposta a queste questioni sembrerebbe lapalissiana, ma non lo è ancora nei bilanci, e nemmeno nel calendario politico dei responsabili europei della Difesa. I dati, nudi e crudi, ci dicono che la spesa militare annuale dei 27 Stati membri ammonta aduna cifra complessiva davvero ragguardevole, 201 miliardi di euro. Di questi, il 55% serve a mantenere quasi 2 milioni di uomini e donne in divisa: oltre mezzo milione in più della superpotenza Usa, che spende peraltro solo il 20% del proprio bilancio militare per il personale. E, a differenza degli Usa, che presidiano con truppe tutte le zone calde del globo, il 70% delle forze di terra europee non è in grado di operare fuori dal territorio nazionale. E ancora: gli Usa spendono il 29% del budget militare in investimenti - soprattutto ricerca e sviluppo - mentre gli europei vi dedicano solo il 19%. C'è ben poco da sorprendersi quindi se la somma della spesa militare dei 27, pur ammontando ad un quarto di quella mondiale, produce un'efficienza ben al di sotto di quella soglia. E, si badi bene, i dati disaggregati peggiorano notevolmente il quadro a livello nazionale: perché rispetto a qualche attore europeo tuttora dotato di qualche capacità di proiezione globale (Regno Unito e Francia), e di bilanci relativamente «robusti» per sostenere lo sforzo relativo, la situazione della maggioranza degli altri Paesi (Italia e Germania incluse) palesa grande inadeguatezza sia sul piano della quantità che della qualità della spesa. È ora di invertire, una volta per tutte, questa tendenza ostinata e perniciosa (anche per i contribuenti) alla irrilevanza strategica dell'Europa. Come fare? Vedo tre vie per cambiare rotta: - quella della razionalizzazione. Non poche voci di spesa potrebbero essere eliminate o drasticamente ridotte, armonizzando progressivamente a livello europeo pianificazioni, investimenti e compatibilità operativa fra gli equipaggiamenti. Era questa, fra le altre, l'ambizione della Agenzia Europea di Difesa - un progetto finora sistematicamente ed incautamente osteggiato da molti Ministeri della Difesa. Per dirla con Nick Witney, che ne fu il primo Direttore, autore anche del recente rapporto dell'European Council on Foreign Relations Re-energising Europe`s Security and Defence Policy, «la carenza cronica di mezzi e personale qualificato, e la mancata modernizzazione degli equipaggiamenti significa che molti dei duecento miliardi sono semplicemente sprecati»; - quella istituzionale, legata alla entrata in vigore del Trattato di Lisbona. L'attesa ormai spasmodica dell'ultimo anello dell'interminabile catena di ratifiche fa ombra alla constatazione che una Unione finalmente dotata di strutture operative e riconoscibili sulla scena mondiale (un responsabile della politica estera comune; un Servizio diplomatico integrato; cooperazioni strutturate di Difesa) non avrà più alibi che le consentano di evadere le responsabilità che le competono per il mantenimento della pace e della sicurezza globale; - quella della politica e del dialogo multilaterale. Sembra banale affermarlo, in epoca di conflitti all'apparenza decentrati quanto irrisolvibili, ma la via maestra per la riduzione delle spese militari è quella della risoluzione nonviolenta dei conflitti. È la via perorata dal neo-Presidente Obama, inclusa l'aspirazione ad un disarmo nucleare generalizzato. Ma è anche la via perorata da tanti attori europei di risonanza mondiale, fra i quali mi piace ricordare Science for Peace, il movimento lanciato dalla Fondazione Veronesi. Come pure la storia e il vissuto del Partito Radicale Transnazionale, che del metodo nonviolento ha fatto la sua bandiera, da sempre. *Vicepresidente del Senato





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