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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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VENTOTENE: VENTENNALE DELLA MORTE DI ALTIERO SPINELLI

Manifestazione celebrativa in occasione del ventesimo anniversario della morte di Altiero Spinelli Ventotene - 21 maggio, 2006 Intervento di Emma Bonino, Ministro del Commercio Internazionale e delle Politiche Europee Signor Presidente della Repubblica, Signora, autorità, cittadini e amici ed amiche tutte, “Nel tetro inverno ’40-’41 - ha scritto una volta Altiero Spinelli - quando quasi tutta l’Europa continentale era stata soggiogata da Hitler, quando l’Italia di Mussolini ansimava al suo seguito, l’URSS stava digerendo il bottino che era riuscita ad afferrare, gli Stati Uniti erano ancora neutrali e l’Inghilterra sola resisteva trasfigurandosi agli occhi di tutti i democratici d’Europa in loro patria ideale, io proposi ad Ernesto Rossi di scrivere insieme un ‘Manifesto per un’Europa libera e unita’”. Sei mesi dopo, il Manifesto era pronto. Era stato elaborato su quest’isola - dalla quale ha preso il nome - da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni. E’ un grande testo politico, purtroppo più citato che letto. Oggi ci arriva una sua nuova edizione, presentata non a caso da Tommaso Padoa-Schioppa (controllare): possiamo dire che questa edizione non sarà una rievocazione filologica, destinata agli storici. Ci arriva infatti con felice tempismo, sollecitandoci ad una lettura, o rilettura, che ci faccia fruttuosamente riprendere il filo di un discorso ultimamente abbandonato: per eventi estrinseci - i voti contrari al Trattato/Costituzione - ma anche intrinseci e vicini, vale a dire la voluta e insistita dimenticanza di cui esso è stato circondato a casa nostra, tra le mura delle nostre istituzioni, per la censura di antiche avversioni culturali e di neoprotezionismi. Per l’immediato, il “Manifesto” era un progetto per la fuoriuscita dal dramma delle guerre nazionali da cui era travagliato il continente. Conteneva pero straordinarie anticipazioni: Spinelli e Rossi prendevano spunto da pagine che Luigi Einaudi aveva scritto sul “Corriere della Sera” nel 1918, sostenendo che un valido, nuovo ordine politico internazionale poteva essere assicurato all’Europa da un sistema federale da costruire sul modello della Convenzione di Filadelfia del 1787. Già presentava - in filigrana - la problematica di un confronto/dialogo tra Europa e Stati Uniti che è ancora di estrema attualità. E l’inizio reale della lotta politica federalista cominciò quando - nel giugno ‘47 - il segretario di Stato americano George Marshall lanciava il suo piano. Scrisse Spinelli: “Ancora una volta il punto politicamente decisivo …si trova negli Stati Uniti d’America…”; solo dialogando con l’America l’Europa poteva nascere. Nel 1951 si aveva il varo dell’Assemblea Costituente: oltre agli europei Schuman, De Gasperi, Adenauer, Spaak e Monnet, una spinta venne da Eisenhower - allora comandante supremo delle forza armate USA - che il 3 luglio ‘51, a Londra, sostenne la necessità di un’Europa Unita. Eisenhower incontrò poi a Roma, nella sede del Movimento Federalista, Spinelli e i dirigenti federalisti… Abbiamo già qui molti motivi per ricordare quel testo, e i suoi autori. Ma questi, nella loro concretezza, ci inviterebbero a guardare all’oggi. Che è molto difficile. Non è il caso che io mi addentri a puntualizzare l’agenda che ci sta aperta davanti, sotto la rubrica “Europa”. Credo che il governo Prodi sia istituzionalmente calibrato, per uomini e per programma, per affrontarla e sfogliarne le pagine, con gli appuntamenti, le occasioni, i problemi, che non sono - come è stato recentemente ricordato - di politica “estera” quanto di politica “internazionale”. (faccio riferimento all’articolo di Biagio Di Giovanni di stamattina, sul “Riformista”.…) . L’Europa, anzi l’Unione Europea è - anche drammaticamente - uno dei punti caldi dello scenario internazionale: per necessità, non per scelte retoriche o per mera fedeltà ai ricordi. Dall’Unione si dipartono a ventaglio molte strade, molti problemi: verso l’Est, come verso il Sud o verso l’Ovest. E’ assolutamente necessario, dunque, che l’Unione cammini, si muova. In una recente occasione, ho ricordato una bella immagine di Delors: “L’Europa è una bicicletta, o si pedala, o cade”. Dobbiamo impedirlo. Innanzitutto uscendo dai vecchi schemi, dai vecchi stereotipi. Dobbiamo innovare, a partire dall’oggi che ci circonda. Ma badate, quando dico che occorre uscire dai vecchi schemi di un europeismo superato e logoro non penso all’europeismo di Spinelli o di Rossi, all’europeismo del “Manifesto”. Il “Manifesto”, tra l’altro, parlava non di europeismo, ma di federalismo. Aveva, cioè, in sé una idea forte, istituzionale, del destino dell’Europa. Si trattava di una risposta corretta, fornita in un momento in cui l’Europa non era - come quella di oggi si parla - in crisi, ma era letteralmente distrutta. Spinelli e Rossi osarono contrastare la distruzione e la morte che era intorno a loro, e disegnare un progetto, un cammino concreto, realistico. Spinelli lo perseguì per il resto della loro vita. Perché dovremmo fermarci noi, che viviamo in tempi difficili ma non così drammatici come i loro? Per quanto mi riguarda, nell’assolvimento del compito di governo che mi è stato affidato, proverò - come si dice - a mettercela tutta. Credo che le funzioni affidatemi mi indirizzino positivamente, offrendomi strumenti utili, che cercherò di utilizzare al meglio. E’ dunque ovvio che io mi chieda - e me lo chiedo - quale sia il nesso tra questo compito e la mia storia, personale e politica. Credo di poter dire che Ventotene, il suo “Manifesto”, mi è cresciuto dentro da sempre, fin dagli inizi della mia militanza politica. Nelle prime raffigurazioni del simbolo del mio partito campeggiava la bandiera dell’Europa, la grande “E” verde che tutti conosciamo. Eravamo negli anni ’60, quando l’europeismo, anzi il federalismo europeo, era una eresia di pochi, circondati da nazionalismi di ogni risma. Il fatto è che una grande parte, forse la maggior parte, della nostra classe dirigente di allora usciva dalle stanze del Movimento Federalista di Spinelli. Ma v’è di più, a rinsaldare un rapporto che non è e non vuole assolutamente essere di eredità - Pannella lo ha detto chiaramente, e più volte - ma di dialogo, di iniziative condivise: Io stessa, e Marco Pannella, siamo entrati nel Parlamento Europeo insieme ad Altiero Spinelli, nel 1979, con la prima elezione diretta di quel Parlamento che lui aveva fortemente auspicato. In quella legislatura Spinelli poté svolgere un lavoro straordinario sul Progetto di Trattato-Costituzione europea, che per noi radicali costituisce ancora un passaggio essenziale, pur - ripeto - con le necessarie correzioni e aggiornamenti, per fare riprendere all’Unione il suo cammino. Subito dopo, torna in me il ricordo dell’”Atto Unico Europeo”, frutto non felice della Conferenza intergovernativa convocata dal governo italiano nel 1985. Spinelli spingeva per una interpretazione in senso federalista di quella Conferenza; prevalse, invece, il progetto dell’”Atto Unico Europeo” - quello approvato nel 1986 - che affrontava positivamente una serie di problemi ed enunciava le modalità di una più forte cooperazione tra gli Stati membri in materia di politica estera, ma differiva sostanzialmente - nella stessa concezione - dal progetto spinelliano. Intervenendo nel dibattito, Pannella proponeva, sulla linea di Spinelli, una “Costituente” - Parlamento europeo più Parlamenti nazionali - per eleggere il Presidente della Commissione, “d’impeto” - fu detto - in “una sorta di pallacorda”. Si sarebbe potuto insistere di più? Costruire qualche iniziativa attorno alla proposta? Confortati dal senno di poi - fino alle ultime vicende del referendum - possiamo dire che all’”Atto” mancava il coraggio di un salto decisivo verso quelle istituzioni forti che stavano a cuore a Spinelli. Spinelli un po’ ci muore, di questa delusione. E, qui, un altro mio ricordo corre al Congresso del Partito Radicale del 1985 a Firenze. Intervenne Spinelli, ammonendoci ancora: “ non c'è oggi più alcun grande problema concernente l'economia, la moneta, il collegamento sociale del nostro sviluppo con quello dei paesi poveri del mondo, la difesa, l'ecologia, lo sviluppo scientifico e tecnologico, l'universalità della cultura, non c'è, dico, grande problema che possa essere ancora affrontato seriamente con criteri e con strumenti nazionali. Dopo pochi mesi, moriva. Noi siamo qui a ricordare e commemorare questo amaro anniversario. Questi sono i ricordi, solo i più importanti, tra i tanti altri che ho, del nostro rapporto con Altiero, di un mio rapporto che oggi mi sollecita e mi costringe con forza, come un obbligo, nell’assolvimento delle funzioni assegnatemi. Sicuramente, io stessa e i miei compagni radicali abbiamo qualche volta mancato, non siamo stati all’altezza di quel suo testamento politico. Ma non siamo i soli a dover fare lo sforzo di rimettere in moto il “Manifesto” di Ventotene. Da troppo tempo l’Europa non è tra le grandi priorità delle forze democratiche e innovatrici del nostro paese. Forse ci si è cullati tutti nell’illusione che le cose sarebbero andate comunque avanti - senza scossoni - all’infinito. Oggi qualche scossone - forse anche un terremoto - è arrivato, a partire dalla sconfitta del Referendum sul Trattato. Per tutti i democratici c’è, o dovrebbe esserci, un po’ di senso di colpa. Noi radicali non ci sottraiamo a questa sensazione. Partiamo allora, o ripartiamo, con una essenziale riflessione: Il Manifesto era innanzitutto un documento politico - non culturale. Non si occupava dell’identità europea, né delle sue radici, cristiane o meno, non faceva riferimento a Carlomagno. Indicava un processo politico, da condursi con strumenti politici. A mio avviso è una intuizione fondamentale. Se si comprende questo, la question préalable è - a mio avviso - che in Europa si realizzi un quadro di stabilità strutturata, che l’Europa divenga un soggetto politico con istituzioni atte a farle assolvere a questo compito, o a questo destino. Non spetta a me, qui e ora, stabilire quali siano le istituzioni da promuovere. Dobbiamo cercarle, forse inventarne di nuove, ma il binario è tracciato. Come disse, da Presidente della Commissione Europea, Romano Prodi: “Senza riforme, l’Europa sparirà dalle mappe”. E dunque, diciamolo con franchezza e coraggio, l’Europa ha urgente bisogno di una spallata, di una spinta innovativa che le dia un’anima partecipata da tutti e una capacità di iniziativa autonoma e adeguata. Sarebbe necessario, insomma, imparare a pensare europeo, ad essere classe dirigente e politica europea. E quando dico europea intendo dire occidentale, democratica, trans-atlantica. Questo è – credo - il più valido insegnamento di Altiero. Vorrei concludere, citando ancora qualcosa dall’intervento di Altiero al nostro congresso di Firenze: “ L'azione per la federazione europea è un'azione cui partecipano forze di tutte le famiglie politiche europee, ma è radicata culturalmente, è impiantata culturalmente, nel modo di pensare radicale. E non è un caso che quello che forse è il più importante dei vostri maestri, cioè Ernesto Rossi, sia stato anche uno dei fondatori del Movimento federalista europeo. Sappiate dunque assumere questa azione portando in essa il vostro fervore ad anche il vostro grano di follia”. E per questo signore e signori, per non venire meno al “grano” di follia necessario vorrei proporre che il Manifesto di ventotene, venga tradotto seppurecon note critiche, diffuso e commentato nei paesi arabi per esempio perche anche per loro come per noi, la pace e la democrazia sono piu stabili e durature “tra gli stati”, e non tanto internamente ad uno stato…. Il manifesto è stato fondamentale per noi europei…. Puo essere un buon viatico, un ottimo punto di partenza e di riflessione per i paesi arabi. Grazie




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