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NUCLEARE? VOGLIAMO VEDERCI CHIARO. RADICALI CONTRO I 72 DEMOCRAT ATOMICI

Il Riformista - 22 maggio 2010

di Emma Bonino ed Elisabetta Zamparutti

Abbiamo letto con attenzione quanto recentemente scritto a Pier Luigi Bersani da un nutrito gruppo di intellettuali, scienziati, imprenditori e parlamentari per chiedere di non chiudere la porta al nucleare e di non cedere a posizioni demagogiche e antiscientifiche. 
Ma non abbiamo trovato nell'appello elementi che possano corroborare quel rigore intellettuale e scientifico che i sottoscrittori auspicano in nome della concretezza. Abbiamo semmai colto un "sì" a prescindere, soprattutto dagli aspetti economici, con una propensione, in primo luogo, a ridicolizzare gli argomenti di chi è oggi contrario a questo piano nucleare, come se si trattasse solo di paragonare centrali nucleari a "masserie fosforescenti". Se una funzione noi Radicali possiamo svolgere è quella di non lasciar margini ai fondamentalismi in alcun tema di dibattito politico ma di richiamare con costanza all'esercizio del confronto. Per questo, rispetto agli argomenti contenuti nella lettera-appello a Bersani avanziamo intanto alcune considerazioni. 
In merito all'attuale dipendenza energetica che, ci si dice, grazie al nucleare troverebbe una soluzione, invitiamo a guardare alla Francia, dove la scelta del «tutto nucleare» porta ad affermare ufficialmente da trent'anni che «il nucleare assicura l'indipendenza energetica». In realtà, oltralpe si registra la percentuale di prodotti petroliferi nel consumo finale di energia più alta rispetto a quanto accade negli altri tre grandi Paesi europei, Germania, Regno Unito e Italia. Così come un francese consuma pro-capite più petrolio di un tedesco, un inglese o un italiano. L'immenso parco atomico non riduce affatto la dipendenza della Francia dal petrolio! Come potrebbe farlo, ci chiediamo, il programma del Governo italiano che vede un contributo del nucleare al consumo di energia finale solo del 4,5 per cento? Senza contare che il nucleare comporta comunque una dipendenza dall'uranio, materiale totalmente importato, le cui riserve sono limitate e il cui costo, in una prospettiva di sviluppo nucleare su ampia scala, è destinato ad aumentare insieme alle tensioni per l'approvvigionamento. 
Viene poi sottolineato l'ancora scarso apporto delle rinnovabili. Eppure, nel 2008, il mondo ha visto un maggior contributo (il 19%) di queste ultime alla produzione globale di elettricità rispetto al nucleare (il 13%). Mentre la Germania, maggior potenza economica europea, con convinzione sviluppa l'efficienza energetica e sostiene le rinnovabili dalle quali viene ritenuta possibile la copertura di pressoché tutto il fabbisogno energetico del Paese al 2050. 
Quanto all'affermazione che non vi è «da un punto di vista ambientale programma internazionale accreditato per la riduzione di C02 che non veda anche il ricorso al nucleare», l'Agenzia internazionale dell'energia ha già spiegato che il 45% della riduzione può derivare dall'efficienza energetica, il 10% dalle rinnovabili e solo il 6% dal nucleare. E, se tutte le opzioni vengono esaminate dall'Aie, questo non significa che tutte devono essere sviluppate: se il nucleare si dimostra troppo caro o troppo pericoloso nessuno impone di perseguirlo. 
Per questo è perlomeno sorprendente che non una parola sia stata dedicata dai firmatari dell'appello ai costi del "rientro nel nucleare italiano", vale a dire tra i 25/30 miliardi passibili, guardando alle esperienze francesi e finlandesi, di forti lievitazioni: costi francamente poco sostenibili in questa stagione di "lacrime e sangue", essendo evidente che - come ovunque - il nucleare non si rilancia con investimenti privati solamente. O leggere parole come: «II teina dello smaltimento, del deposito e della sicurezza di tutti i rifiuti nucleari, ad esempio, ci riguarda indipendentemente dalla scelta di costruire nuove centrali». E vero semmai il contrario: occorre tenere conto di questi gravi problemi quando si deve scegliere se realizzare o meno centrali perché nessuno ha il diritto di emettere un "assegno in bianco" ai promotori del nucleare se gli aspetti legati alle scorie non sono regolati in maniera soddisfacente. Tanto più che il reattore Epr che dovremmo importare è all'indice delle autorità nazionali per la sicurezza nucleare di Francia, Finlandia e Regno Unito. 
Sappiamo di non essere le sole a ritenere che il nucleare non sia abbastanza flessibile per far fronte alle minacce dei cambiamenti climatici nel breve periodo. La realizzazione di centrali richiede decenni di pianificazione, tempi lunghi per la predisposizio ne di un assetto di regolamentazione, la costruzione e le verifiche, prima di arrivare a produrre elettricità. Soluzioni più economiche e agili, tra cui l'efficienza energetica, secondo noi devono prevalere. 
Insomma, dopo l'annuncio del premier di voler promuovere per un anno una campagna di "convincimento" sul nucleare, l'iniziativa dei firmatari dell'appello ci pare vada esattamente nel senso di una negata piena conoscenza della posta in gioco. Un fatto che ci conferma nell'urgenza di organizzare a Roma, il 17 e 18 giugno, un convegno che affronti il tema dell'informazione su quanto ci apprestiamo a fare come sistema-Paese. Sono invitati i presidenti di quelle Regioni in cui è "prevista" la realizzazione di centrali, nessuno dei quali, da candidato, ha detto però di volerle sul proprio territorio. Ci saranno anche esperti del mondo della comunicazione e dell'informazione per analizzare i dati di cosa, quanto e come sia stato finora detto sul tema. Un'occasione, insomma, per una discussione non solo aperta ma anche «informata e con dati di fatto», proprio come invocato dai firmatari dell'appello.





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