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MEDIO ORIENTE: ADDIO ALLE DITTATURE E ALLA PENA DI MORTE

Other News - 30 settembre 2011

di Emma Bonino

L’approvazione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel dicembre 2007 della Risoluzione in favore di una Moratoria Universale contro la pena capitale è stata una tappa fondamentale non soltanto per la campagna contro la pena di morte ma anche per l’affermazione dello stato di diritto e di tutti quei diritti naturali storicamente acquisiti spesso codificati nelle leggi nazionali ma non sempre rispettati.

Dopo il voto, i soliti proponenti della realpolitik ne hannoo subito sminuito la portata, asserendo l’inutilità del provvedimento. Se è vero che l’ONU non ha il potere di obbligare nessuno Stato membro ad abolire la pena di morte, sono però innegabili la spinta morale e il messaggio politico inviati dalla risoluzione. Per la prima volta, l’ONU ha affermato che la pena capitale è una questione che attiene ai diritti individuali e non ad una semplice questione interna dei sistemi giuridici nazionali. La risoluzione mantiene altresì che con la scomparsa della pena di morte si verificherebbe un importante progresso per quanto riguarda i diritti umani.

Come documentato dall’ultimo rapporto di Nessuno Tocchi Caino, sono molti gli effetti concreti registrati in molti paesi a partire dal voto del 2007.

La recente abolizione della pena di morte in molti dei 50 Stati americani – dove le esecuzioni sono scese dalle 52 nel 2009 alle 46 nel 2010 –, la diminuzione che sta avendo luogo in Cina, quella del numero dei crimini puniti con la morte in Cina e Vietnam, e le migliaia di sentenze di morte commutate in Pakistan, Kenya, Etiopia, and Birmania sono elementi non irrilevanti. Benché non possiamo considerarli come preludio all’abolizione della pena di morte, essi costituiscono una netta indicazione che il mondo sta andando nella direzione indicata dall’ONU.

Uguale importanza è rivestita dall’abolizione in questi anni in Africa, in paesi come il Ruanda e il Burundi, simboli di un continente sconvolto più di ogni altro nella storia recente da tragedie umane: genocidi, mutilazioni, stupri di massa, esecuzioni sommarie e deportazioni.

Il mandato d’arresto emesso nel 2009 dalla Corte Penale Internazionale nei confronti del presidente del Sudan Omar Al Bashir per i massacri in Darfur era ha formato un preludio giudiziario allo sviluppo politico che presto avrà luogo in molti paesi arabi e non solo: la fine del mito dell’invincibilità dei dittatori che hanno comandato per decenni.

A gennaio, dopo 23 anni di dittatura, Ben Ali ha lasciato la Tunisia e il governo ad interim di unità nazionale ha annunciato la ratifica dei principali trattati internazionali, a cominciare dallo Statuto di Roma che crea la Corte Penale Internazionale, e l’abolizione della pena di morte.

In Egitto, proprio Hosni Mubarak rischia di esser vittima di quel boia che durante i suoi trent’anni di potere ininterrotto si è attivato 40 volte. Ali Abdalla Saleh in Yemen e Bashara al-Assad in Siria stanno resistendo, ma al prezzo di una guerra che hanno scelto di scatenare contro le proprie popolazioni.

La CPI ha emesso un mandato d’arresto anche contro Muammar Gheddafi, per crimini contro l’umanità. In Marocco dopo le gigantesche manifestazioni anti-establishment di febbraio, il Re Mohammed ha deciso di rilasciare 92 prigionieri politici, commutare cinque sentenze di morte e trasformare la monarchia assoluta in una monarchia costituzionale. In Giordania, il boia non lavora dal 2006 e questo indica che la monarchia si è incamminata verso l’abolizione. In Libano vi è una moratoria di fatto dal 2004 ed è stata abolita costituzionalmente anche da Gibuti.

Lo scorso dicembre questi ed altri paesi arabi, inclusi Bahrain, Emirati Arabi, Mauritania, e Oman, astenutisi in occasione del primo voto all’ONU, non si sono opposti alla seconda risoluzione approvata dall’AG. L’Algeria non si è limitata a votare in favore ma ne è stata co-sponsor.

Per estirpare una volta per tutte il principio aberrante e contraddittorio secondo cui la vita si difende con la morte, i paesi che hanno appoggiato la moratoria ONU devono ora assicurarsi che questa venga pienamente applicata.

Ma non ci sono solo buone notizie: il rapporto di Nessuno Tocchi Caino indica che l’Iran, uno dei paesi che più di tutti pratica la pena capitale, ha iniziato l’anno con una spirale di esecuzioni. Negli ultimi anni la Corea del Nord le ha triplicate e in Iraq, sotto il governo “democratico” di Nouri al-Maliki, la mano del boia non si è fermata.

In Cina come in Iran, in Corea del Nord come in Iraq, sarà l’azione della “democrazia parallela” del Partito Radicale che dovrà compensare per la mancanza di una presenza ufficiale del cosiddetto mondo liberale, civile e abolizionaista. E’ stato il leader radicale Marco Pannella che, a seguito dell’annuncio della condanna a morte di Tarek Aziz, ha intrapreso uno sciopero della fame per ottenere “una moratoria contro la pena di morte anche per Tarek Aziz”, da un lato per rompere la continuità tragica con l’ondata di sanzioni sotto Saddam Hussein, e dell'altro per preservare un testimone chiave per la ricostruzione storica dei fatti e delle responsabilità del regime fino allo scoppio della guerra – una guerra che, come ormai chiaramente e ampiamente documentato, fu lanciata da Bush e Blair con il preciso scopo di impedire la pace e la realizzazione del nostro progetto per un Iraq libero attraverso l’esilio di Saddam Hussein e l’installazione di un’amministrazione fiduciaria dell’ONU.





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