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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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"MERCATI APERTI, NIENTE TRUCCHI. I DIRITTI NON DIVENTINO UN ALIBI"

Il Corriere della Sera - 10 maggio 2007 Emma Bonino: il protezionismo si nasconde anche dietro le false tutele. Dagli immigrati il 7% del Pil. E' una globalizzazione ancora asimmetrica di Federico Fubini MILANO - Racconta Harvey Zahoui Chen, ex Columbia University, ex London School of Economics e Jp Morgan Chase, oggi membro del comitato Affari esteri di Pechino, la passeggiata di certi suoi compatrioti in Via Montenapoleone. «Sono entrati in un negozio di moda per provare un abito, ma i gestori li hanno invitati a andarsene: temevano fossero a caccia di idee da copiare. Forse a Milano dovremmo presentarci come giapponesi o coreani, per riuscire a comprare un capo firmato». Niente di tutto questo risponde all'ordine «olistico», tutto armonia e gerarchie stabili, che Chen tratteggia al seminario su concorrenza e globalizzazione del Forum come la vera aspirazione dei suoi leader. Anche in un'Italia che riprende a crescere quasi al 2% l'anno grazie all'export, o in un'Europa ormai capace di vendere più beni e servizi all'Asia che agli Stati Uniti, la Cina resta per molti sinonimo di paure sotto varie voci: concorrenza sleale, lavoro quasi gratis, contagiosa corsa al degrado di tutte le tutele. Poco prima di vincere la corsa per l'Eliseo sull'onda di slogan liberali, persino Nicolas Sarkozy avvertiva che non ci si può aprire aila Repubblica popolare come al Canada o all'Australia. Se la lotta non è pari - argomenta il prossimo presidente francese - chi non rispetta certi diritti minimi del lavoro non deve accedere ai mercati d'Europa come gli altri. Emma Bonino, ministro con delega al Commercio estero, non segue. «Se non vogliamo compromettere l'apertura globale degli scambi, quest'idea non è utile» reagisce l'ex commissario europeo nell'Aula magna della Bocconi, che ospita il seminario. «Da decenni m'impegno sui diritti umani, ma questi non vanno trasformati in alibi per il protezionismo». In realtà Bonino per prima sa che la razionalità economica non chiude affatto l'argomento. «Per esperienza, non consiglio a nessuno di presentarsi alle elezioni solo su quella base - ammette -. Di fronte all'apertura delle frontiere alle merci o ai lavoratori stranieri ci sono percezioni, emozioni e paure con cui bisogna fare i conti». Jeffry Frieden, docente di relazioni internazionali a Harvard, esprime lo stesso dubbio con un'umiltà sempre più spesso percepibile fra gli avvocati non ideologici dei mercati aperti: «Non si tratta di convincere i cittadini che i loro sentimenti negativi verso la globalizzazione sono sbagliati, perché nelle nostre società c'è chi non ne beneficia». Che però l'integrazione internazionale sia radicata lo dimostra il paradosso di Kevin O'Rourke, economista del Trinity College di Dublino. Perché in Italia, Francia o Stati Uniti il consenso per la caduta delle barriere circola fra quelli che nella vita hanno accumulato le migliori professionalità. Il dissenso invece è di chi ha ricevuto una formazione più breve ossia, spesso, minori eredità culturali o finanziarie dalla famiglia: a sentirsi minacciati sono gli operai tessili di Aversa, a sentirsi stimolati sono gli stilisti di Milano. In Indonesia invece il quadro è rovesciato, racconta O'Rourke: i ceti dominanti diffidano di un'integrazione internazionale che rimette in dubbio i loro privilegi di casta; i diseredati invece tifano per la caduta dei muri economici, perché questa ridà speranze di riscatto in società bloccate. Nel Nord del mondo i ricchi sono globali e i poveri locali, a Sud è il contrario. La speranza di emigrare è solo uno dei motivi del paradosso di O'Rourke, ma un motivo potente. Solo che qui si rischia un corto circuito e l'Italia sembra mal piazzata per superarlo, perché la sua capacità di assorbire nuova forza-lavoro sembra minore che in altri Paesi con simili livelli di reddito. E Giovanni Peri dell'Università di Califoria-Davis a spiegare perché, sulla base di alcuni dati dell'Ocse: in Italia solo il 14% dei lavoratori ha un'istruzione universitaria, contro il 25% in Francia, il 29% in Germania, il 39% negli Stati Uniti. Per Peri, significa che qui gli immigrati fanno più concorrenza (sui compensi, al ribasso) per gli stessi posti che occupano i molti italiani poco qualificati. L'America invece non solo ha spazio per accogliere più cervelli in fuga dal resto del mondo, ma ne ha anche per chi svolge mansioni a cui gli americani non aspirano più. Non è un caso se sono nati fuori dall'America un «colletto blu" su quattro e un premio Nobel su quattro fra quelli attivi nel Paese. Eppure anche qui Emma Bonino non è convinta. Per lei l'immigrazione è una storia di successo dell'Italia di inizio secolo, e il ministro cerca di dimostrarlo. I lavoratori stranieri contribuiscono ormai per circa il 7% del prodotto interno lordo del Paese, versano ogni anno sei miliardi in contributi nella casse dell'Inps (senza i quali tutti dovrebbero lavorare più a lungo o guadagnare meno), hanno già avviato o gestiscono 131 mila aziende. «Ma se attrarremo solo lavoratori poco qualificati finiremo per avere nuovi scontri sociali come nella Chinatown di Milano e segregazione - dice il ministro-. Abbiamo bisogno anche di professionalità elevate dall'estero». Peccato però che l'Italia rischi di essere in ritardo, e non solo perché molti sono già andati altrove ad applicare il loro talento. In realtà sui teorici della globalizzazione grava una strana aria di Armageddon, il timore della fine o, meglio, un «complesso del 1914»: l'integrazione economica può collassare o tornare indietro di nuovo, come allora. Jeff Frieden di Harvard teme chiaramente questo rischio, specie se non troveranno risposte i timori dei perdenti. Più ottimista lo storico dell'economia Gianni Toniolo: le ondate migratorie sono meno destabilizzanti di allora, fa notare, e gli investimenti esteri già quattro volte più alti. Perché, riassume Emma Bonino, «se il capitalismo globale non ci piace possiamo anche fermare i nostri orologi, ma non il tempo: quelli degli altri continueranno a girare».




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