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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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>> Corriere Sette


UNA GIORNATA CON EMMA D’ARABIA

La mattina prepara l'astuccio, e guai a dimenticare la gomma. Poi va a scuola e per sette ore studia arabo. Da un anno e mezzo la Bonino vive nella capitale egiziana. Che cosa ci fa veramente qui? "E' una botta di gioventù", risponde lei. L'abbiamo seguita per verificare: e abbiamo scoperto la "missione" dell'ex commissaria Ue tra femministe e dissidenti. E la sua grande debolezza: la spaghettata notturna. di Edoardo Vigna “Erano quattro egiziane. Davanti a me litigavano sullo slogan della grande conferenza contro l’infibulazione che stavamo organizzando qui al Cairo. Non sapevano come chiamarla nei manifesti: mutilazione genitale? circoncisione? violenze corporali femminili? Nessuna di queste definizioni andava bene: una era corretta ma tecnica, l’altra era troppo esplicita, la terza sembrava generica. Alla fine si sono girate verso di me e hanno detto: “Emma, decidi tu”. Ero sbalordita, però quando l’ho raccontato a mia sorella, ha risposto: “Di che ti stupisci? Ora te lo posso confessare: negli anni ’70, quando andavi in tv a parlare di aborto, io non riuscivo a pronunciare quella parola e parlavo – asetticamente – di “interruzione della gravidanza””. Forse questo episodio dice più di tanti discorsi sul perché Emma Bonino vive nella capitale egiziana da più di un anno e mezzo. E’ una “botta di gioventù”, dice lei nello studio (il pc portatile aperto sul sito di Yahoo, una piccola stampante, i libri di George Soros sulla globalizzazione e L’Occidente e gli altri dell’amica francese Sophie Bessis) del suo appartamento al Cairo, mentre aspetta – pazientemente, ci credereste? – che torni l’acqua corrente. Una “botta” della sua gioventù femminista, radicale e combattiva, in una realtà che meno radicale, femminista e combattiva non potrebbe essere (a prima vista). “Eppure appena incontri le donne che lottano, qui, fai un tuffo in un “come eravamo” noi 30 anni fa: stesse battaglie, stesse resistenze e anche stessi eccessi. Lo sa che una moglie, se vuole, può divorziare a patto che rinunci a tutto, figli e diritti innanzitutto? Lo sa che esiste ancora il delitto d’onore a favore dei maschi? E lo sa che c’è una mia amica, Mona El Tobgui, che ha appena scritto un libro che s’intitola Il mio corpo?”. Che stia pensando ai “radicali d’Africa”? A un bel “partito transarabo”? Emma “d’Egitto” minimizza: “Sono venuta per curare una delusione. Quella elettorale del 2001. cercavo una “terapia”. Di passaggio al Cairo, ho incontrato Nawal al Sadawi, una famosa scrittrice femminista, e ho avuto la sensazione di capire poco questa realtà. Anzi, di avere i pregiudizi di molti. Perciò ho chiuso le pratiche che avevo sul tavolo, ho mantenuto gli impegni da europarlamentare e sono tornata sul Nilo a cercar casa e un insegnante di arabo”. Così, da un anno e mezzo (“e ci resterò almeno un altro”), due settimane al mese le passa qui. In un appartamento al quinto di nove piani di una palazzina délabrée del quartiere di Zamalek, l’isolotto “borghese” (“Perché tutte le case hanno il condizionatore, anche se le strade sono sconnesse e le facciate si sbriciolano”, spiega) al centro della metropoli che conta “almeno” 16 milioni di abitanti. A due passi dal nuovo negozietto Timberland e tra ambasciate sorvegliatissime dalla polizia come quella dell’Algeria e del Baherein. “Siccome c’è un limite anche al mio masochismo, ho deciso subito di venire a vivere in questa zona: è tranquilla anche di notte, soprattutto per una signorina sola come me, e se voglio invitare a cena solo ospiti uomini, nessuno dice niente”. Al massimo, c’è il portiere che la “sorveglia” con discrezione: come accade a ogni straniero al Cairo. “Prima di trovare la casa giusta”, racconta l’ex commissario Ue, “ne ho viste moltissime: tutte stracolme di mobili barocchissimi che ricordavano quelli dei miei nonni. Quando mi ha mostrato questa, che era semivuota perché imbiancata da poco, il proprietario ha subito precisato: non si preoccupi, le riporto subito tutti i mobili. L’ho fermato in tempo. Anzi, ho messo l’unico comò che c’era fuori sul pianerottolo: è ancora là che spera di essere spostato”. Così, comprate due brandine spoglie per ospitare gli amici di passaggio, piazzata qualche poltrona in salotto, piazzata qualche poltrona in salotto, due mazzi di fiori freschi fissi nell’ingresso e le foto – montate su un telaio di legno – della recente vacanza in Madagascar e di un’escursione in jeep nell’oasi di Siwa con Remigio (corrispondente dell’Ansa dal Cairo) e la moglie Carmela, Emma Bonino – in jeans e maglietta, niente jalabia, “con il mio fisico farei ridere con i loro abiti” – ha cominciato ad andare a scuola. “Mi sveglio puntuale alle 7 e mezzo, preparo l’astuccio con le matite, metto i libri in cartella e sono pronta per le lezioni. Se dimentico la gomma, vengo pure bacchettata da Hussein, il mio insegnante”. Riuscite ad immaginarvela in versione “10 in condotta”, la “ragazza” più scapestrata della politica italiana? “Ora, dopo una tazzina di autentico espresso italiano al caffè Cilantro, seguo le lezioni dei Padri cambogiani: dopo un anno d’arabo “classico”, quattro ore fisse al British Coucil più le lezioni private al pomeriggio con Salwa, un donnone del popolo con cui faccio i dettati e leggo i giornali, sono finalmente passata al “dialettale”, che è poi la lingua di tutti i giorni. Mi ero stufata di andare al mercato qui dietro casa a chiedere: “Vossignoria, che per gentilezza avrebbe da offrirmi qualche frutto maturo del banano e due prodotti mattutini delle galline?”. Hussein, poi, è bravissimo: in realtà lui scrive pièce teatrali, ogni tanto parliamo anche delle sue opere. Anche se non sono ancora pronta a un vero e proprio dibattito”. Studiare la lingua e la cultura, insomma. Mettere insieme i pezzi di un puzzle – quello del mondo arabo – che pochi (per non dire nessuno) si preoccupano in questo momento di capire davvero. Un po’ come facevano – ma è storia vecchia di un secolo, ormai – i grandi viaggiatori dell’epoca coloniale. Il dubbio resta: perché venire proprio al Cairo? “E’ vero”, ammette la Bonino, “andare a studiare a Marrakech sarebbe stato molto più chic. Qualcuno mi consigliava le dolcezze di Tunisi. Però ho capito che il Cairo è il vero crocevia. L’altro giorno ho pranzato con l’ex premier del Sudan, che era qui di passaggio: un incontro interessantissimo, ho scoperto che naviga anche nel sito radicale. Una settimana fa, quando Saad Eddin Ibrahim, il dissidente egiziano più “tartassato” e mio amico, ha riaperto il suo Centro dopo che per mesi è stato chiuso dalla polizia, c’erano l’avvocatessa giordana, l’intellettuale libanese, la femminista egiziana. Solo qui puoi incontrare la futura dirigenza del mondo arabo. Mi ricorda Praga o Budapest, crogiolo della dissidenza al comunismo negli anni ‘80”. E, di certo, casa Bonino è sempre più al cuore di questo crocevia. “Hanno cominciato a fidarsi di me quando mi hanno visto seguire il processo di Saad anche con 40 gradi all’ombra, udienze notturne comprese”, racconta. “Ora lui e la moglie Barbara vengono da me anche a vedere la tv, dicono di non saper far funzionare la parabola”, aggiunge sorridendo. E non sono solo loro: Hisham Kassem, editore del principale giornale in inglese, il Cairo Times, Nadia Younes, attualmente a Bagdad per l’Organizzazione mondiale della sanità, Nawal al Sadawi (“E’ stata lei a portarmi la prima volta in quello che è diventato il mio ristorante preferito, l’Aubergine, cucina libanese ma anche occidentale”), Jocelyn Saab, una regista libanese assai controversa che “ora ha avuto l’autorizzazione a girare un film in Egitto sulle libertà femminili e le mutilazioni genitali”. E molti altri, tutti un po’ border line con l’autorità egiziana e dei rispettivi Paesi d’origine. Complici, chissà, forse anche gli spaghetti (“Barilla, li trovo al negozietto sotto casa”) aglio, olio e peperoncino che Emma Bonino dice di preparare per sé le serate che passa a “fare i compiti di arabo”. “E’ solo parlando con loro che la capisci, per esempio, che non hanno bisogno di “lezioni di democrazia all’occidentale””, spiega. “Sanno perfettamente cos’è. Piuttosto capisci che non è vero il “ricatto” che ci fanno credere in Occidente, che l’unica alternativa al regime di oggi sono i Fratelli Musulmani. In un voto “libero” non vincerebbero gli islamici. E poi è solo parlando con loro, come è accaduto a me con un’amica di Salwa, che capisci davvero cos’è l’infibulazione, quando ti senti raccontare che, da bambina, dopo l’”intervento”, passava ore in una bacinella d’acqua per poter far pipì senza morire di dolore. E’ solo parlando con loro che capisci cos ha significato la guerra in Iraq per questa parte di mondo: “Tutti sapevamo che sarebbe arrivato il vento nuovo”, mi ha detto un amico, “ma avremmo preferito che arrivasse attraverso una finestra aperta dall’interno””. E sarà pure una “botta di gioventù”, ma ciò non significa che ogni cosa sia perfetta: “Il mio calvinismo nordico è messo a dura prova”, ammette “Emma d’Arabia”, “quando ti dicono “è tutto pronto, stia tranquilla” e invece la metà delle cose sono ancora da fare”. Un po’, forse senza accorgersene, è stata contagiata anche lei. E alla verduraia sotto casa (“Ottimi i pomodorini”) che le chiede – se le mette da parte il gesso che le fascia il braccio ferito di recente in un incidente d’auto “chissà per farne cosa”, Emma risponde: “Tranquilla, è già fatto”.





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