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MESSAGGIO INVIATO DA EMMA BONINO PER LE MANIFESTAZIONI CONVOCATE IN VARIE CITTÀ ITALIANE A SOSTEGNO DEL SATYAGRAHA

Cari amici, vi ringrazio per avere scelto di sostenere il primo Satyagraha mondiale di digiuno e nonviolenza per le donne nel governo provvisorio afgano, che il partito Radicale Transnazionale e i Radicali italiani hanno convocato per il prossimo 1 dicembre. Questo appuntamento, per numero e qualità di adesioni, sta riscuotendo un successo straordinario. Ne sono felice, e lo considero come una dimostrazione di intelligenza politica, rispetto ad un problema che, nonostante il nostro impegno, è stato per anni sottaciuto e sottovalutato; inoltre, se permettete, me ne compiaccio come di un piccolo risarcimento personale e politico per tutte le occasioni in cui sull'Afghanistan- e non solo sull'Afghanistan- le proposte radicali sono apparse ai più illusioni generose e intempestive e come tali sono state lasciate cadere. Quando nel 1997 fui arrestata in Afghanistan, da commissaria europea, per avere 'violato' la legge che imponeva la segregazione femminile, il regime talebano rischiava di essere riconosciuto dalle Nazioni Unite come governo legittimo dell'Afghanistan. Quell'azione, probabilmente, riuscì a scongiurare questo riconoscimento, ma non convinse le cancellerie occidentali- e neppure quelle europee- a guardare con più attenzione e risolutezza a quel problema apparentemente lontano e irrilevante per i destini della comunità internazionale. Oggi, a distanza di 4 anni, si possono misurare gli effetti di quella sottovalutazione, e si deve evitare l'errore di pensare che la caduta del regime talebano, di per sé, possa rappresentare una garanzia di stabilità e sicurezza. L'intervento militare in Afghanistan, di cui abbiamo difeso tutta l'urgenza e la drammatica necessità, ha senso e prospettiva se non si limita a funzionare come meccanismo di ricambio all'interno di un sistema di dominazione tribale, che riconosce e assegna il potere alla banda armata vincente; l'intervento internazionale deve anche essere in grado di modificare sensibilmente i meccanismi di funzionamento del regime politico afghano, e di introdurre elementi di riforma e di ordinamento civile. Se non sarà così, potremo solo aggiornarci ad una "catastrofe prossima ventura", che svelerà il volto di carnefici di molti di quelli che oggi appaiono come liberatori. In politica internazionale, quelli che si atteggiano da realisti, con il loro cinismo compiaciuto, sono in realtà i più miopi o ciechi. Anche nelle scorse settimane, mentre cinque militanti del Partito Radicale Transnazionale, fra cui il segretario Olivier Dupuis e il consigliere regionale del Piemonte Bruno Mellano, erano stati arrestati in Laos per avere manifestato pacificamente dinanzi al palazzo presidenziale, fra gli apprendisti stregoni della realpolitik c'è stato subito chi, ripetendo pressoché testualmente quanto si era detto dopo la mia "avventura" in Afghanistan, ci ha spiegato che il problema del regime narco-comunista del Laos non era attuale e rilevante e che, come si usa dire, i problemi erano altri. Eppure, a maggiore ragione dopo l'11 settembre, bisognerà pure che si ammetta, empiricamente e sulla base della pura esperienza, che la globalizzazione dei diritti e della libertà e l'internazionalizzazione della democrazia sono l'unica ragionevole condizione di stabilità e di sicurezza di cui la comunità internazionale deve dotarsi per non rischiare di crollare sotto i colpi del fanatismo e della violenza. Questo Satyagraha che ci accingiamo a celebrare dà senso, continuità e dimensione internazionale ad una campagna che, dopo il mio arresto in Afghanistan, è stata in seguito rilanciata attraverso l'iniziativa '8 marzo 1998: Un fiore per le donne di Kabul', a cui si registrarono anche importanti adesioni, a partire da quella della presidente della Commissione Nazionale Pari opportunità, Silvia Costa. Ancora oggi, però, nella condizione delle donne in Afghanistan, come in molta parte del mondo arabo e musulmano, i più vedono solo una questione morale o umanitaria di scarso contenuto politico. Non vedono, e non capiscono, che questo rappresenta il segno più evidente di un pericolo imminente, di una bomba innescata che rischia di esplodere. Oggi, non chiediamo una rappresentanza femminile nel governo provvisorio dell'Afghanistan come riconoscimento simbolico delle offese subite dalle donne afgane, ma come condizione necessaria per la riforma, la modernizzazione, la laicizzazione e la civilizzazione del sistema politico afgano. Non chiediamo semplicemente di aiutare le donne afgane a liberarsi; chiediamo che le donne afgane possano essere messe in condizione di aiutare il proprio paese a liberarsi da una condizione di schiavitù. Su questa questione, ancora una volta, tutto dipende dalla risolutezza e dalla lungimiranza con cui la politica occidentale vorrà sostenere le legittime richieste delle donne afgane e i diritti civili di quanti nel mondo si trovano a vivere la condizione di dissidenti e di oppressi per il solo fatto di avere speranze e convinzioni democratiche. Con questo digiuno, spero che si possa aiutare chi deve decidere a decidere bene. Grazie a tutti voi, e a presto Emma Bonino




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