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L’ACEA AI PRIVATI? PRIMA IL PROGETTO

Il Sole 24 Ore - 11 febbraio 2010 di Emma Bonino Sul futuro dell’Acea si sta giocando una partita a dir poco opaca. Sento quindi il bisogno di evocare tre aspetti per me fondamentali. Primo: il gruppo Acea si occupa sia di servizi pubblici in regime di monopolio locale regolato sia - con la partecipazione di AceaElectrabel - di attività in concorrenza con molti altri operatori (produzione, trading e vendita di elettricità, vendita di gas). Riguardo a queste ultime, non vedo perché impiegare capitale pubblico sottraendolo ad altri usi di pubblico interesse che, per un Comune, dovrebbero essere prioritari. Per quanto concerne invece le attività regolate (acqua, distribuzione di energia, rifiuti) credo che la strategia non possa che mirare ad una loro gestione trasparente, affidabile ed efficiente. Le decisioni di tipo societario devono venire dopo, vincolandole alla realizzazione della strategia stessa. Quindi: discutiamo di un vero progetto industriale di sviluppo e valutiamo in base a questo le ricadute di assetto societario. Le questioni industriali da affrontare sono molte e serie e non mi sembra che l’azionista di riferimento di Acea, il Comune di Roma, abbia espresso in tempi recenti un pensiero chiaro. Per esempio, nulla si sa su come Acea debba muoversi di fronte alle prossime gare di affidamento del servizio di distribuzione del gas. Oppure su come s’intenda consolidare la sua presenza nella termovalorizzazione, anche con l’obiettivo di portare a stabilità l’intero ciclo dei rifiuti del Lazio con tariffe sostenibili. E qui arrivo al secondo aspetto, che riguarda l’acqua. Acea è il gestore industriale del servizio idrico integrato per otto milioni di persone, non solo a Roma, ma in Lazio, Toscana, Umbria e Campania. Quindi, il modo in cui si sceglierà di applicare l’art. 15 del decreto 135 (che disciplina l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali nel quadro della legge sulla privatizzazione dell’acqua) avrà impatti a livello nazionale. Ciò impone alla classe politica romana e laziale il massimo di saggezza e di responsabilità. Smettiamola di dire, ad esempio, che la norma nazionale “obbliga” alla privatizzazione, perché non è così. La norma dice che se il Comune non scende entro il 2015 fino al 30% si dovranno mettere a gara le concessioni idriche, a cui potranno partecipare anche società pubbliche, seppure in via eccezionale, e miste pubbliche-private. E’ fuor di dubbio che sprechi e dispersioni nella rete idrica impongono decisioni rapide, ma l’idea che basti la mano del privato a risolvere le inefficienze si è già rivelata in tanti casi sbagliata. Abbiamo qui nel Lazio un clamoroso esempio di malfunzionamenti come quello di Acqualatina, la società che gestisce le risorse idriche nell’area pontina: nonostante sia il privato a comandare, Acqualatina ha perso in questi anni oltre 4 milioni di euro mentre le tariffe sono schizzate vertiginosamente. La fretta, poi, è spesso cattiva consigliera tanto più che stiamo aspettando il pronunciamento della Corte Costituzionale sull’art. 15. Se la norma sarà confermata, occorrerà mettere a gara il servizio idrico integrato. Nel caso di Roma, ciò permetterebbe di introdurre una serie di novità e di miglioramenti sulla vecchia concessione in essere, soprattutto rafforzando gli strumenti di tutela dei cittadini e di monitoraggio e controllo della qualità del servizio. E se la politica nazionale continua a rimanere inerte circa l’istituzione di un’ Autorità indipendente di controllo nel settore idrico, le istituzioni locali potrebbero rompere gli indugi e costituire un’Autorità regionale, mettendo a frutto le esperienze tecniche già esistenti in ambito pubblico. Insomma, a ben guardarlo l’art. 15 pone un’alternativa fra privatizzazione senza liberalizzazione (il peggiore dei mondi possibile) e liberalizzazione pura e semplice. E mi sembra francamente discutibile che il Sindaco di Roma voglia correre verso la privatizzazione senza liberalizzazione, portando come argomento il solo pannicello caldo di un “obbligo di legge” che non esiste ed eludendo ogni seria analisi di strategia industriale. Infine, il terzo aspetto è che ritengo sbagliato che su una partita simile il Comune di Roma giochi da solista. L’ente regolatore dell’acqua è la Provincia, quello dei rifiuti è la Regione che fornisce anche le linee guida sulle gare nel settore del gas. Il futuro di una delle più importanti imprese italiane nel settore energetico e idrico deve essere concertato fra Comune, Provincia e Regione, con un’ampia e trasparente discussione in cui coinvolgere tutte le forze sociali ed economiche, tenendo conto che le decisioni che si assumeranno avranno un impatto sull’intera economia romana e laziale come su tanti altri territori confinanti.





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