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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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LA NUOVA BATTAGLIA DI EMMA? FAR SPARIRE ANCHE GLI ULTIMI BURQA

di Veronica Gervaso SETTEMBRE 1997: Emma Bonino vola a Kabul per denunciare il regime dei Talebani. Arrestata dalla “milizia per la repressione del vizio e la promozione della virtù”. Riesce rapidamente a farsi rilasciare. Cinque anni dopo il suo avventuroso viaggio a Kabul, dove finì in carcere, l’esponente radicale ritorna su quei passi. Ha persino imparato l’arabo, dice, per capire meglio giornali e tv. E per prendere di petto la questione femminile. Ma che ci fa Emma Bonino da sei mesi in un appartamento al Cairo? Ebbene sì, impara l’arabo. Laureata in lingue alla Bocconi ed ex insegnante, la signora delle grandi cause e delle sfide impossibili è convinta che il primo passo per capire la società islamica sia quello di studiarne la lingua. Così, dopo l’ultimo sconfortante risultato elettorale dei radicali, con un po’ di amaro in bocca, ha deciso di prendersi una vacanza dalla scena italiana, lanciandosi anima e corpo tra le maglie della cultura mediorientale: “Voglio essere in grado di leggere arabi e seguire Al Jazeera, così loro guardano la Cnn”. Ora l’esponente radicale è addirittura sul piede di partenza per l’Afghanistan. L’ultima volta che toccò il suolo di Kabul fu nel 1997: nel giro di poche ore, l’allora commissario europeo per i diritti umani finì in un carcere talebano perché il gruppo di cui faceva parte (18 persone, tra giornalisti e funzionari dell’Unione europea) aveva ripreso in un ospedale scene in cui comparivano alcune donne afghane. E la cosa non fu gradita alla Milizia per la repressione del vizio e la promozione della virtù. “A un certo punto, quando c’è stata grande confusione, tutto poteva succedere… Mi hanno puntato un Kalashnikov”, racconto allora la Bonino. Durissime le reazioni. Il vicesegretario del Consiglio d’Europa, Hans Khristian Krueger definì il fermo “scandaloso e intollerabile” e il ministro degli Esteri tedesco Klaus Kinkel addirittura “infame”. Da allora sono passati cinque anni, i soldati di Allah sono stati sconfitti, ma molti pregiudizi covano ancora sotto il burqa. Emma torna alla carica, a battersi per i diritti umani e contro le discriminazioni sessuali. Lei, che cinque anni fa denunciò al mondo la cieca ferocia dei fondamentalismi coranici e fece conoscere a un’Italia prima distratta, poi sconcertata, le sofferenze e le umiliazioni delle donne di Kabul, ha colto la palla al balzo per riprendere la sua lotta. A invitarla nella nascente e precaria democrazia post talebana sono state le donne del governo afghano, d’intesa con il movimento delle loro connazionali fuggite all’estero. Obiettivo: organizzare a latere della Loja Jirga, la grande assemblea tradizionale dei clan tribali afghani, un meeting tutto al femminile che rilanci la questione dei diritti delle donne afghane e della loro presenza nel futuro esecutivo. Un appuntamento cui guarda con attenzione anche il neopremier Karzai, il quale spera di ottenere dagli stati generali delle autorità tribali sostegno al suo governo. La data, originariamente fissata per il 10 giugno, è ancora incerta: finché i signori della guerra non deporranno le armi non sarà confermata. Emma attende, pronta semipro a rompere le uova nel paniere di chi, anche con lo scetticismo, cerca di romperle a lei. Ma le difficoltà sembrano infondere una bellicosa linfa a questa provocatrice fuori dal coro. Tra le sue imprese più spericolate, i due arresti a Varsavia e a New York negli anni ’80, una sparatoria in Somalia, un rocambolesco trasferimento in elicottero su un peschereccio spagnolo, fino al picchettaggio di Palazzo Chigi (tre giorni e tre notti in pieno inverno) per strappare al governo Prodi il rinnovo delle concessioni a Radio Radicale. La folgorazione per l’Egitto comincia a giugno quando viene invitata al Cairo per assistere al processo di Nawal El Saadawi, scrittrice e simbolo del femminismo egiziano militante. La Bonino definisce “l’apartheid sessuale un crimine contro l’umanità” e vede nel Medioriente “una polveriera sulla quale siede l’Europa, un campo di politica internazionale lasciato vuoto”. Com’è nella sua natura la Bonino vuole capire gli uomini e i problemi dall’interno. E in poco tempo eccola sprofondata nella lotta per i diritti civili nel mondo arabo. Dal suo quartier generale del Cairo si muove per visitare e studiare anche i Paesi vicini. L’ultimo viaggio, prima del nuovo progetto Afghanistan, l’ha portata nello Yemen e in Arabia Saudita, dove ha incontrato il principe Abdallah, autore della famosa proposta si pace fra israeliani e palestinesi. C’è da giudicare che questo Don Chisciotte della politica, pragmaticamente utopista, lascerà anche stavolta il segno. La paura – lo dimostrò camminando a capo scoperto fra gli sbigottiti talebani – è un sentimento che non le appartiene.





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