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LO SVILUPPO MUTILATO DELLE DONNE

Il Riformista - 24 settembre 2010

di Emma Bonino

In questi giorni mi trovo a New York per promuovere una risoluzione all'Assemblea Generale dell'Onu per la messa al bando universale delle mutilazioni genitali femminili (MGF). Una richiesta avanzata da molti Paesi arabi ed africani dove la pratica è diffusa, e sostenuta con convinzione dal Governo italiano. Ebbene, a me piacerebbe che il tema di questa campagna, così come lo abbiamo affrontato nel corso degli anni e con i risultati che abbiamo ottenuto, fosse guardato come un nuovo paradigma di un modo altro, diverso, più efficace di aiuto pubblico allo sviluppo. I risultati non proprio esaltanti echeggiati in questi giorni sugli Obiettivi del Millennio confermano che il perdurante modello di aiuto allo sviluppo non sia stato capace di adattare la propria filosofia di fondo alle nuove realtà avvenute dopo il crollo del Muro di Berlino e le mutazioni nelle relazioni geopolitiche che ne sono conseguite. Mutazioni che hanno in qualche modo scavalcato il paradigma classico - penso ad esempio ai vecchi rapporti tra donatori e beneficiari - dell'aiuto allo sviluppo.

Non appartengo certo alla schiera dei catastrofisti. Anzi, in realtà tutti gli indici dello sviluppo umano hanno avuto dei miglioramenti negli ultimi anni. Ma questi risultati sono troppo lenti e modesti per poter scusare, a fronte poi di promesse mirabolanti, la carenza o lo zero assoluto di aiuto allo sviluppo di alcuni Paesi, tra cui il nostro. Per questo auspico che questa campagna sia analizzata dai governi, dai parlamenti, dall'Onu, dagli organismi multilaterali, dalle ONG soprattutto africane, secondo un paradigma che ci porta a riflettere sui grandi temi - ad esempio la povertà in alcune zone ancora molto estese del nostro mondo - suggerendoci un modo diverso di affrontare la questione.

Perché indico questa campagna come nuovo paradigma? Perché quella che stiamo affrontando con le MGF è una grande questione sociale, figlia di una grave violazione dei diritti umani e civili di base, in particolare il diritto all'integrità fisica, con conseguenze mediche, sociali e psicologiche drammatiche: per questo non basta curare o "medicalizzare" tali conseguenze, come pure alcuni hanno tentato di fare in anni passati rendendosi poi conto che non era una risposta adeguata.

Non voglio scomodare Amartya Sen e la sua teoria dello sviluppo come libertà, ma nell'immediato si può e si deve puntare ad iniziative che tendano a rafforzare lo Stato di diritto ed il ruolo, il protagonismo, i diritti e i doveri delle persone, in un quadro normativo certo ed omogeneo. Questa, ritengo, sia la strada da studiare, e perseguire, con grande attenzione. Il nuovo paradigma, appunto.

E rimango convinta, anche se c'è chi si ostina a non vederlo, che il movimento più vivace, innovativo e foriero di sviluppi importanti nel Sud del mondo sia sicuramente quello al femminile. Penso anche che considerare leggi e legalità non come un privilegio dei Paesi ricchi ma come la base per uno sviluppo sostenibile, ci aiuterebbe ad affrontare, senza stereotipi né schematismi, altri problemi che la cronaca ci offre ogni giorno per quanto riguarda, per esempio, l'integrazione degli immigrati; ci aiuterebbe anche a capire che non facciamo un piacere a nessuno, e tanto meno alle persone coinvolte, se accettiamo, facendo finta di essere più tolleranti, pratiche nefaste che negano la dignità della persona con l'alibi che "sono le loro tradizioni". Troppo spesso succede che ci si ritiri su posizioni conservatrici, quando non reazionarie, pur di essere "lasciati in pace" invece di sostenere la parte più coraggiosa, quella che si espone di più.

Insomma, non basta definire "tradizione" certe pratiche perché siano accettabili: questo non perché lo diciamo noi, ma perché sempre di più lo dicono loro, come faranno lunedì 27 settembre un gruppo di attiviste africane reduci da New York che prenderanno parte alla tavola rotonda organizzata da Non c'è Pace senza Giustizia e dal Partito Radicale Transnazionale (dalle 11 alle 13, presso la sede di Via Torre Argentina 76).

Sono orgogliosa di aver sostenuto, insieme a molti colleghi, questa lotta contro le MGF. Ed è anche merito dei nostri Governi, di destra come di sinistra, di aver tenuto ferma tale priorità, anche in momenti difficili in cui alcuni partner importanti sembravano non cogliere la necessità di questa iniziativa, o forse erano distratti, o magari contrari, proprio perché avevano chiarissimo il suo carattere rivoluzionante. Ciò è tanto vero che già adesso il Comitato Interafricano sulle pratiche tradizionali, che si è molto speso per questa campagna, stia già riflettendo sulle nuove campagne da lanciare contro  "tradizioni" una volta imperanti anche da noi, come i crimini d'onore o i matrimoni imposti: è come se il fiume avesse rotto gli argini, dove altri diritti e altri doveri stessero traboccando per essere meglio rispettati e meglio esercitati.





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