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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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>> Anna


SUPEREMMA

Lezioni di arabo. Incontri con le femministe locali. L'ex commissario europeo racconta la sua vita al Cairo. E la nuova battaglia per le donne africane. Un edificio grigio nel quartiere di Zamaleck, considerata la zona più benestante del Cairo, ma solo perché le case hanno tutte il condizionatore. “Scusi, Emma Bonino?”. “Quinto piano”, risponde il custode. Scale sporche, poco illuminate. Dove si respirano odori forti di cibo e di spezie. Il campanello dell’appartamento suona a singhiozzi. “e’ rotto”, grida la padrona di casa, da dietro la porta. Poi traffica con la serratura e finalmente appare sulla soglia. L’ex commissario Ue, la storica leader del partito radicale, ci accoglie con quel suo sorriso grande, generoso. La zazzera bionda sul viso scarno, quasi scolpito. Gli occhi azzurro-cielo da eterna ragazza irrequieta. Emma Bonino ci accompagna nel suo piccolo salotto, “quello buono”, dice lei, scherzando. Arredamento essenziale, quasi zen: poltrone, tv, computer, stampante, libri e giornali dappertutto. Lei abita qui al Cairo da più di un anno e mezzo. Come mai? Sono venuta per curarmi le ferite dopo la batosta elettorale del 2001. volevo riprendermi, ritrovarmi. Qui al Cairo ho incontrato la scrittrice Nawal el Saadawi, la più famosa femminista egiziana. Facevo molta fatica a capire bene la realtà di cui parlava. Troppi pregiudizi ci separavano. Però queste distanze mi incuriosivano. Mi facevano venire voglia di capire, di andare più a fondo. Poi ho conosciuto la moglie del sociologo Saad Ibrahim, che è stato in prigione per aver denunciato dei brogli elettorali. E da lì è scattato qualcosa. Ho mantenuto il mio ruolo di parlamentare europea e sono tornata qui, con l’idea di mettere su casa. Una scelta considerata quanto meno “bizzarra”, come quella di imparare l’arabo… Sì, lo so che sono in molti a pensarlo. Io credo invece che conoscere la lingua ti permetta di comunicare in modo più diretto con la gente. La sera, per esempio, guardo la tv Al Jazeera (che a volte sembra il megafono di Bin Laden) e se non sapessi un po’ l’arabo non capirei certe sfumature, certe sottigliezze. Che sono poi quelle che fanno le grandi differenze. Forse avrei potuto scegliere un posto più chic per imparare la lingua. Che so, Tunisi o Marrakech. Ma non sarebbe stata la stessa cosa. Qui mi alzo ogni mattina alle sette e mezzo e, dopo una tazzina di caffè espresso (quello vero), vado a scuola. Alla mattina quattro ore al British Council o dai Cambogiani e il pomeriggio a lezioni private con la mia insegnante Salwa. Con lei leggo i giornali e imparo l’arabo “dialettale”, quello che si parla ai mercati, per le strade. Lei si sta battendo contro l’infibulazione, una pratica antichissima e orribile, ancora presente in tanti Paesi arabi e africani, tra cui proprio l’Egitto. Può spiegarci esattamente di che cosa si tratta? Consiste nel mutilare i genitali a bambine di diverse fasce d’età per preservarne la verginità fino al matrimonio. Viene eseguita con metodi rudimentali che oltre tutto fanno correre gravi rischi di infezione. Con il taglio del clitoride nei casi più lievi (per modo di dire) e con la sutura della vagina in quelli più gravi, si vuole negare alla donna il piacere sessuale. E’ una violazione della persona, che nessuno dovrebbe mai permettere. Senza contare la sofferenza fisica a cui le donne vengono sottoposte. Per rendersene conto basta ascoltare i racconti di chi questa barbarie l’ha vissuta sulla propria pelle. Un’amica di Salwa mi diceva che da bambina, dopo l’operazione, passava ore immersa in una bacinella d’acqua per riuscire a urinare senza svenire dal dolore. E, a questo proposito, a che punto sono le leggi? Lo scorso giugno al Cairo si è tenuta una conferenza in cui sono intervenuti tutti i 28 Paesi in cui ancora si pratica l’infibulazione. La Consulta è stata promossa da tre Ong (Organizzazioni non governative): le italiane aidos e No Peace Without Justice e l’egiziana Esphpnerl. E devo dire che qualcosa si è mosso: i governi in questione hanno scelto di adottare leggi che prevedono pene più o meno elevate. E’ accaduto, ad esempio, in Benin, Kenya, Senegal. E’ stato presentato anche un progetto sostenuto da imam, giuristi, politici, medici… Fortunatamente, in questo caso, tutti uomini: un bel risultato, vista la natura della questione prettamente femminile. Dopo anni di semina, un po’ di raccolto l’abbiamo fatto se si pensa ad aprire il convegno è stata Suzanne Mubarak, first lady di uno Stato, l’Egitto, dove solo fino a qualche tempo fa era vietato anche solo parlare di infibulazione. Parliamo ancora di donne. Da una parte le occidentali con il mito della carriera, dall’altra quelle costrette ad indossare il chador, o che rischiano la lapidazione per adulterio, violate in tutti i loro diritti. Il femminismo ha ancora qualcosa da dire? Spesso me lo chiedo anch’io. Ormai il femminismo esiste in Paesi in cui ce n’è davvero bisogno, nel mondo arabo e in quello africano, ad esempio. In Italia francamente non lo vedo più. E si tratta di una grande perdita, sia culturale che politica, oltre che intellettuale. Anche se mi ha fatto piacere vedere le nostre parlamentari protestare contro la legge sulla procreazione assistita. Una legge terribile, che rappresenta il ritorno all’integralismo religioso. Ma al di là di questo, è vero, le donne civilizzate, per così dire, si spendono molto poco per quelle meno fortunate. Forse perché, quando non esistono più grandi problemi, ci si dimentica di un passato (recente) pieno di difficoltà e disagi. E anche delle battaglie che si sono affrontate per superarli. Chi le piace come figura femminile nella politica di oggi? Non ho dubbi: Miriam Mafai. E’ una persona in gamba, vitale, da mille battaglie. Ma anche molto gradevole e divertente. Se dovesse fare un bilancio della sua vita? Sul piano umano mi ritengo una persona davvero fortunata. La vita mi ha dato molto: gli studi, la mia famiglia d’origine, le grandi opportunità che ho trovato sulla mia strada. Come quella di incontrare Marco Pannella, un maestro e un grandissimo amico. E poi quella di diventare parlamentare molto giovane. Certo, di sbagli ne ho fatti, come tutti del resto, altrimenti sarei un robot. Ma mi sono serviti, e molto. Sul piano politico ho sempre cercato di rispondere alla fiducia che mi è stata accordata sforzandomi di dare il massimo, con grande impegno e trasparenza. Le manca il potere? Lei in fondo è stato l’unica candidato donna alla Presidenza della Repubblica… Quella è stata solo una bella battaglia. E anche un fatto culturalmente importante. Forse in futuro, quando qualcuno proporrà una donna, nessuno si metterà a sghignazzare come accadde per me. Al punto che Giuliano amato, che ebbe l’idea, fu quasi costretto a giustificarsi dicendo: “Bè, non ho mica proposto uno scarafaggio”. Comunque sì, il potere mi manca, anche se in fondo quello vero non l’ho mai avuto. Diciamo che sono stata una sua vicina di casa. Lei non ha avuto figli: qualche rimpianto? Quando li ho cercati non sono arrivati. E forse è stato meglio così, perché un figlio è per sempre e mi domando se sarei stata all’altezza. Anche se il mio senso materno in qualche modo è stato appagato, con l’adozione di due bambine. Un’adozione da single? In realtà, non si trattava né di adozione né di affidamento. Erano due bambine che provenivano da famiglie in difficoltà e io, naturalmente dopo aver avvisato il presidente del tribunale dei minori, me ne sono occupata in prima persona. La prima arrivò a casa che aveva un anno, la seconda pochi giorni. E per quanto tempo hanno vissuto assieme a lei? Quattro anni. Poi sono tornate in famiglia, a poca distanza di tempo l’una dall’altra. E’ stata molto dura separarmi da loro. Un’esperienza che mi ha lacerato. Ho perfino cambiato casa per dimenticare. E’ rimasta in contatto con loro? No, ma è stato meglio così. Una decisone dolorosa ma necessaria sia per me che per loro. Com’è la sua vita oggi a 55 anni? Serena. Trovo che questa sia un’età splendida. Si hanno molte sicurezze in più e ancora una gran voglia di mettersi in gioco. Ho scoperto di recente l’amicizia al femminile. Mi capita sempre più spesso di andare in vacanza con sole donne e devo dire che ci divertiamo come matte. Si ride, si scherza, c’è una grande complicità. Finita per ragioni anagrafiche quel tanto di competitività, se mai ce ne poteva essere, ognuna di noi esibisce pancetta, rughe e cellulite con disinvoltura e autoironia. Le battaglie ancora da fare? Tante. Troppo. La violazione dei diritti umani, la fame nel mondo, la libertà di ricerca scientifica, la laicità, lo stato di diritto. Non mi basterebbero dieci vite. A quando un suo rientro “attivo” in Italia? Non mi sono mica ritirata ai Caraibi! Penso che impegnarsi per le battaglie del mondo arabo rappresenti oggi una necessità e un’urgenza, sia per l’Italia che per tutta l’europa.





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