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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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DA PANNELLA ALLE PIRAMIDI

L'ex commissario Ue Emma Bonino da due anni vive al Cairo. Per studiare l'arabo. Continuare le battaglie. E accettare le sconfitte di Stefania Rossini Ci ha pensato un po’ Emma Bonino prima di accettare questa intervista sentimentale. L’anima radicale, avvezza a sospettare trappole, la tratteneva. La curiosità del carattere, che l’ha portata a fronteggiare prove ben più serie, la tentava. Ma ciò che ha vinto sull’ombrosità politica è stata alla fine una disponibilità tutta femminile. Provare a riannodare con un’estranea i fili delle proprie emozioni è in fondo una piccola sfida. Ed Emma non è una donna da sottrarsi alle sfide. Anzi, come è sempre avvenuto per le sue scelte piccole o grandi, anche stavolta non si è concessa senza mezze misure: “Se si fa una cosa, la si fa bene”, ci ha annunciato. Interessata in modo autentico al racconto di sé, ha parlato così per ore nella sua piccola e bella casa di Trastevere che è un perfetto mix di decoro borghese, casual giovanile e dettagli personali. Ha narrato gli inizi e gli approdi, ha dato per scontati i grandi successi da commissario europeo, ma non le appassionate battaglie radicali, ha rintracciato i dolori e i piaceri che si possono dire. Fino alla scelta recente di vivere nel caldo soffocante di un palazzone popolare del Cairo allo scopo dichiarato di imparare l’arabo, scelta che i più considerano bislacca. E che ci induce a cominciare proprio da lì. Lo confessi finalmente. Che cosa ci fa davvero al Cairo? “Studio la lingua, scopro una cultura, imparo a conoscere il mondo arabo. Se anche lei pensa che abbia un fidanzato egiziano, sbaglia di grosso”. Lo pensano in molti? “Praticamente tutti. Secondo i politici e i giornalisti italiani, per studiare si va al Mir di Boston, mica in mezzo ai musulmani. Quando qualcuno mi viene a trovare al Cairo e poi racconta di me, suscita sempre la stessa reazione: va bene lo studio, va bene la lotta alle mutilazioni genitali, va bene tutto, ma questo fidanzato egiziano della Bonino tu l’hai visto? Com’è?”. Gli egiziani sono meno maliziosi? “Si sono adattati gradualmente. Per esempio il mio portiere ha prima pensato che lavorassi all’ambasciata italiana, poi che volessi aprire una pizzeria, infine mi ha chiesto quando sarebbe arrivato mio marito. Si è arreso solo quando ha visto la casa riempirsi degli amici di Nawal el Saadawi, la più famosa femminista egiziana, di omosessuali e donne per la campagna contro l’infibulazione”. Come donna sola è almeno molto corteggiata? “Neanche un po’. Qui pensano che una donna sola di 55 anni qualche stranezza ce la deve avere. E non si può dire che si sbaglino del tutto. Anche in Italia hanno sempre pensato che fossi un po’ strana”. Forse è questa sua perenne passione per il fare che insospettisce. Semra senza pause e senza disincanti. “Chi l’a detto? Le sconfitte pesano e si cicatrizzano con lentezza.in certi periodi mi chiedo tre volte al giorno il senso di quello che sto facendo. Poi c’è sempre qualcosa che viene dall’esterno, ma spesso anche dall’interno, a ridarmi slancio. Delusioni e fallimenti non sono mai stati sufficienti a farmi decidere di aprire un ristorante”. Ce ne sono stati di cocenti? “Alcuni sì. Penso alla sconfitta delle ultime politiche, con lo sciopero della sete per ottenere visibilità che mi distrusse fisicamente e che non servì a niente. Ma penso anche a una sgradevole telefonata di D’Alema di qualche anno fa”. Che cosa le disse? “Lo ricordo come fosse ieri: era il 2 luglio 1999 e D’Alema, che allora era premier, mi rintracciò a Parigi mentre stavo intervenendo a un congresso. Mi disse: “Voglio che tu sappia in anticipo che fra un’ora farò una conferenza stampa per annunciare che il commissario europeo del mio governo sarà Mario Monti”. Rimasi senza parole, perché sapevo di aver lavorato bene nei cinque anni precedenti e contavo su una riconferma. Lui si accorse della mia delusione e aggiunse: “Se vieni a Roma, ti spiego””. Ci andò? “Certo, perché rendere le cose più facili? Ho bevuto con D’Alema uno schifoso tè a Palazzo Chigi mentre mi spiegava che l’Italia aveva bisogno di competitività e cose affini, quindi di Monti. E concludeva: “Tu in fondo le elezioni le hai già vinte e hai un bel posto da deputato europeo””. Beh, l’aveva fatta grossa. L’8,5 per cento con una lista che portava il suo nome e un sacco di voti tolti alla sinistra. “Ma anche alla destra. Infatti penso che Berlusconi fosse molto d’accordo a farmi fuori. Deve aver pensato: “Come sarebbe? Io l’ho nominata commissario e lei non solo ci diventa famosa nel mondo, ma torna qui e mi porta via pure i voti?” Come se accettare un incarico comporti un giuramento di fedeltà”. Del resto lei è fedele a un solo uomo: Marco Pannella. “Marco è la persona che ha più fiducia in me sulla faccia della terra. Ha sempre pensato che fossi in grado di fare delle cose per le quali non mi sentivo ancora pronta, come appunto il commissario europeo, scelta che impose a Berlusconi occupandogli fisicamente l’ufficio. E alla fine ha sempre avuto ragione lui: potevo farcela”. Sembra il segreto di un matrimonio riuscito: specchiarsi nella stima dell’altro… “Già, ma per motivi di generazione e anche di gusti sessuali diversi non ci è mai capitato di sentirci attratti. Questo non esclude che, a modo nostro, si tratti di amore. Anzi di più, perché gli amori passano, Marco resta”. Lei ha il nome della Bovary: sono molti i suoi amori passati? “Due fondamentali, più qualche intrattenimento di poco conto. Ma sono il contrario di una Bovary, ho avuto i primi rapporti sessuali molto tardi, a un’età che neanche confesso. Ho amato per dieci anni Roberto Cicciomessere e, prima di lui, per altri dieci Massimo Crivellino, con il quale ho condiviso l’esperienza più dura e sconvolgente della mia vita: un aborto clandestino che mi sradicò da una giovinezza ignara e mi riempì di rabbia”. Quando accadde? “Era il 1975. avevo già 27 anni, ma ero riuscita ad attraversare il Sessantotto senza accorgermi della politica e l’anno prima avevo votato per il referendum sul divorzio senza capirne il significato. Da quel momento invece tutto cambiò. Scoppiavo di indignazione: cominciai a lavorare con Adele Faccio per aiutare le donne che volevano abortire, mi autodenunciai e feci la mia prima galera”. Per questo non ha voluto più figli? “Semplicemente non sono più venuti. Più tardi, quando stavo con un ragazzo che non poteva averne, ho anche fatto un’inseminazione artificiale: un solo tentativo e non ci pensai più. Del resto, tutto il mio senso materno era già stato assorbito dall’adozione di due bambine piccole”. Come fece ad adottarle, essendo una single? “Non fu propriamente un’adozione e neanche un affido. Erano due bambine con famiglie in difficoltà e io le presi con me, avvertendo però il presidente del Tribunale dei minori, che allora era Alfredo Carlo Moro. Arrivarono che avevano la prima un anno, la seconda pochi giorni. Non erano parenti e, per i casi della vita, si chiamavano una Aurora e l’altra Rugiada”. Le ha tenute con sé per molto? “Circa quattro anni. Quando le famiglie furono nelle condizioni di riprenderle, a distanza di poche settimane l’una dall’altra, credetti di impazzire. Pur di staccarmi dall’appartamento dove le avevo cresciute, accettai l’offerta di mia madre di comprarmi questa casa di Trastevere. Che poi in realtà non è neanche intestata a me, perché mia madre non si fidava. “Con Emma non si sa mai”, diceva”. Donna previdente o egemone? “Entrambe le cose. Mia madre si chiama Catterina, con due “t”, ed è una donna speciale in tutto. La amo profondamente, ma il rapporto con lei si è sviluppato davvero solo dopo la morte di mio padre, che se ne andò prima che io facessi in tempo a dimostrargli che sapevo combinare qualcosa”. E’ un rammarico? “Molto forte. Mio padre non ha mai capito cosa fosse quell’irrequietezza che mi divorava e mi spingeva via dal suo mondo. Diceva “Emma, per me tu sei come una poesia giapponese, che sarà pure bella ma io non la capisco”. Parlava solo il dialetto ed era rimasto il contadino dei miei primi anni, quando vivevamo in una fattoria vicino a Bra”. Quindi lei ha avuto un’infanzia felice in campagna? “Felice? Un orrore, con il caldo soffocante d’estate e il gelo d’inverno. E poi i doveri precoci: già da piccolissima ogni tanto dovevo portare al pascolo le mucche e farmi mangiare dalle mosche. Per fortuna quando ho avuto sei anni ci siamo trasferiti in città. Ancora oggi odio la campagna, mentre amo il mare che vidi per la prima volta a 14 anni, quando mio padre si comprò la sua prima giardinetta”. Certo che ne ha fatta di strada. A un certo punto fu anche candidata alla presidenza della repubblica… “Magnifica quell’idea! Non ci ho creduto neanche per un attimo, ma l’ho trovata culturalmente dirompente. La prossima volta che verrà proposta una donna, nessuno sghignazzerà più costringendo Giuliano Amato, che aveva suggerito l’idea, a dire: “Mica ho proposto uno scarafaggio!””. Alle Canarie c’è persino una via che ha il suo nome. Non capita spesso in vita. “Avevo fatto molto arrabbiare i pescatori spagnoli che pretendevano di sconfinare nelle acque del Marocco. Quando alla fine li costrinsi a un accordo ne furono soddisfatti e mi ringraziarono così”. Ora non ha più tutto quel potere. Le manca? “Poter decidere è bello e importante ma la vita è una ruota. Ricordo che quando ero commissario mi stupivo che, dicendo le stesse cose che avevo sempre detto da militante radicale, venivo improvvisamente ascoltata. Ora sono tornata dall’altra parte della ruota e devo gridare di più”. A 55 anni lei mantiene uno spirito da eterna ragazza, ma non può ignorare il tempo. Come vive la sua età? “Non me ne accorgo, non ci penso mai. Trovo anzi che questa sia una bellissima età. Scompaiono le insicurezze e le inquietudini senza nome, quelle che possono annientare una giovinezza. Ora se c’è qualcosa che non va, so come si chiama”. Che nome hanno le sue nuove inquietudini? “Alcune il nome di sempre: fame nel mondo, diritti violati, libertà di ricerca scientifica, diritto alla laicità. Altre sono contingenti, come il modo di affrontare la campagna elettorale che comincia fra sei mesi”. Parla da radicale. Niente più la preoccupa come donna? “No. Vivo da tanto senza un uomo. Ho alcune amiche care e una grande confidenza con la mia solitudine”.





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