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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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CONGRESSO DELLO SDI-ROSA NEL PUGNO: INTERVENTO DI EMMA BONINO

Congresso dello SDI-Rosa nel Pugno Fiuggi -5 febbraio 2006 Cari compagni e amici, ho seguito il vostro - anzi, il nostro - Congresso, e ora Enrico mi chiede di chiuderlo prima della sua replica: questo mi fa sentire a casa, in questa casa comune che abbiamo voluto costruire. Ho seguito il Congresso da Radio Radicale. Ho ascoltato gli interventi, e ho preso nota di quanto tutti voi che siete intervenuti con convinzione ed entusiasmo avete voluto aggiungere, elaborare, approfondire rispetto alle ragioni, agli ideali e alle ambizioni del progetto della Rosa nel Pugno. Sì, ha ragione Del Turco, il 9 aprile rappresenta uno snodo fondamentale, ma appunto uno snodo, perché siamo qui per rimanere insieme, da adesso al 9 aprile e dopo il 9 aprile. Si mettano bene in testa che questa è una decisione che abbiamo preso e che, se i cittadini ci daranno la forza, è anche con noi che dovranno fare i conti nel prossimo Parlamento. Tornerò brevemente sui temi dibattuti a partire dalla relazione di Enrico ma forse, in chiusura di questo Congresso, mi corre l’obbligo di richiamare tutti al “che fare” o meglio, al come far sì che le nostre convinzioni siano conosciute, dibattute tra i cittadini, tra le donne e gli uomini del nostro Paese e possano diventare oggetto di scelta, di determinazione, di voto. Certo, dai nemici non ci si aspetta nulla di buono, ma dagli amici sì, e allora fa un po’ senso leggere questa mattina sul “Corriere della Sera” un erudito intervento dell’amico Michele Salvati, intitolato: “Sdoganare la parola liberale”. Ho provveduto a mandargli il simbolo della Rosa nel Pugno, caso mai gli fosse sfuggito. Perché Salvati scrive che "il progetto del partito democratico può nascere solo se si sdogana la parola liberale e se a costruirlo concorreranno enzimi della società civile". Ho fatto sapere a Michele che forse almeno come enzima ci potrà e dovrà considerare, visto che una forza organizzata liberale esiste, ed è qui: e lo dico anche ai tanti Michele Salvati della sinistra, di questa sinistra che ci vive e ci soffre con disagio, senza aver ancora capito che noi siamo una opportunità per il futuro, per una sinistra più laica, più liberale, una sinistra più adeguata ai tempi. Perciò, compagni e amici, neppure per un momento dobbiamo archiviare la consapevolezza della profonda illegalità con cui queste elezioni si svolgeranno, anzi, si svolgono. Rischieremmo di perdere di vista, come avrebbe detto Leonardo Sciascia, il contesto in cui il Paese è immerso: un Paese in cui prevale l’impazzimento istituzionale, in cui non c’è una istituzione che tenga, oppure quelle poche che tengono vengono dileggiate. Il Presidente della Repubblica richiama a che si realizzino pari possibilità di comunicazione e di informazione, l’autorità garante finalmente riesce a condannare Ballarò, Matrix e via dicendo, eppure questi richiami, se da noi non rivalutati, rischiano di rimanere quanto mai flebili. Gli altri continuano a far finta di niente. Ma l’illegalità e la discriminazione che ci hanno colpiti sono solo l’epifenomeno dell’illegalità e della discriminazione che vive questo Paese insieme a tutti i suoi cittadini. Che abbia a che fare con la giustizia, con le banche, con i servizi pubblici, ognuno, giorno per giorno, si scontra con un Paese che ha perso il senso dello Stato, il senso delle Istituzioni, il senso dello Stato di diritto. Il “cittadino consumatore” non esiste: esiste il prigioniero dell’Alitalia, esiste il prigioniero dei treni in ritardo. Ma quello che fa più paura e deve quindi essere silenziato è il "cittadino-cittadino". Noi dobbiamo essere silenziati semplicemente perché rappresentiamo queste (e quelle) voci. Non è solo questione delle firme da raccogliere, delle candidature ”anticipate” rispetto agli altri partiti, della inaccessibilità sostanziale - se non ai costi durissimi che Marco per tutti noi e con tutti noi ha pagato - ai mezzi di informazione; è soprattutto il fatto che ci è negata la possibilità stessa di parlare al Paese. Queste, vedete, queste sono cose che dobbiamo tenere ben presenti, questa illegalità non ce la dobbiamo dimenticare, altrimenti perderemmo di vista dove siamo e ci inventeremmo un Paese che non c’è. Ho detto spesso, e lo ripeto qui, che vorrei un Paese che avesse un Presidente del Consiglio che merita il “lei”, che difende il rispetto delle Istituzioni che incarna. Vede, signor Presidente, lei - in questi anni e in particolare in questi giorni - ci ha dimostrato che il senso delle Istituzioni non è il suo forte. Certamente lei è un esperto di calcio e di calcio mercato, quindi, per spiegarmi con un esempio, lei – signor Presidente - cosa direbbe di un campionato dove una squadra, magari la sua, è costretta a chiudere il calcio-mercato un mese prima delle altre? Lei direbbe che è un campionato fasullo, sleale, illegale. E questo noi diciamo a lei E lei che direbbe, signor Presidente del Consiglio, di un campionato dove va in tv solo una squadra, magari la sua, perché alle altre si lasciano le briciole? Vede, lei ha una serie di signori che per difenderla usano strani paragoni. Siamo abituati ormai a vederla dappertutto, la vediamo la mattina presto, la sera tardi, ci manca che sostituisca Bernacca al servizio meteorologico. Chissà che agli elettori non venga un conato di rigetto. Ma intanto alcuni hanno scritto - per difenderla - che anche negli altri Paesi si fa così, che quando Bush o Blair vogliono parlare al paese vanno in televisione. Mi capita ogni tanto di frequentare questi Paesi e le assicuro che in nessuno si è ancora visto un Presidente del Consiglio che canta da Fiorello e balla a IsoRadio. Io credo che un po’ di decenza istituzionale farebbe molto bene persino a lei, oltre che al Paese. Voi, compagni, eravate qui impegnati nel Congresso e vi siete persi “Liberi tutti” di ieri sera....chapeau, complimenti, e anche auguri, se questo è il Paese che lei, signor Presidente del Consiglio, vuole per noi italiani… Rimane un’altra cosa che ho sentito echeggiare anche qui, e riguarda il disagio, la spocchia, anche politica, con cui alcuni amici della sinistra ci trattano è, credo, come quella di chi vuole perdere. Marco ha dato ieri sera le cifre delle votazioni alla Camera e al Senato sulla questione delle liste e della raccolta delle firme. Forse la Destra non voleva vincere, ma sicuramente non voleva vincere la Sinistra. Forse voleva perdere, perché rimane sempre il riflesso per cui, va bene, ormai ci siamo ma dobbiamo rimanere marginali, schiacciati anche a, e dalla sinistra. Ebbene, cari amici, cari compagni della sinistra, io credo che questo atteggiamento, questo disagio, non è dovuto al presunto cattivo carattere dei radicali o di Pannella, così ruspanti, così incivili, così maleducati e che per giunta vi avrebbero, per così dire, contaminati. Io penso - al contrario - che è l’autonomia politica della Rosa nel Pugno, come si è manifestata in questi mesi con le iniziative, le lotte, le proposte di riforma, a mettere a disagio - sul piano delle iniziative politiche oltre che sul piano intellettuale complessivo - il progetto catto-comunista rivisitato che vuole rinascere ed essere ri-egemone nel nostro Paese. Se così è, noi saremo la vostra spina, le vostre tante spine, perché una sinistra vincente nel nostro Paese deve fare autenticamente tesoro degli slanci liberali, socialisti, laici che esistono nell’opinione pubblica italiana. Questo è il momento di riaffermare che la storia, la cultura liberal-socialista, è vincente. Non è vincente quella comunista né quella catto-comunista. Noi siamo quelli che prima di altri hanno saputo capire, interpretare, governare le istanze del mondo nuovo che si apriva, e questo già nella storia. Vedete, fa impressione vedere che oggi i giornali, e li ringraziamo, riservano molto spazio a una donna che io credo coraggiosa. In Francia, altro Paese - come da noi - nel quale la parola liberale è sempre a metà tra il peccato e il reato - specialmente oggi che liberali si dichiarano tutti a condizione di non esserlo - si dà molto spazio a Ségolène Royal. E perché? Perché Ségolène Royal dice: oggi è la sinistra liberal-socialista, è la sinistra blairiana che può avere un futuro, che ha fatto le proposte e le politiche migliori. E lo dice in Francia. Bene, a chi è un po’ distratto vorremmo dire che anche in Italia, e da ben lungo tempo, queste istanze e queste esigenze esistono, ci sono e si chiamano, piaccia o non piaccia, Rosa nel Pugno. Ma c’è anche chi ha ben capito che cosa è in gioco, quali tipi di società si contrappongono nel nostro Paese e nel mondo, e anche se in questo momento è un avversario lo ringrazio per l’attenzione e l’intelligenza. Mi riferisco a Giuliano Ferrara, sul “Foglio” di ieri. Molto intelligentemente, riprendendo un elenco delle libertà negate nel nostro Pacs, Ferrara chiedeva: “Ma queste libertà che si vogliono, rappresentano una società buona o cattiva? ”La domanda è mal posta, ma la questione è seria. In uno dei nostri Congressi regionali ho fatto un elenco che voglio qui ripercorrere puntualmente perché sia chiaro di cosa parliamo. Vedete, noi potremmo stilare una lunga guida dell’esilio delle libertà. Ai milioni di persone che pensano di voler utilizzare i Pacs, noi dobbiamo consigliare di andare in Spagna; non quella di Zapatero ma quella di Aznar, perché i Pacs in Spagna li ha introdotti il governo di Aznar. Chi vuole fare ricerca scientifica può andare negli Stati Uniti. Chi vuole disporre della propria morte in modo dignitoso, può andare in Belgio o in Svizzera. Chi vuole mantenere il sangue del cordone ombelicale per eventualmente curare i propri figli, vada in Inghilterra. Chi vuole usare la RU486 o magari la pillola del giorno dopo, faccia un salto in Francia. Chi vuole l’indagine preimpianto può andare ovunque, meno che in Italia. Chi vuole la fecondazione assistita può andare dalla Slovenia a Malta o a San Marino. Chi per caso volesse farsi uno spinello - certo, in Giamaica ci hanno spiegato che si può fare - o magari usare la cannabis terapeutica, si accomodi in Olanda o in Canada. E quanti milioni di persone ci sono, dietro tutto questo? Lo dico perché queste questioni attengono alla vita di milioni di persone e sono dunque questioni sociali, con tutte le altre, non lo sghiribizzo di qualche borghese radical-chic, come ci veniva detto già ai tempi del divorzio. La classe operaia pare non si occupasse del divorzio, erano i radical-chic… E manco l’aborto interessava la classe operaia…Ce l’hanno raccontato e continuano a raccontarcelo. Noi vogliamo una società in cui la responsabilità individuale delle donne e degli uomini sia garantita e dove non si ritenga che, a fronte di ogni scelta, debba essere più responsabile il giudice, il prete, il curato, il medico, il ginecologo e quant’altro. Tutti, meno che le donne e gli uomini. Tutti sono più responsabili, più ragionevoli degli individui, i cittadini di questo Paese. Noi non riteniamo che il proibizionismo come metodo di governo ci faccia fare un passo avanti nel favorire la coesistenza di diversi modi di vivere, di diversi modi di essere che non fanno male a nessuno. Noi riteniamo che invece queste esigenze, queste novità, queste diversità debbano trovare cittadinanza nel Paese. Ma proprio perché siamo in queste condizioni, in queste difficoltà da qui vorrei chiedere a Vasco Rossi o magari a Umberto Veronesi, di essere candidati-testimonial di una Italia laica, tollerante, liberale e radicale; e lo chiedo con profonda convinzione, perché la loro discesa in campo -,una eccezione! - forse potrebbe cambiare la storia, segnare la svolta di questo Paese. Noi ce la metteremo tutta, ma abbiamo bisogno anche di altri, abbiamo bisogno che chi può scenda in campo, non per farci gli auguri ma per dire: con voi voglio fare questo pezzo di strada per un’Italia più libera, non quella di “Liberi Tutti” della Pivetti ma quella più libera e più responsabile per davvero. Ferrara ha ragione, si contrappongono effettivamente due modi di guidare, di vedere il nostro Paese. Enrico nella sua relazione ha molto ben chiarito, e altri lo hanno ribadito, che noi non abbiamo mai inteso, né mai lo vorremmo fare, imbavagliare la Chiesa, il Cardinale Ruini, Sodano o chi per esso. Noi vogliamo solamente che tutto avvenga anche per loro senza privilegi e senza soldi statali, che i 4 mila miliardi di vecchie lire annuali - che sia l’8 per mille, le scuole private, i professori di religione, i cappellani militari, le esenzioni fiscali e quant’altro - tornino alle casse dello Stato per farne ricerca, per la scuola, per la cooperazione internazionale. Non mi preoccupo di essere definita, come dire, una dell’800. Io, se c’è una cosa che aborro, è il nuovismo: essere antichi credo sia a volte una virtù. Stamattina dicevano che inventare il nuovo non vuol dire abbandonare le tradizioni. Verissimo, ma le tradizioni devono sapersi inverare in un progetto adeguato ai tempi, e quindi a chi ancora ci accusa io voglio chiarire facendo mie le parole non di uno scatenato, ma di Ernesto Rossi. Nel 1964 diceva Ernesto Rossi: “Io appartengo alla schiera di coloro che credono ancora sia Vedete, ognuno ha la sua sete e in quanto il suo conseguimento costituirebbe la premessa indispensabile per qualsiasi seria riforma di struttura. Io sono cioè sulle posizioni di quello che la maggior parte degli esponenti della nostra sinistra democratica oggi definisce vieto anticlericalismo. Vi dice qualcosa? O sono pregiudizi piccoli borghesi…” Sono passati più di quarant’anni da quando Ernesto Rossi pronunciò queste parole che mi sembrano di assoluta attualità, eppure ogni volta veniamo riproposti come una caricatura, quella di chi vuole imbavagliare la Chiesa o meglio le chiese. Dobbiamo farci forza, credo, per puntualizzare che il problema non è quello, è anzi esattamente l’opposto. Viviamo, dicevo, un paese bizzarro, un paese di impazzimento istituzionale, un paese dove non c’è più uno che non creda in Dio o che non abbia creduto o che spera di credere o che vorrebbe tanto credere o che, anzi, credeva e poi si è sbagliato…Io penso che chi ha il dono della fede dovrebbe rispettarla di più magari, diciamo, con un pochino di riservatezza. Qualcuno ha definito il nostro, e in realtà rischiamo di esserlo, un Paese di baciapile, mi sembra un'ottima definizione. A me fa un po’ impressione vedere un annuncio di un convegno, che avverrà fra poco a Roma, con le relazioni introduttive di Walter Veltroni e di Monsignor Angelo Comastri, intitolato: ”Sete di Dio”. Vedete, ognuno ha la sua sete. Noi più modestamente abbiamo sete di laicità, abbiamo sete di legalità e abbiamo sete di Stato di diritto. Il Concordato, diceva Eugenio Montale - altro spiritato, come è noto - mi fa ricordare quei fossili che si tengono sotto vetro per paura che vadano in pezzi, bisogna prenderlo com’è o lasciarlo andare in pezzi. Lasciamo dunque morire questo anacronistico istituto nato in tempi in cui lo Stato o, meglio, il potere rinunciò a se stesso per poter sopravvivere, e apriamo la via ad un nuovo e civile modus vivendi che restituisca autonomia allo Stato, autonomia alla Chiesa di Roma e a ogni altra fede e culto; insomma facciamo che l’Italia sia un paese di piena libertà religiosa. Si, proprio così, vogliamo fare dell’Italia un paese di piena libertà religiosa. Certo, poi, questi cattolici, grandi esempi non ne danno, sono cattolici peculiari quelli del nostro paese, ne ha ricordati alcuni ieri Daniele Capezzone, ma ce ne sono altri... Cattolicissimo era ed è Fazio, cattolicissimo era ed è Fiorani, che io sappia anche Ricucci, i quali gestiscono, sì, gli affari loro ma senza tanta carità cristiana, o meglio con qualche carità finanziaria visti gli interessi in ballo, e quindi non stupisce che abbiano speso tanto tempo non ad occuparsi delle anime ma a difenderli con grande determinazione ed ingerenza non di coscienza… Si capisce questo, ma che si siano spesi il Cardinale Giambattista Re, Ruini, Sodano, in difesa appunto di Fazio, Fiorani, Ricucci e compagni, di questi cattolici d’assalto! Questo è un Paese che deve far piazza pulita, e forse il nostro ruolo è cominciare a farlo, di una serie di ipocrisie che vi albergano - come dire - in modo bipartisan. E’ un Paese dove chi, magari giovane, ha un’idea e va in banca non trova né ascolto né potenzialità, mentre vi hanno più fortuna quelli carichi di debiti, i quali vanno in banca per fare altri debiti e a cui i soldi vengono tranquillamente dati. E’ un Paese che ha bisogno di innovazione economica, che vive di fratture tra i gruppi sociali, fra chi risente della crisi economica e della perdita di competitività e chi non l’avverte perché il sistema legislativo e amministrativo lo mette al sicuro, al riparo dalla concorrenza. E’ un Paese dove c’è una frattura tra le generazioni, tra i due mercati dell’impiego, quello protetto e quello precario. E’ un Paese che ha bisogno di proposte serie. Io sono molto convinta della proposta - che va rifinita - di Tito Boeri, sul reddito minimo garantito. Ma per rilanciare le politiche nazionali, basandole su alcuni capisaldi e partendo dal presupposto che per far riguadagnare competitività all’Italia la politica è necessaria, bisogna che si capisca di quale politica parliamo. Io credo che dobbiamo parlare della politica che fa delle libertà e della responsabilità economica uno dei punti cardine; che dobbiamo parlare della politica che pensa alla formazione, a una diversa istruzione, a comparti sinora tenuti a margine. Ichino ha posto un qualche problema e Treu risponde in modo un po’ imbarazzato, quelli sono anche dei “sì” e dei “no” che bisogna pur dire e che la relazione di Enrico ha detto. Noi siamo un Paese, come dire, che a parole fa della libertà, della sua libertà, della democrazia, dello Stato di diritto, quasi dei totem, cose che basta proclamare per poi non praticarle, oppure praticarle quando conviene. Siamo un Paese che vive in Europa. Ebbene, noi invece siamo un partito che vuole la libertà non solo per sé, per il proprio Paese e per l’Europa ma che si impegna a promuovere anche la libertà degli altri, di quei milioni e milioni di oppressi in paesi non tanto lontani e i cui dittatori sono dipinti come i nostri migliori amici: pacche sulle spalle di Putin, viaggi tra dacie e Sardegna, e intanto la Cecenia brucia, viene strangolata l’Ucraina…, perché certo noi amiamo molto la democrazia di Kiev ma amiamo di più il gas russo, a qualunque condizione. E diamo altre pacche sulle spalle un po’ più a sud del Mediterraneo. E’ emblematico, compagni e amici, cosa sta succedendo oggi su questa questione delle vignette. Questa mattina il portavoce di Ratzinger, il nostro Presidente del Senato Pera – chissà forse sceglierà nel futuro la sua carriera – in una intervista che veramente fa impressione ha basato tutto il suo intervento sul tema della reciprocità. C’è da essere spaventati, perché la non-lettura o l’incapacità di lettura di quello che succede in un mondo così importante e così vicino ha dell’impressionante. Sto facendo un esempio sintomatico della nostra Europa, di quella che vorremmo cambiare e anche della nostra classe politica: Ah, sì, certo, la libertà non si tocca, però poi, forse, magari,.. bisogna stare attenti all’opportunità politica; certo, i principi, i principi vanno sempre bene, ma a condizione che non diano mai principio a comportamenti: stanno là, li si evoca come principi e poi si fa un’altra cosa. Queste famose vignette erano state pubblicate a settembre, ma non era successo niente; poi, improvvisamente, le manifestazioni esplodono a febbraio, non a caso - dico io - dopo la vittoria di Hamas. E l’Europa si prostra a dire: “ma no, ma per carità, ma certo”… senza che nessuno abbia il coraggio di dire almeno che nelle nostre società libere, o almeno in molte, i giornali sono liberi ed indipendenti, che le vignette possono anche non piacere ma che questo è il prezzo che si paga. No, nessuno vede. E ieri sera la tv italiana definiva quelle manifestazioni come manifestazioni autonome e popolari: a Damasco!.. Guardate, a Damasco di autonomo non c’è niente, e in piazza ci andate se vi ci porta il regime sennò non ci andate, e lo sanno bene i curdi che tentarono di fare manifestazioni indipendenti per i loro diritti e sono finiti massacrati, o in galera dove ancora stanno. No, per carità! E avviene a Gaza l’altra importante manifestazione dove le maestre o una maestra chiude la scuola per portare i ragazzini alla manifestazione con tanto di benda e tutto l’armamentario. Possibile che non riusciate a leggere che questa è una macchina che si è messa in moto? In particolare in Siria, per uscire dall’angolo in cui si è messa, o in particolare a Gaza?. E che succederà? Che adesso l’Europa - Frattini docet - sentendosi in colpa per dodici vignette, continuerà a cacciare i soldi ad Hamas senza condizioni, senza porre problemi, continuando lo stesso esborso che finirà in corruzione, in servizi segreti, come abbiamo fatto per Arafat, per Al fatah, per tutti costoro. Ma se queste cose non le vogliamo leggere o non le sappiamo leggere, perché non stiamo zitti? Già aiuterebbe molto. Per favore... Vedete, noi dobbiamo stare con Amos Oz, che diceva “seppelliamoli con una risata”, lo dice anche oggi. Noi dobbiamo stare con Alì Farad, il direttore di un grande giornale che diceva: badate, tutto questo è una grande manipolazione politica perché Maometto di queste vignette avrebbe sorriso. Lui, sì, avrebbe sorriso, ma i nostri non capiscono e si arrabattano. Ma noi dobbiamo stare soprattutto con Jihad al Moumani il direttore di Sheehan, un giornale giordano, che è stato arrestato ieri perché ha ripubblicato le vignette. Noi dobbiamo fare per Jihad al Moumani una grande campagna perché sia scarcerato immediatamente, e lo faremo e saremo credibili se intanto diventiamo “vignettisti”. Le vignette ci possono piacere o non piacere - non è questo il problema - ma se non siamo neanche credibili nel difendere la nostra libertà, la libertà di stampa, la libertà che ognuno vuole, la libertà che non è un bisogno solo nostro ma è un bisogno soprattutto dei milioni di oppressi delle dittature e dei dittatori nostri amici… Ieri - era impressionante – era in onda al Tg 1, e il portavoce del Papa, non Pera ma Navarro, quello vero, dice: “Colpevoli sono i vignettisti” eccetera, e parimenti “colpevoli coloro che hanno messo a fuoco le ambasciate di Danimarca e Svezia”. Parimenti? Come “parimenti”? Da una parte c’è la libertà di espressione - che può non piacere o può essere ritenuta politicamente inadeguata – e, “parimenti” ci sono coloro che assaltano le ambasciate europee in Siria. Beh, se siamo a questo punto non abbiamo capito nulla. Chiudo qua, per tornare da dove ero partita. Noi siamo una media potenza, siamo un Paese che forse non può avere ambizioni globali, ma siamo un Paese in cui la classe politica non ha neppure ancora interiorizzato che il Mediterraneo è un lago che ci unisce e non un mare che ci divide e che il futuro di quei paesi e di quelle popolazioni ci riguarda, non fosse altro che per un problema geografico. Parliamo sempre del nostro Mezzogiorno, ma se perdiamo di vista la dimensione mediterranea credo che perdiamo di vista una potenzialità importante di sviluppo per una parte del nostro Paese. In quei Paesi lì ci sono fili di democrazia da tirare, ci sono donne e uomini coraggiosi, donne soprattutto. Non apro qui la questione donne, il tema delle quote non è il mio forte, però leggo sui giornali che donne di un partito politico, siccome non si sono messe d’accordo su qualcosa, scriveranno una lettera al Presidente Fini, della serie: “caro papà aiutaci, perché noi da sole non ci riusciamo”. Io non voglio un mondo femminile piagnone, voglio un mondo femminile responsabile e deciso a lottare, che non va per scorciatoie protette, che ha coscienza di sé e vuole esistere per meriti e non per numeri. Voglio che lottiamo insieme nel nostro partito, nelle istituzioni perché ne abbiamo la forza; ma soprattutto dobbiamo decidere, care compagne, di averne la voglia, perché questo ce lo dobbiamo pure dire: la politica è un luogo duro, costringe a fare scelte, il che non vuol dire”rinunce” ma “scelte”, scelte di investimenti. La politica - lo dico sempre - è un grande amore, se non lo abbiamo facciamo qualcos’altro. E a proposito di donne, e con l’aiuto di Pia che ringrazio molto, avevo promesso che avrei lasciato qualunque altro impegno per dedicarmi a questo progetto, ma due impegni non ho avuto cuore di disdire: uno è domani ad Istambul, una grande riunione di donne arabe e musulmane provenienti da tutte le regioni, nuove elette, deputate, una che spera di farcela, una che ha ottenuto il diritto di voto in Kuwait e adesso non sa bene come muoversi. L’altro impegno è a Bamako, a febbraio, sulle mutilazioni genitali femminili, una campagna in cui Pia mi sta dando una grande mano. E spero le consentirete… anzi, sai Pia, facciamo una fuga e tanti saluti….noi, il 21 e il 22 febbraio saremo a Bamako. Questo è il mio modo di vivere la questione “femminile”. Ma ho divagato troppo e chiudo. Dunque il “che fare”, perché non si ripeta una frase che Nenni diceva a volte e che mi sgomentò, quella delle “piazze piene e delle urne vuote”; perché, badate, se noi perdiamo di vista un solo attimo che stiamo giocando una partita truccata, se non abbiamo la consapevolezza del contesto in cui ci stiamo muovendo, degli sgambetti che verranno da tutte le parti - non solo da destra - perdiamo di vista che razza di partita giochiamo, una partita in cui dovremo cercare di non essere gestiti perché popolari, di non essere marginalizzati perché siamo scomodi e irritanti rispetto ai calcoli e alle convenienze di tanti poteri e poterucoli del nostro paese. Dobbiamo vivere questa stagione straordinaria da militanti in servizio permanente effettivo: cercando, coinvolgendo tutti - moglie, famiglia, amici - cambiando un po’ o, meglio, molto di noi stessi, delle nostre abitudini, dei nostri ritmi, dei nostri tempi e delle nostre priorità, in un entusiasmo che faccia contagio, dai gazebo, su questa Rosa nel Pugno che non però ancora non vedo. Io vi chiederei di mettervela e di non togliervela più, di dormici, di andarci in autobus, nei posti di lavoro, quando andate a fare la spesa, perché questa Rosa nel Pugno è la forza su cui dobbiamo contare. L’altra sera Marco Pannella al Tg notturno - quello per nottambuli - ne aveva sul petto una grande così, io l’ho cercata una uguale dappertutto e non riesco a trovarla; ma anche se mi metto quella non la inquadra mai nessuna Tv. Facciamoci una Rosa nel Pugno bella grande e non la lasciamo più, siamo noi stessi veicoli di comunicazione. Non ci delegate il compito, non delegatelo a me, a Enrico, a Marco e a pochi altri, ognuno di voi deve essere protagonista di questa campagna elettorale. Tutto questo è estremamente necessario. Diceva Mandela: a volte è più facile cambiare il mondo che cambiare un po’ se stessi. Pensiamoci: a volte è più facile cambiare il mondo che cambiare un po’ se stessi. Invece, in questi mesi, dovremo cambiare un po’ noi stessi, questa nostra forza deve essere di ciascuno, deve essere individuale, è la precondizione perché questo periodo fuori dall’ordinario veda la nostra presenza stra-ordinaria. Come sapete, dalla fine del nostro congresso centinaia di persone si sono unite al nostro Satyagraha per la legalità: le ringrazio tutte ad una ad una e specialmente i carcerati. Ma vorrei che ognuno di noi, di voi, sapesse e volesse inventarsi qualcosa. E’ possibile: davanti ai cancelli della Rai, o dove volete. Ma questo Satyagraha deve coinvolgerci tutti, nel tempo. In questa settimana è morta Loretta King, Loretta, compagna e testimone di quella grande stagione di nonviolenza e di affermazione dei diritti che iniziò, badate, da un evento assai semplice ma che forse molti di noi non avrebbero avuto il coraggio di seguire o promuovere, e che invece fece esplodere un paese. Quella stagione iniziò con il rifiuto di una donna umile e semplice, nera, dell’Alabama, che sfinita dopo una giornata di lavoro, si rifiutò di cedere il posto in autobus a un bianco cui quel posto era destinato per legge. Da quel suo gesto così umile ma così coraggioso… Quanti di noi, in quell’autobus pieno di bianchi, avrebbero osato dire: “non mi alzo, sono cittadina di questo paese, non mi alzo”?. Il gesto, il cambio di vita, il simbolo portato da ciascuno di noi può creare sinergie, dinamiche, che possono liberare altre forze. Da quel gesto lontano sono nate le grandi marce non violente a Washington, con la forza della parola di King: “I Have a Dream”, capace di smuovere l’America e farne oggi un crogiolo di razze, unite dal sogno americano al di là di chi ne sia alla guida, in nome della legge e del rispetto di tutte le religioni, della libertà. Compagne e compagni, questo è anche l’obiettivo di questo Satyagraha: noi fino all’ultimo tenteremo di correggere la profonda illegalità di questa campagna elettorale, epifenomeno della illegalità del paese. Ma ce la dobbiamo mettere tutta, perché il nostro è un Paese anchilosato, un Paese fermo, un Paese tenuto seduto, mentre forse è un Paese che sente il bisogno di persone che inverino con il proprio corpo, con le proprie azioni, con il proprio impegno questa nostra speranza di futuro diverso: perché diverso e altro deve essere il governo di questo paese, così come diverso e altro deve essere il centrosinistra, per un orientamento più laico, più liberale, più socialista, più radicale. Ce la dobbiamo mettere tutta. Dobbiamo e possiamo farcela. Credo che dipenderà molto anche da noi e dalla nostra determinazione. Perché vivano i nostri sogni, i nostri valori, i nostri progetti e le nostre ambizioni deve vivere la Rosa nel Pugno a partire dal 9 aprile, e credo che noi tutti vogliamo che il 9 aprile viva, cresca, vinca la Rosa nel Pugno.




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