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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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WOMEN ARE THE FUTURE

WOMEN to be - November 21, 2011

Without women no peace and democracy for Afghanistan

by Emma Bonino

In 1997 I was a European Commissioner and among my other duties, I was also responsible for urgent humanitarian aid.
In Afghanistan, even though, the Taliban had been in power for only a year, they had already imposed a regime of unprecedented cruelty.
In a short time, the women were deprived of the most elementary rights and personal freedom and even denied their own identity. They were prisoners in a cloth cage, known as a burqa, which even covers their eyes.
In that period enormous amounts of aid from the European Union were being sent to Afghanistan. This was normal under the circumstances - after 10 years of Soviet invasion and the bloody civil war in the nineties when their country was totally devastated.
I decided to organize a mission to Kabul after reading the international NGO reports on the territory which revealed a rather disturbing fact: the disappearance of the local women from the city streets. Women were not even seen at the local markets. As if this wasn’t enough, the Taliban even came to the point of demanding that no international operators  currently present in the country be women. 
I particularly recall a female executive from the United Nations who agreed to take part in a public debate by hiding behind a “curtain”, so as not to “disturb” the onlookers.  
In fact what clearly emerged from our on-site mission was that the Taliban were materially doing everything in their power to prevent these women from receiving humanitarian aid. 
The decision to suspend all aid was immediate as we were part of the European Union and we had to follow the rules of the Geneva Convention. This is the reason we could not allow any discrimination in the distribution of the foreign aid to take place and I believe it was the best decision considering what happened afterwards. 
The Campaign “A flower for the Kabul women” which I launched at the beginning of 1998 took credit for unveiling the gravity of the situation which was unknown before that time.
Since then, many books, debates, investigations, reports and documentaries have focused on the conditions of Afghan women. Even though the Taliban no longer rule the country changes are slow in arriving. The education system appears to be the only area which has undergone considerable improvements, in fact the number of young girls who have now the possibility of attending school has notably increased even though their safety is not yet completely guaranteed. However, apart from education, no significant changes have been made - especially in the rural areas where strong conservative traditions still prevail.  Of course one’s mentality and attitude cannot be changed overnight. 
Social change requires time, even longer after prolonged periods of conflict. What Afghanistan needs now is - in jargon - an authentic process of national reconciliation which will allow all the population to metabolise the various atrocities of the past. These atrocities are still present in their minds and in their daily lives. They must now overcome their past and concentrate on the reconstruction of their country.
It is clear that women are the key to this process, not only because they represent a potential resource which so far has not been taken into consideration but also because they are the part of the population who are more sensitive to the necessity of putting an end to the violence. 
Women’s capacity to mediate and find concrete solutions to the issues they have to face is stronger because they are always the most exposed and damaged in any war. This is particularly true for Afghanistan.
By giving Afghan women the opportunity to play an active role with a concrete responsibility - for example a fixed percentage of women in Parliament – would mean a real chance of success to the peace negotiations. This would be an unprecedented success.

 

LE DONNE SONO IL FUTURO

Né pace né democrazia senza le donne in Afghanistan

di Emma Bonino

Era il 1997, all'epoca ero Commissaria Europea e tra le mie competenze c'era anche l'aiuto umanitario d'urgenza. In Afghanistan i talebani si erano insediati al potere da solo un anno, eppure avevano già imposto un regime di una ferocia inaudita. Le donne si erano viste privare in breve tempo dei più elementari diritti e spazi di libertà personale e persino la loro identità veniva negata, imprigionata in una gabbia di stoffa che si chiama burqa e che non lascia scoperti neppure gli occhi. In quel periodo il Paese beneficiava di una fetta consistente di aiuti dell'Unione Europea, com'era normale che fosse data la situazione di devastazione lasciata in eredità da dieci anni di occupazione sovietica e dalla sanguinosa guerra civile degli anni Novanta. Decisi di organizzare una missione a Kabul dopo aver letto rapporti delle ONG internazionali sul terreno, che denunciavano un fatto piuttosto inquietante: la scomparsa delle donne dalle strade delle città. Non se ne vedeva una neppure al mercato. Non contenti i talebani arrivarono a pretendere che nessuno degli operatori internazionali presente nel Paese fosse donna. Ricordo che una dirigente delle Nazioni Unite accettò addirittura d'intervenire in un dibattito pubblico nascosta dietro una tenda, per non "turbare" gli astanti. In sostanza quello che emerse con chiarezza dalla nostra missione in loco era che i talebani stavano materialmente impedendo alle donne di ricevere gli aiuti umanitari. La decisione di sospenderli fu immediata, visto che come Unione Europea dovevamo attenerci alle regole della Convenzione di Ginevra, quindi non potevamo consentire una distribuzione discriminatoria degli aiuti e credo sia stata la decisione più giusta, anche alla luce di quel che è successo dopo. La campagna "Un Fiore per le Donne di Kabul" che lanciai agli inizi del 1998, certamente ebbe il merito di portare allo scoperto la gravità di una situazione di cui poco si conosceva. Da allora la questione dei diritti e delle condizioni di vita delle donne afgane è stata oggetto di libri, dibattiti, inchieste giornalistiche, documentari, eppure, nonostante i talebani non siano più al governo del Paese, il cambiamento tarda ad arrivare. A parte il settore dell'istruzione, che ha visto un notevole incremento di bambine che possono finalmente andare a scuola, sebbene in una situazione in cui la sicurezza personale è ben lungi dall'esser garantita, progressi di rilievo non sembra essercene stati, specie nelle zone rurali, dove persiste tutt'oggi una tradizione fortemente conservatrice. Va da sé che per generare un cambio di mentalità e di attitudini occorre tempo.

Il cambiamento sociale è un processo lungo, ancora più lungo e difficile in situazioni post-conflitto, ma di certo quel che manca all'Afghanistan di oggi è quello che in gergo viene definito un autentico processo di riconciliazione nazionale che consenta alla popolazione tutta di metabolizzare gli innumerevoli orrori del passato, ancora vividi nella vita e nelle menti, e concentrarsi sulla ricostruzione. È chiaro che le donne possono svolgere una funzione chiave in questo processo, non solo perché rappresentano una risorsa del tutto inutilizzata, ma anche perché sono la componente della popolazione che avverte con maggiore intensità la necessità di mettere fine alle violenze. La loro capacità di mediazione e di trovare soluzioni concrete ai problemi che si presentano è maggiore perché da qualsiasi guerra, le donne sono quelle più esposte, quelle che hanno più da perdere. Nel caso dell'Afghanistan è tanto più vero. Dare alle donne afgane l'opportunità di partecipare con un ruolo di responsabilità non solo di facciata come le quote rosa in Parlamento, significa dare ai negoziati di pace una chance di riuscita senza precedenti.

 





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