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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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III CONGRESSO DI RADICALI ITALIANI, 29 OTTOBRE - 1 NOVEMBRE 2004

III Congresso di Radicali Italiani Roma, Hotel Ergife 29 ottobre - 1 novembre 2004 Intervento di Emma Bonino Care compagne e cari compagni, In realtà, avendo seguito il dibattito congressuale dall’inizio e fino a ieri sera tardi, avevo buttato giù qualche elemento, qualche pensiero. Ma sentita la rassegna stampa questa mattina con due importanti, anche nella loro impaginazione, interventi su temi che ci sono cari e che ci appassionano, quelli relativi alla laicità e mi riferisco alla pagina su La Stampa di Pier Luigi Battista, e quello con ancora maggior rilievo dato da Repubblica, ad una lunga intervista col presidente del Senato Pera, davvero non posso non iniziare questo intervento congressuale condividendo con voi e spero anche con loro, una serie di riflessioni ed anche di puntualizzazioni, perché quello che non è dato, anche come correttezza e deodontologia professionale, è caricaturizzare le posizioni altre senza dare, appunto, a questi altri la possibilità di esprimersi. E poiché la pagina de La Stampa di Pigi Battista si annuncia come la prima puntata di altre che dovrebbero seguire, sono sicura che Pier Luigi Battista sentirà l’esigenza, non solo di caricaturizzarci, ma sentirà l’esigenza di sentirci e sentirà l’esigenza soprattutto di dare ai lettori de La Stampa anche la posizione, la voce, corretta che ci riguarda e che non è quella che ci viene attribuita. Parto però dall’intervista che mi ha lasciato, devo dire, più perplessa – per non usare un’altra parola – e che ho riletto attentamente tre volte perché non riuscivo a capacitarmi, del presidente del Senato. Il presidente del Senato, in buona sostanza, fa tutto un excursus con delle contraddizioni che mi sembrano evidenti, ma sostenendo e partendo da presupposti che meritano sicuramente non solo una risposta, meritano anche che questo tipo di dibattito non venga soffocato, non venga chiuso e non venga risolto con una semplice intervista. Dubito, per quanto so dei rapporti di Repubblica con noi, che il direttore Ezio Mauro chiamerà qualcuno di noi per vedere se avesse mai qualcosa da dire. Perché questo poi è uno dei problemi del nostro Paese, quello di avere media e stampa come militanti di partiti politici, senza obbligo di trasparenza e costruzione, ma ognuno con un’agenda ben precisa e puntuale, peraltro, a scapito di quello che dovrebbe essere invece, penso io, il ruolo dei mezzi di informazione. Dunque dice Pera – e mi interessa, mi interessa da italiana, ma mi interessa da europea, mi interessa da “costruttrice”, con gli strumenti che abbiamo, di questa Europa – in buona sostanza, che l’identità europea è un’identità cristiana, che da questa identità deve trarre forza questa Europa per capire chi è. Insomma, una rivendicazione dell’identità delle radici a cui noi abbiamo sempre contrapposto – e non solo noi – un’identità, invece, di progetto, un’identità che guarda al futuro, un’identità europea che non guarda indietro ma guarda avanti, un’identità europea di costruzione. L’Europa è quello che si costruisce giorno per giorno, la nostra identità è quello che diventeremo, non è quello che siamo stati o che una parte è stata. Ora, io non sono una filosofa né nessuno mi ha mai dato, fortunatamente, questa etichetta, non sono neanche una sociologa, credo però di essere una persona che nonostante l’assenza di queste etichette ha un pensiero e che ha tentato e tenta con voi e in tutta la sua vita, di dar corpo giorno per giorno, passo dopo passo, a questo pensiero che c’è, che non può essere dismesso come una forma arcaica, obsoleta, di laicismo. Proprio a noi che siamo stati quelli che per primi abbiamo denunciato gli “ismi” di tutti i tipi come dato di degenerazione del pensiero culturale, quindi politico, fondatore del nostro modo di fare politica e del modo e della nobiltà stessa della politica. Insomma, non nego, ovviamente, e non è negabile che questa componente cristiana ci sia, ma l’operazione di tagliare tutto il resto che pure contribuisce, ha contribuito al nostro essere, come se Socrate non facesse parte della nostra essenza, come se Esiodo “Le Opere e i Giorni” non fosse parte del nostro modo di essere, di questa Europa. Dice il presidente Pera, e sono rimasta abbastanza impressionata, “è un fatto incontrovertibile che buona parte dei comandamenti e della tradizione giudaico-cristiana, dal non uccidere al non rubare, sono diventati norme giuridiche positive in tutti i codici degli Stati europei”. Il giornalista, un pò imbarazzato, gli fa notare che questi veramente sono principi comuni anche ad altri continenti e ad altre culture, ma tant’è. No, sono solo questi. E trovo anche inopportuna la riduzione del cristianesimo a questa cosa, per cui le nostre radici sono “ gli atti degli apostoli, il monachesimo, la seconda evangelizzazione del vecchio continente”…forse sommessamente potrei aggiungere l’Inquisizione, le crociate, potrei aggiungere qualche altra componente drammatica della nostra storia, perché solo riconoscendo questi elementi drammatici e non negandoli, li possiamo superare e abbiamo tentato in verità di superare, proprio perché non li abbiamo negati. Sono in realtà proprio quelle religioni che negano i propri drammi che rimangono anchilosate, completamente paralizzate. Allora, mi permetto davvero di dire al presidente Pera, che non faccia a questo Paese, non faccia soprattutto ai cristiani, questo affronto selettivo della loro e della nostra storia, perché la nostra storia nella sua tragicità è più complessa e, devo dire, persino più nobile di quanto Pera non ci prospetti. Così come, siamo sicuri che è la “scristianizzazione” dell’Europa che annacqua e svalorizza la nostra identità? Siamo sicuri invece che la nostra identità, come ci hanno ben spiegato i padri fondatori, è un’identità progettuale, è un’identità di divenire. La nostra storia, se vogliamo prendere la metafora della pianta, come dice Bandinelli, non sono le nostre radici sono le foglie e gli innesti, quello che riusciamo a costruire. E forse è questo che ci spaventa, forse è questo ritorno impaurito nel passato, perché ci spaventano le sfide di oggi, ci spaventa l’incapacità, tutta evidente, di provare a dare delle risposte rispetto a grandi temi, risposte sempre imperfette perché imperfetta è l’essenza della democrazia e quindi imperfette le risposte che di volta in volta possiamo tentare di dare. Ma negare i problemi oppure risolverli con una procedura proibizionista, col proibizionismo come metodo di governo dei problemi, è pura velleità quando non controproducente e foriera di scontri di cui non riusciamo neanche, credo neanche Pera, a capire l’importanza. Dice: “c’entrano i valori”. Certo. E qual è il nostro valore unificante di europei? Il nostro valore unificante da europei è la democrazia, il nostro valore unificante è la divisione dei poteri, la democrazia, la legge, che come tale è sempre correggibile, che come tale è sempre superabile, ma quello che ci fa europei, credo, è esattamente aver fatto questa scelta pur dopo tanti percorsi altri. La democrazia, quella che ha sconfitto le teocrazie delle nostre parti, che pure ci sono ben state, ci sono state e anche crudeli e anche efferate come ce ne sono oggi in altre parti del mondo e che sono, quelle sì, l’avversario politico contro il quale ci dobbiamo battere ed è pericoloso, presidente, provare a dire: “dobbiamo smetterla di ritenere o di praticare quel relativismo culturale secondo cui tutte le culture e le civiltà sono uguali”. Signor presidente, le culture non si paragonano. Ciò che non è uguale sono i sistemi politici che consentono o non consentono a culture diverse di esprimersi e di convivere. Vede, signor presidente, non è paragonando o dando giudizi di valore ad Averroè, piuttosto che a chi vuole lei, che costruiremo un mondo in cui tutti i pensieri, le opinioni, hanno possibilità di essere, di esprimersi, di diventare vita nel corpo civile. Quello che oggi è in atto non è uno scontro di civiltà e se lei lo pensa e questo continua a dire dall’alto di uno scanno istituzionale così influente, non solo io credo è un errore di analisi, ma prefigura che di fronte a una jihad si risponda con una jihad cristiana. Non è così. E’ che di fronde alla jihad islamica si risponde con la democrazia, si risponde con la divisione dei poteri, si risponde con dare a Cesare quello che è di Cesare, e con dare a Dio quello che è di Dio, nel privato delle coscienze individuali, delle scelte drammatiche individuali che ognuno di noi è tenuto a fare. Signor presidente, se lei crede che gli avversari di questo mondo, o di quello che noi siamo, siano le centinaia di milioni di musulmani, e non i pochi dittatori che hanno sfruttato e monopolizzato l’Islam, o fanatici o i Bin Laden o le teocrazie o le dittature, certo, ne deduciamo politiche completamente diverse ed è lì che non mi ritrovo più, al di là delle differenze, neanche nella sua intervista. Perché richiamato sull’Europa, che lei dice senza anima, frase che ho usato spesso e che non userò mai più perché per anima noi intendevamo un’altra cosa, intendevamo l’anima della tolleranza, l’anima della separazione tra Cesare e Dio. Interrogato sull’Europa lei dice, signor presidente, che questa Europa senza anima deve affrontare nei prossimi giorni tutta una serie di sfide fondamentali e le elenca in questo modo: “faccio alcuni esempi, politica estera: riuscirà l’Unione a trovare una politica unitaria sulla questione del seggio Nazioni Unite? Riuscirà l’Europa a ricostruire un sistema condiviso di relazioni transatlantiche indipendentemente dall’esito delle elezioni? E, di riflesso, riuscirà l’Europa a ristabilire una linea di condotta comune sul tema del dopo guerra in Iraq? Riuscirà l’Europa ad influire sul processo di pace tra Israele e Palestina?” E poi passa alla politica economica e sociale eccetera. Scusi signor presidente, è vero, queste sono le sfide dell’Europa. Che c’entra l’identità cristiana? Posso sommessamente chiederlo? Che c’entrano le radici giudaico-cristiane, se queste sono, come io condivido, le grandi sfide che l’Europa ha di fronte? Ma vedete di fronte a tutto questo c’e subito una cartina di tornasole molto chiara che ci aspetta come europei e su cui noi radicali credo ci siamo impegnati e non da oggi, con le forze che certamente abbiamo, ma facendo anche qualche miracolo, ed è la cartina di tornasole dell’apertura dei negoziati con la Turchia sì o no. Senza tanti arzigogoli. Vedete, diversamente da alcuni che temono persino – e lo dicono – il problema dei flussi migratori, come a dirsi che se sono cattolico-cristiani sono più benvenuti. Qualcuno anni fa lo disse esplicitamente che andavano favoriti immigrati provenienti dalla cattolica Filippine piuttosto che da altri paesi, come se decidessimo noi i meccanismi dei flussi migratori, unici protagonisti in questa cittadella, che vediamo sempre più assediata e che in realtà si assedia da sé, si chiude da sé per paura di governare le sfide…perché il problema non è se entrano o non entrano tra dieci anni 70-80 milioni di musulmani oltre i 20 che già ci sono, e magari più la Bosnia, e magari più l’Albania, e magari e magari… Il problema è se entrano in uno spazio politico democratico con istituzioni forti o no, questo è il problema di fondo. Non preoccupa, appunto, di che fede religiosa sono, ma se entrano in una casa – come dice lei – o in una famiglia che sa chi è, non perché sa chi sono i suoi genitori ma perché sa chi sono i suoi fratelli e le sue sorelle. Questo forse è un contributo importante per l’Europa, altrimenti ci ritroviamo in una situazione di contrapposizione di fondamentalismi e io non credo che sia quello che serve, credo che se c’e un modo di sconfiggere, ed è una strada più lunga, accidentata, meno immediata, fondamentalismi o dispotismi è esattamente quello che in qualche modo stiamo tentando, ed è la promozione e il sostegno della democrazia e dei democratici in tutto il mondo e di qualunque fede siano. Quello che può sconfiggere un fanatismo di stampo, o che si rifà, o che manipola un dato religioso è contrapporre non altrettanto, come dire, integralismo, ma contrapporre invece la forza e la potenza delle istituzioni democratiche che solo esse promuovono uno sviluppo economico ed umano più accettabile. Ed è così vero che quello che oggi minaccia in qualche modo il mondo è legato ad una forma, certamente, di fanatismo a base religiosa, ma che s’innesta in territori e paesi autoritari, quando non tirannici. Vedete, vivono 200milioni di musulmani in India, non mi risulta che ci siano grandi fanatismi. Vivono centinaia di musulmani in Indonesia o da altre parti…ma quello che oggi è lo scontro, è tra società chiuse e società aperte, lo scontro è tra sistemi politici, mentre invece quest’analisi che ci viene propinata ne fa dedurre un altro tipo di politica, che non è esattamente quella che noi prefiguriamo e su cui operiamo. Se ne deduce, che va bene sostenere i despoti di tutto il mondo purché si dichiarino anti-terroristi, senza capire che sono esattamente e proprio queste tirannie che finiscono per essere in realtà il terreno di coltivazione di quello che sta succedendo. Per questo noi radicali da non violenti e senza pretendere che gli altri siano nonviolenti – intanto non lo sono –, o che lo siano Bush piuttosto che Blair, piuttosto che D’Alema all’epoca del Kosovo, piuttosto che altri, andiamo ripetendo nelle nostre opere quotidiane che, pure quando necessari, gli interventi militari, di per sé, non sono mai sufficienti. Non lo sono stati neanche in Europa. Qualcuno mi fa sempre ricordare che pure nell’intervento degli alleati in Europa nella seconda guerra mondiale, proprio nel momento quasi più grande dello scontro militare, qualche padre lungimirante pensava alla Costruzione europea, pensava al dopo guerra, come si dice. Non solo come ricostruzione delle case, ma come ricostruzione o costruzione di istituzioni altre e diverse, che superassero i nazionalismi e il nazionalismo, fonte primaria degli scontri che abbiamo vissuto. Ed è nel pieno della seconda guerra mondiale che nasce l’idea della NATO, per esempio, o viene elaborata e poi concretizzata l’idea della Comunità Europea. Io credo che quello che è mancato e che manca, e mi riferisco alla questione Iraq, è proprio questa seconda parte, cioè la parte costruens, la parte del progetto politico, la parte del progetto che accompagna e deve accompagnare l’uscita dalla fase militare. Noi abbiamo sostenuto e offerto, al governo così come all’opposizione, altra iniziativa politica per esempio rispetto all’Iraq, che altro sarebbe stato, ed era possibile, o comunque era doveroso tentare. Siamo stati sepolti, devo dire, a parte l’attenzione con cui ci ha seguito L’Unità. Siamo stati sepolti dalla banalità del ministro Martino, che non torno neanche a ripetere, ma in realtà dall’intera classe politica del nostro paese, eppure, era possibile o comunque era doveroso tentare. E poi, anche in questa situazione, io trovo, così concentrati come siamo su questo tipo, pare, di attenzioni e dibattiti, non riusciamo neanche a vedere e quindi poi a sostenere quello che in questa parte del mondo – che così ci preoccupa – eppure succede, quasi senza di noi, o senza di noi adeguati. Il ministro Gasparri ne faceva riferimento, io vi devo dire che sono esterrefatta, per esempio, del fatto che delle elezioni afghane così poco si sia parlato. E’ come se fossimo obnubilati pure noi, per cui solo il sangue fa notizia, solo la minaccia di sangue fa notizia. Cosa c’era di più scontato di una cassetta di Bin Laden alla vigilia delle elezioni americane? Ditemi una cosa più prevedibile. Anzi, se non era lui era Al Zarkawi e se non era Al Zarkawi era Al Zarawi e se non era quello…… Applausi Che cosa c’era di più scontato, di più prevedibile di una cassetta alla vigilia delle elezioni americane? Eppure no, dalle prime pagine, di tutto. E se c’è un qualche segno, così fondamentale, che si è votato in Afganistan e che, seppure nella stragrande maggioranza, coperte di burqa hanno votato le donne e che c’era una candidata donna alla presidenza, Massuda Jalal, che ha avuto in tutto il nostro panorama, non solo italiano, l’attenzione solo di una pagina intera de il Giornale, che ancora ringrazio. Gli sforzi, i tentativi che pure vengono dagli uomini e dalle donne di quel paese, di religione musulmana o islamica, attraverso passi tanto difficili quanto importanti per andare avanti, poiché non grondano sangue, poiché non prefigurano lo scontro Europa–Stati Uniti, poiché…non lo so perché, devo dire che la cecità è totale e rende ciechi tutti noi, perché non è detto che la verduraia sotto casa abbia come prima priorità le elezioni afghane, a meno che qualcuno non glielo dica e non glielo spieghi…rendendo ciechi, ciechi proprio, un intero paese, o peggio ancora, visto che l’annullamento dell’importanza delle elezioni afghane è stato totale, almeno in tutti i giornali europei che io seguom è l’accecamento di una intera opinione pubblica, che quindi non vede neanche che cosa è possibile fare e che cosa si sta facendo, cosa stanno facendo senza di noi perché, appunto, distratti da altro. Ed è proprio questo, credo, il significato di questa iniziativa. Insomma, diceva Bandinelli questa mattina: in realtà, non serve solo una conferenza di Sana’a, servono dieci di quelle conferenze di Sana’a. Servono gli atti e le opere giorno per giorno, puntuali, umili, precise, ma che siano d’incoraggiamento e di sostegno a chi, dall’altra parte, vuole compiere il percorso della democrazia, che non è – ci ha ben spiegato Fareed Zakaria – che, che noi siamo così “europacentrici”, non è solo la nostra storia, non è solo il nostro patrimonio, è storia e patrimonio di ben altri tanti paesi, così lontani da noi che non conosciamo neppure. In forme diverse, ma non è che l’abbiamo inventata e praticata solo noi, come ci andiamo ripetendo. C’è stato in Egitto come in Iraq un periodo liberale negli anni Quaranta e Cinquanta, fino agli inizi degli anni Sessanta. C’e stato in Iraq. C’e stato dappertutto e in moltissimi paesi. Eppure no! Uno si deve sentire dire sempre, che questi paesi non hanno mai conosciuto piccoli spazi e che quindi non ne sono pronti, ma in realtà non è così. E credo che quello che noi radicali abbiamo offerto incessantemente, anche al governo Berlusconi, l’idea e il progetto dell’organizzazione mondiale della e delle democrazie, sia esattamente questo. E’ esattamente il progetto politico più complesso, ma anche il più importante che abbiamo oggi di fronte. Peccato, che non ne sia stata neanche colta l’importanza, la portata, la rilevanza come politica – si diceva una volta – “estera”, io dico come politica tout court, di cittadini del mondo e di un paese che vive in questa situazione. Devo ringraziare Adriano Sofri, che è l’unico che, puntualmente, segue con grande attenzione questi dibattiti. In un articolo di oggi su Repubblica, per esempio, con gran puntualità parla dell’essere donna in Arabia Saudita. In qualche sintonia, da radicali, stiamo cercando di organizzare proprio a Sana’a, perché siamo anche testardi e perché quel governo è più ricettivo di altri, proprio una conferenza di donne dell’Arabia Saudita e dei paesi del Golfo, non sulla generica questione di essere donne e avanti di questo passo, ma sui diritti civili e politici a partire dal diritto di voto. A partire da un semplice diritto di voto, perché quella è una zona che fa piazza pulita di tutti gli stereotipi secondo cui l’oppressione, la discriminazione femminile, sarebbe sempre il frutto della povertà. No, quelli sono paesi ricchissimi. Quelli sono paesi dove la popolazione femminile è perlomeno laureata, sono paesi seduti sul petrolio, di una ricchezza…eppure, alla maggioranza della popolazione di sesso femminile, sono preclusi i diritti elementari. Questo è quello che da radicali cerchiamo di fare, convinti come siamo che seppure non è la soluzione a tutti i problemi – ma a moltissimi e a quelli essenziali sì – sostenere democrazia è la strada, l’iniziativa, la politica che è più foriera, là come qui. E in questi capisaldi di democrazia, là come qui, e la Turchia ben ce lo insegna, la separazione tra religione e potere è un elemento essenziale. E uno dei loro problemi è esattamente la manipolazione della religione a fini di potere, cosa che abbiamo conosciuto anche noi e quindi la sappiamo interpretare in senza troppe difficoltà. E non è, questa, una questione di vetero laicismo, così come ci viene attribuito, ma è una preoccupazione essenziale come metodo di governo. Vedete, non è puro patrimonio dei cattolici, o di qualunque altro credo religioso, la preoccupazione rispetto ai grandi scenari che oggi si aprono relativi al genoma, per esempio. Questa è una preoccupazione, un’occupazione, un tema che ci deve coinvolgere tutti e su cui non è legittimo, non è giusto, non è vero, oltre che non essere neppure esatto, attribuire questa preoccupazione alla sola sfera dei cattolici o dei cristiani. Per noi laici è altrettanta occupazione è altrettanta preoccupazione. Tant’è vero che ci esercitiamo nel capire, nel conoscere, nel sapere e nel provare a dare delle risposte magari regolamentatici, ma la risposta che invece è stata data è quella proibizionista. E c’è una bella differenza tra regolamentare e proibire. Io credo che questo lo dobbiamo dire con forza: non c’è da una parte chi ha queste preoccupazioni “nobili”, e dall’altra quelli che invece, non si sa perché, presi da chi sa quali derive eugenetiche…di tutto ci è stato attribuito, queste preoccupazioni non ce l’hanno. Ma come ha detto, e lo ripeto sempre perché mi ha colpito e convinto, Lanfranco Turci in un intervento mi pare quando consegnavamo le firme. Diceva che non è su questi temi che si crea la bipolarità o si fonda la bipolarità, che si può fondare su altri temi, su altre politiche, ma questi grandi temi della vita e della morte, della libera scelta, della responsabilità individuale, appartengono ad una civiltà intera non appartengono ad uno schieramento politico. Sono d’accordo e questo è il senso importante del grande dibattito che vogliamo poter aprire, grazie alle firme raccolte per il referendum. Perché oggi non si tratta più di correggere l’art. 1 piuttosto che un pezzo dell’art. 32 e fare il cambio fra l’art. 36, sostituendolo con l’art. 45. Non è un problema di artigianato legislativo o di ingegneria legislativa, oggi è aperto un grande, come dire, scontro anche di idee. E una società e un paese che abbia paura dello scontro di idee e cerchi di risolverlo nel chiuso di un qualche corridoio, senza affrontare con i propri cittadini il senso profondo di queste sfide, anche la preoccupazione che possono dare, io credo che sia certamente un paese poco disposto ad interrogarsi nel profondo, sul senso della nostra esistenza, della vita e della morte, della salute e della malattia, dei rapporti familiari, dei rapporti coi figli piuttosto che con i genitori, assumendosene in pieno la responsabilità senza delegarla a più facili – cosiddette – verità rivelate. E questa grande apertura o innovazione scientifica ci occupa e ci preoccupa persino, ed è proprio per questo che abbiamo ritenuto e riteniamo, non che avere opinioni diverse sia di per sé, o per chi non la pensa come noi, oscurantista, con buona pace di Pierluigi Battista. Abbiamo ritenuto e riteniamo che la risposta data a questi grandi temi, a questi grandi interrogativi, la risposta normativa data di stampo proibizionista, è una risposta oscurantista. E non c’è niente di offensivo in tutto questo. Non è oscurantista chi pensa per sé diversamente, ma la risposta normativa che è stata data, oltre ad essere totalmente a-scientifica, è una risposta a mio avviso oscurantista e non ha, questo, niente di offensivo, niente di particolarmente poco dignitoso. Quello che sì sarebbe poco dignitoso, è privare i cittadini, in base a calcoli di equilibri politici di vertice, della grande opportunità di farsene un’opinione, del dovere di farsene anche una ragione e del dovere alla fine di scegliere e di votare. Questa è una responsabilità che appartiene a tutti noi. Non appartiene, con buona pace, ai segretari di partito che storicamente saranno tentati di sacrificare, anche questa volta, questa che è una grande responsabilità di tutti noi, a dei piccoli e meschini – quando non mediocri – calcoli di equilibri interni, per cui Fassino non si può scontrare con Rutelli, quell’altro non si può scontrare con non so chi, sacrificando quindi quello che è un dibattito di crescita per l’intero paese – e lo può essere – a calcoli, magari elettorali, a piccoli o grandi piaggerie e in qualche modo al loro cosiddetto quieto vivere. Non è di questo che ha bisogno il nostro paese. Non ha bisogno certamente di quieto vivere, anzi, a volte ho l’impressione di un paese in cui pensare è diventato troppo faticoso, in cui, in realtà, il messaggio che viene dato, anche ai cittadini, è quello di pensare poco e magari consumare molto, che va sempre bene ma intanto pensare poco, che poi fa male alla salute. E tutte queste, che non sono solo riflessioni, ma sono state opere, azioni, attività, lavori, ansie, difficoltà, ma tutto questo, con grande cocciutaggine ogni domenica da Radio Radicale e con toni che sono i suoi, Marco ha offerto innanzitutto e per tanto tempo all’attenzione e alla riflessione del Presidente del Consiglio e di questo governo, nonché alle forze di opposizione. Io credo che siamo tutti testimoni delle non-risposte avute, quando non sorrisini di sufficienza, ascrivibili al fatto che Marco ha un cattivo carattere, o che ne so, banalità simili. Perché poi, banalizzare le cose è il mezzo migliore sostanzialmente per evitare la fatica di affrontarle, quindi di esserne interpellati. Certo, noi abbiamo di fronte grandissime difficoltà, abbiamo la difficoltà per esempio di dare una forma vagamente adeguata ed organizzativa a tutto questo nostro fare, in Italia e fuori, di fronte a una crisi evidente di Partito Radicale Transnazionale di cui ci occuperemo, penso, un’altra volta e su cui avrò delle cose da dire. Ma quello che non dobbiamo dismettere è questa volontà, persino di farci anche fiducia della capacità, che con così pochi strumenti riusciamo però poi a produrre in termini di semina e qualche volta persino di risultati. A me viene, mi veniva, mi viene in questi giorni veramente da chiedermi o da chiedere ai liberali accasati in questo o in quello schieramento, mi viene da chiedere se magari qualche volta non si pongano il problema di una casa comune dove stare. Certo, mi chiedo, a volte se non venga neppure a loro ogni tanto il dubbio che è bene rafforzare questo tipo di politica, dargliene gambe, sostanza e forza. Ad oggi mi pare che la risposta sia più, semmai, in qualche modo, mi viene sempre detto: lavorare dal di dentro di uno dei due poli. Certo, la domanda è anche di chiedere se poi ci riescono e se non sia venuto il momento di porsi qualche altra alternativa. Ma dicevo questo, in questo settore che mi vede più presente ma in tutti gli altri costantemente e incessantemente, abbiamo offerto alla riflessione del presidente Berlusconi, e non solo, e alle forze di opposizione. Ed è proprio perché è stato un dato costante che io non riesco, con molta amicizia devo dire, a ritrovarmi nella ricostruzione altra che Benedetto ha offerto a questo congresso ieri. Ascoltandolo, mi sono chiesta se, per caso, avessi mai frequentato un altro partito in questi ultimi anni, mi sono chiesta se magari la distanza geografica dal Cairo costituisse una barriera insormontabile o abbia costituito un vincolo alla conoscenza e alla mia conoscenza dei fatti. Guarda Benedetto, io ho vissuto proprio un’altra storia. Le verità sono molte, però a volte, essere esatti aiuta. Ad esempio quando tu mi dici, che finalmente siamo entrati nel gruppo liberale perché finalmente noi lo abbiamo voluto, io ti giuro, siccome non riesco a dimenticarmi una audizione mia al gruppo liberale, una specie di processo in cui dovevo dimostrare le mie credenziali liberali di fronte al veto di Rutelli, io veramente mi trovo un pò spiazzata, perché a quella audizione non ero candidata commissaria, pensate un po’, ero candidata a entrare nel gruppo liberale su nostra richiesta, peraltro. E c’è stata una vera e propria audizione. Ci siamo entrati adesso, perché per ragioni che attengono a scelte politiche di Francesco Rutelli e del partito democratico europeo, che lui ha creato, non era più in grado di porre veti nel gruppo liberale punto e basta. E’ così semplice. E’ caduto il veto che aveva ostacolato il nostro ingresso nell’altra legislatura ed essendo caduto, siamo entrati. Così come non riesco a riconoscermi in una ricostruzione che tu fai, e che trovo anche un pò caricaturale, che vorrebbe me e Marco in particolare, più alcuni altri, molti, o comunque il gruppo dirigente, come una specie di gruppetto un pò snob, che sdegnosamente rifiuta, ha rifiutato e pare rifiuterà per sempre dialoghi, telefonate, avances e non so cosa, in provenienza dalla Casa delle Libertà. Trovo questa descrizione caricaturale e non perché Daniele non abbia coltivato il dialogo con Maurizio Gasparri piuttosto che con Bondi, o che tu stesso non lo abbia coltivato, credo, con Tremonti o che chiunque abbia avuto la possibilità non ne abbia coltivato con qualcun altro, ma il problema è che alla fine, anche dopo il tuo pranzo ad Arcore, io non ho visto seguire nulla e ti assicuro, siccome non è un mistero che quando, dopo tre anni, Berlusconi mi ha voluto parlare, mi ha trovato all’aeroporto di Levaldigi, posto esotico tra Torino e Genova, in cui mi comunicava – non so perché me lo comunicava, ma lo ringrazio, è stato un atto di sicuramente corretto – che aveva scelto Buttiglione. Ti assicuro, all’aeroporto di Levaldigi, mi trova chiunque, se lo vuole. Recentemente, per esempio, mi hanno trovata molti funzionari della Farnesina, che avevano bisogno di un contributo su una costruzione di qualche iniziativa rispetto alla democrazia del mondo arabo e ti assicuro non abbiamo fatto mancare questo contributo. Però, nonostante lettere, aperture, disponibilità, il ministro Frattini non ha mai ritenuto di avere la possibilità o la autorevolezza di fare lo 0039.335.., che sarebbe il mio telefonino, dove però mi trovano tutti i funzionari della Farnesina, te lo assicuro, al primo squillo, normalmente. Io credo che queste cose ce le dobbiamo dire, semplicemente per non raccontarci una storia che non c’è. E non è un dato di arroganza quando uno, dopo tanti anni, prova a dire che forse vorrebbe vedere qualche fatto, uno, significativo e non lo dice per arroganza. Certo, un pò per consapevolezza di sé, sì, perché è vero, Benedetto, che contano i numeri e contano i risultati elettorali, però vedi, in politica come nella vita conta anche altro, conta anche la qualità della politica che uno sa produrre, conta anche la tenuta di una forza politica, conta la capacità di dialogo, ma conta anche la non volontà della svendita, perché la nostra storia non è solo il nostro patrimonio di noi radicali, è il patrimonio di una parte consistente di questo paese, se è vero come è vero che persino Marcello Sorgi ieri, si è sentito in dovere di ripetere che i radicali sono quella cosa che se non ci fossero bisognerebbe inventarli. Bisognerebbe inventarli nella loro e nella mia spigolosità, bisognerebbe inventarli nella nostra e nella mia caparbietà, bisognerebbe inventarli persino, Benedetto, nel tuo essere, come tu ti dici, normale. Vedi, io penso di essere una persona che corre a volte i rischi della banalità e anche del conformismo. Io, diversamente da Marco, non ho voglia di lottare tutti i giorni, a me, qualche volta, verrebbe proprio da sedermi…dicono gli inglesi, give me a break. Però è proprio questa normalità rigorosa, credo, quella che fa più paura, quella che più è indigesta. Io credo che quello che è più indigesto, non è l’alibi semplice del carattere di Marco, se davvero dovessimo fare politica con chi ha buon carattere o con chi si trova simpatico, anche all’interno della casa delle libertà forse tanto, tanto insieme non sareste. Si fa politica su altre cose che ci piacciono o non ci piacciono. Indigesto è invece proprio questa nostra capacita di dire cose normali però comprensibili, questa nostra voglia di voler continuare a dire dei sì e dei no, perché non è vero che tutto è “ni”, non è vero che tutto è grigio, è vero che a volte la responsabilità di qualche sì chiaro e di qualche no chiaro fa bene alla salute, fa bene alla comprensione, fa bene anche alla chiarezza, allo scontro del dibattito. E finisco, solo con due postille brevi. La prima è l’annoso dibattito tra di noi che sento da circa trent’anni, visto che da trent’anni sto qua, e che risorge ad ogni vigilia elettorale – siccome poi in questo paese si vota molto e spesso, anche questo dibattito viene spesso – la cosiddetta contrapposizione tra l’ala movimentista e l’ala parlamentare o l’ala governativa. Guarda Benedetto, mettiamoci tutti tranquilli, io vorrei proprio stare al governo e di già che sono vorrei fare il ministro e se proprio hai ancora un dubbio vorrei fare pure il presidente del consiglio. Lo sporcarmi le mani è una mia abitudine, per la verità. Posso solo dire che mi dispiace molto che noi, tutti i radicali di queste opportunità ne abbiamo avute troppo poche e forse non a caso. Questa contrapposizione non esiste e noi non siamo mai stati extraparlamentari neanche quando andava di moda nel ’68, pensa un po’. Noi abbiamo sempre fatto leva su un trittico che è stato sempre: istituzioni, referendum, nonviolenza e l’abbiamo percorso tutte le volte che è stato possibile, ora un pò l’uno ora l’altro, senza però – e spero che continueremo a farlo – camuffarci da indipendenti di sinistra o di destra o quelli che andavano di moda negli anni ’80, gli indipendenti di sinistra, per esempio, che erano i più dipendenti obbiettivamente di tutti quanti gli altri, perché semmai noi possiamo essere e crediamo molto nell’interdipendenza, non nella pura e semplice dipendenza. E allora è vero che due deputati radicali, o quattro o cinque, che arrivano in una qualche istituzione sulla forza di una battaglia, di una campagna elettorale vinta, di un progetto, di uno scontro, portano anche con sé la forza scardinante di meccanismi atrofizzati spesso, metabolizzanti tutti quanti. Ma non è, se ci entri senza un progetto, senza una cosa a cui ancorarti, senza una cosa che tu hai potuto dire ai tuoi elettori faccio questa scelta o questa alleanza perché nel suo piccolo so e abbiamo convenuto che faremo queste tre cose, non è, prima vinciamo e poi discutiamo, è l’inverso, prima vediamo una o due cose e poi lottiamo insieme per quelle. Questo è quello che io mi sentirei di dire agli elettori radicali e non, qualunque sia l’umiltà di quella cosa, ma l’inverso non ti da nessuna forza, non darebbe nessuna forza né a due né a tre consiglieri regionali o parlamentari che dir si voglia, che entrassero senza questo bagaglio, senza questo sostegno e senza questo aiuto. Sicché, non è una contrapposizione teorica fra l’ala movimentista e l’ala istituzionale, è, semmai, la scelta, io credo accurata e che certo è discutibile, di avere di volta in volta usato le crepe possibili per percorrere una strada piuttosto che l’altra quando non le abbiamo percorso tutte e due insieme. Diversamente da Marco io penso, mi arrovello, e devo dire persino mi colpevolizzo – forse troppo – su errori anche nostri che io credo abbiamo commesso e che seppure non sono paragonabili nella forza d’urto delle loro conseguenze con i macigni esterni, pure ci sono stati. io me ne colpevolizzo e mi arrovello. Però devo pure tenere conto della di sproporzione delle forze e questo poi ha senso credo puntuale del ritrovarsi in un congresso per capire come andare avanti nel modo migliore possibile. Personalmente io mi auguro che troveremo insieme la forza di stanare, o di dare forza, a quei liberali un pò nascosti negli altri schieramenti, perché la difesa di questo referendum appartiene credo non solo a noi, non solo ai firmatari, appartiene a questo paese. La dignità di questo dibattito, la nobiltà di questo scontro di idee credo sia uno dei patrimoni più importanti che potremmo portare per le presenti e future generazioni, quelle che magari non ricordano gli anni ‘70 cui in linea di massima già di questo si discuteva, pensavamo di avere in qualche modo superato il problema e poi essendoci distratti, ci siamo ritrovati impelagati un altra volta. Quanto di più antico nella mia vita, personale e politica, risentirmi nella distinzione tra vita umana e persona. Mi pareva che tutto questo, l’io non lo farei che non deve diventare tu non lo devi fare, rispetto anche alle esigenze nuove e diverse che io sento molto prepotenti, con grande sforzo l’avessimo superato. Per esempio io ritengo che il diritto a una morte dignitosa, sia proprio un mio diritto, non sono l’unica protagonista della mia vita, perché molti altri dipendono da me, ma essere proprietaria della mia morte e di una morte dignitosa, io penso proprio che mi spetti e che non possa spettare a nessun altro. Tutti i temi, come si dice, parapolitici, prepolitici, prepartitici, che danno il senso non solo della vita, ma anche della vita politica, se non è questo, proviamo a eleggere qualche comitato di amministrazione, forse fa prima. Perché se vogliamo togliere questo tipo di contenuti, io non so bene con cosa li vogliamo sostituire e non so bene se dobbiamo anche noi rassegnarci che la politica consiste nei vertici di maggioranza o di opposizione, in presunte primarie o false secondarie, nella ricerca di soluzioni sempre all’interno. Non è questa – è esattamente l’opposto – l’importanza del contributo che quattro radicali, che con voi fanno quattrocento, abbiamo però costantemente, con Marco innanzitutto, con la sua forza di non sedersi, provato a dare al conformismo un pò melmoso, un pò mediocre e, consentitemi anche, un pò triste di questo Paese. Grazie.




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