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>> L'Unità


LE STREGHE CHE SI RIBELLANO ALLE MUTILAZIONI GENITALI

L'Unità - 15 novembre 2009 L'impegno delle donne ha fatto sì che nei paesi africani l'infibulazione abbia avuto una riduzione del 30%. Ma ora ci vuole la messa al bando di Emma Bonino e Rita Ghedini Roma - "Una volta qualcuno ha detto che l'amicizia è un rapporto a due dove ognuno è convinto di essere quello che ha avuto di più e dato di meno" scrive Silvana de Mari ne "Al gatto dagli occhi d'oro" (Fanucci, 2009) descrivendo le relazioni intense e potenti tra un gruppo di adolescenti, che crescendo insieme cambiano il proprio destino individuale e la qualità del contesto in cui vivono, un contesto in cui povertà ed emarginazione si traducono ordinariamente in discriminazione e violenza contro le bambine e le donne. M.me Mariam Lamizana, Presidente del CIAF (Comitato Interafricano sulle Pratiche Tradizionali) intervenendo a margine della Conferenza internazionale «Dal Cairo a Ouagadougou: verso l'interdizione totale delle mutilazioni genitali femminili», tenutasi a Ouagadougou in Burkina Faso dall'8 al 10 novembre, ha detto «tutto questo è il portato di un'amicizia, di un'amicizia tra donne che hanno creduto di poter cambiare le cose». Lo ha detto parlando ad un gruppo di donne e di uomini, numerosi questi ultimi, ospiti del «Centro per la salute riproduttiva delle donne e la prevenzione delle mutilazioni genitali femminili» di Ouagadougou gestito da AIDOS, un'ONG fondata da donne per aiutare le donne nel mondo a promuovere e difendere i propri diritti e a migliorare, insieme alla propria condizione, le condizioni di sviluppo delle proprie comunità. La storia delle donne conosce e riconosce il potere trasformativo delle relazioni femminili. Qui a Ouagadougou questo potere è espresso in tutta la sua forza. Basta guardare il palco e la platea della Conferenza, dove siedono First Ladies di 18 paesi africani, Ministre, Diplomatiche, Parlamentari e funzionarie delle delegazioni europee, giornaliste, bambine, ragazze, donne di ogni età ed estrazione. Basta guardare ed ascoltare le storie delle donne che frequentano il Centro di AIDOS e che ne hanno fatto, nel tempo, non solo un luogo di cura e di promozione della salute, ma anche un motore per lo sviluppo dei diritti civili delle donne e degli uomini, dei bambini e delle bambine, un luogo di promozione dell'emancipazione e dello sviluppo economico per tutti coloro che vivono nel poverissimo distretto in cui è stato costruito. Qui, alla Conferenza come al Centro, il modello politico della creazione delle reti per lo sviluppo, del multilateralismo, della cooperazione territoriale si invera nelle parole di ciascuna, nella descrizione dei risultati ottenuti in dieci annidi lavoro per contrastare la pratica delle mutilazioni genitali femminili e raggiungere l'obiettivo, fissato al 2015 della «tolleranza zero» in tutto il mondo. Diventa evidente come la rete delle donne abbia attivato la rete delle Organizzazioni non Governative e dei Governi consentendo di raggiungere risultati apprezzabili: 18 dei 28 Paesi africani in cui si praticano FMG hanno introdotto Leggi che condannano la pratica delle FMG, in come reato contro la persona; molti altri, pur non avendo ancora normato, hanno avviato campagne di sensibilizzazione ed educazione della popolazione. I risultati si vedono: nel passaggio tra generazioni si osserva una riduzione del 30% della pratica: trenta madri su cento decidono che le loro figlie «non saranno tagliate e chiuse». Certo, si tratta di una media, fatta dal - 50% della Guinea Bissau e del Togo e, per contro, solo dal - 5% di Djibouti o del -9% del Mali: molto lavoro deve, quindi, essere ancora fatto. Per questo sono importantissime le conclusioni contenute nella risoluzione finale della Conferenza: 1) adottare in tutti i Paesi la legge per la messa al bando delle FMG; 2) armonizzare e coordinare le legislazioni nazionali in materia, soprattutto sotto l'aspetto della natura ed intensità delle sanzioni, al fine di evitare l'irrilevanza della legislazione sui comportamenti e di contrastare la mobilità transfrontaliera fra Paesi, finalizzata all'aggiramento della legge; 3) promuovere campagne di informazione e di sensibilizzazione della popolazioni e degli operatori più direttamente coinvolti (operatori sanitari, insegnanti, poliziotti, magistrati, autorità civili, politiche e religiose) nonché misure di sostegno alle donne che decidono di sottrarsi e sottrarre le donne della propria famiglia alla pratica, per evitarne l'emarginazione, l'esclusione sociale e, conseguentemente, la povertà; 4) promuovere gli accordi fra i Governi necessari a pervenire alla stesura e all'assunzione di una specifica Risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per la messa al bando definitiva delle FMG. Mi sembra importante sottolineare che l'attenzione e l'impegno di tutti gli Stati e degli Organismi Mondiali è fondamentale anche per evitare che alla riduzione della pratica nelle aree tradizionalmente interessate corrisponda l'incremento nelle aree oggetto di immigrazione. Su questo, per tutti, un dato che riguarda l'Italia: una ricerca commissionata dal Ministero delle Pari Opportunità Italiano stima in circa un migliaio le bambine e le adolescenti interessate o esposte al rischio di subire questa pratica. «E' mia la decisione di parlare di queste cose, perché è vietato, se lo fai sei una strega» dice Maryam, bambina somala immigrata del libro di De Masi. Le donne che si ribellano alla sopraffazione, che parlano, che operano insieme alle altre donne per cambiare la loro condizione e quella delle loro comunità da sempre sono «streghe»: lavoriamo perché la loro «magia» non si esaurisca.





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