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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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TORTURE DI STATO, TRENT'ANNI DI LATITANZA DELLA POLITICA

Gli Altri - 13 aprile 2012

di Rita Bernardini (*)

L'immagine che è rimasta impressa nella -"mia mente è quella di un'apparizione televisiva di Emma Bonino con alle spalle la gigantografia dei genitali seviziati di Cesare Di Lenardo, brigatista rosso implicato nel sequestro del generale statunitense James Lee Dozier. Nella conferenza stampa che i radicali tennero il 30 aprile 1983 per presentare il dossier con le prove delle sevizie a Di Lenardo, Marco Pannella, riferendosi al Governo e al reticente ministro dell'interno Rognoni, disse che si trattava delle prove «della menzogna di un governo, di un ministro, gravissima, colpevole, dolosa; sono le prove di una operazione fascista nei valori, da parte di piduisti, guidati dal piduista Longo, dal piduista Belluscio e da coloro che senza pudore evidentemente sono passati ad organizzare con molta chiarezza il piduismo come squadrismo e come neonazismo che si materializzano in forme di tortura come la falsa esecuzione in mezzo ai campi, di notte, del prigioniero al quale si dice "tanto nessuno sa che tu sei nelle nostre mani"». A questo pieno di verità sconvolgenti corrisponde - disse Pannella - un pieno di fuga e di latitanza (tranne eccezioni) da parte della classe politica; da parte, per esempio, dei noti "oppositori" al governo del partito Comunista, mentre è noto che su tutta la politica piduista di sfascio fascista delle leggi il Pci è stato all'avanguardia sulla linea del terrorismo di Stato da contrappone al terrorismo del parastato che è quello delle Br. Fuga e latitanza della classe politica che durano inesorabilmente fino ai nostri giorni. Oggi, quei fatti di trent'anni fa riemergono dal fondo paludoso in cui uno Stato - letteralmente criminale - li aveva messi a tacere. Nel 2007, Salvatore Genova, uno dei funzionari di polizia protagonisti dell'antiterrorismo dei primi anni Ottanta, inizia a sputare il rospo rivelando al Secolo XIX le "torture" e i "pestaggi inutili" di cui anch'egli fu protagonista nei confronti di alcuni brigatisti arrestati. Un rapporto approfondito e tragico viene fuori anche dal libro-inchiesta di Nicola Rao Colpo al cuore. Dai pentiti ai metodi speciali: come lo Stato uccise le BR. La storia mai raccontata. È proprio Nicola Rao a parlare della squadretta addetta alle sevizie comandata dal funzionario dell'Ucigos "professor De Tormentis", che percorreva in lungo e in largo le questure e le caserme d'Italia per estorcere informazioni ai militanti delle Brigate rosse.

Più di recente, alla fine del 2011 - a testimonianza che nel nostro Paese fortunatamente resiste ancora chi crede nello stato di diritto e nella democrazia - il giornalista di Liberazione Paolo Persichetti pubblica un'inchiesta in cui, per i dettagli del profilo professionale e culturale, si comprende perfettamente che dietro lo pseudonimo di De Tormentis c'è Nicola Ciocia che oggi esercita la professione di avvocato dopo essere uscito, con il grado di questore, dalla polizia di stato che aveva "servito" per tre decenni. Sono di queste ore invece, le ulteriori, agghiaccianti confessioni di Salvatore Genova che sembra aver deciso di vuotare completamente il sacco affidandosi all'Espresso e alla penna di Pier Vittorio Buffa. C'è materia in abbondanza per fare quella Commissione d'inchiesta che si negò ai radicali quando il 27 aprile del 1988 presentarono una proposta di legge per istituirla. Ma ora come allora tira una brutta aria, se consideriamo che il Governo attuale ha mandato a rispondere all'interrogazione che come radicali abbiamo presentato sull'attualità della vicenda di De Tormentis, il sottosegretario agli Interni Carlo De Stefano già Direttore centrale della Polizia di prevenzione (l'ex Ucigos), quello che nel 1978 arrestò Enrico Triaca per affidarlo immediatamente nelle mani di De Tormentis per il "trattamento" di rito. Sì, una brutta aria: il sottosegretario tace sulla Commissione d'inchiesta lasciando intendere che è stato già tutto chiarito perché «a sua tempo - si legge nella risposta - si sono svolti ampi e circostanziati dibattiti parlamentari, nonché inchieste giudiziarie». «Su tali fatti, pertanto, non è necessario che io indugi...» taglia corto il sottosegretario, che però indugia su una ricostruzione storica pro-domo-sua del reato di tortura come vive nei trattati internazionali. Già perché riferendosi alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948 il sottosegretario arriva ad affermare che essa poneva sì il divieto di tortura, ma «con delle limitazioni non di poco conto (morale, ordine pubblico, benessere generale di una società democratica)». Limitazioni che però vengono cancellate ad avviso del sottosegretario, nel 1984, dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con l'approvazione della "Convenzione per la prevenzione specifica della tortura e dei trattamenti disumani e degradanti". Insomma, secondo De Stefano, fino al 1984 si poteva torturare se era in gioco «il benessere generale di una società democratica». No, anche con il Governo Monti, non tira una buona aria sul fronte dei diritti umani universalmente acquisiti se a rappresentarli si dà carta bianca al Prefetto De Stefano. D'altra parte, basterebbe che qualcuno ricordasse a tutta la latitante classe politica italiana che occorrerebbe far vivere l'art. 13, comma 4 della Costituzione, per il quale «è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà». Ma la Costituzione più bella del mondo, come dice Pannella, è in realtà la più buona, visto che l'antidemocratica partitocrazia italiana se l'è voracemente divorata da decenni mentre non solo i fatti rievocati in questo articolo ma i più recenti G8, caso Cucchi, carceri infami e infamanti dovrebbero straziare i cuori e le intelligenze dei democratici di questo nostro Paese.

 

(*) Deputata radicale





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