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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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II CONGRESSO DI RADICALI ITALIANI, 30 ottobre - 2 novermbre 2003

II Congresso di Radicali Italiani

Roma, Hotel Ergife
30 ottobre - 2 novembre 2003


Intervento di Emma Bonino


Care compagne, cari compagni, ho seguito con molta attenzione fin dall’inizio il nostro Congresso. Credo di aver perso poche battute, eppure stamattina mentre sentivo la rassegna stampa di Marco Taradash da Radio Radicale, avevo l’impressione di essere stata a un altro Congresso, che non so dove si svolga e che è stato seguito con particolare attenzione soprattutto dal giornalista del Corriere della Sera il quale probabilmente era da un’altra parte, in un altro Congresso. Mi ha stupito, ad esempio, sentire che Benedetto Della Vedova avrebbe aperto al centro-sinistra. Mi ha stupito sentire che l’intervento di Marco già ha bloccato qualunque posizione di Benedetto, io ricordo che Marco è intervenuto prima, per la verità. Questo per dire che ho l’impressione che noi non ci rendiamo conto, molti di noi, quanto poi, invece, la parte del “Caso Italia”, che noi chiamiamo media, o sistema di informazione, sia determinante nella nostra deturpazione, determinante nel toglierci qualunque dato di identità, riproducendo delle immagini possibilmente mostruose e repellenti. E voglio affrontare subito prima di un escursus più lungo, le due banalità che circolano e che ho sentito circolare dentro e fuori dal Congresso. La prima, è quella nota dell’Aventino. Io confesso che non capisco bene di che cosa stiamo parlando. A me pare che sull’Aventino, ci siano andati tanti, quasi tutti, liberali o liberisti, che pur essendo fisicamente accasati a destra o a sinistra, fisicamente in Parlamento e quindi, come si dice, sporcandosi le mani, a me pare, loro sì, abbiano mandato all’Aventino, storia, valori, ideali, impegno, capacità di rischio e determinazione. L’altro luogo comune in cui non mi ritrovo, è un eventuale dibattito che io ritengo falso, tra un’ipotesi che circolerebbe nel Congresso fra chi vuole stare fuori dalle istituzioni e chi ne vuole stare dentro. Di nuovo non capisco di cosa parliamo. Ed è un problema che non si pone. Qual è il punto? Ce lo vogliamo dire? Noi non abbiamo scelto di stare fuori dal Parlamento italiano. Noi abbiamo perso le elezioni e le abbiamo perse, certamente, per un agguerrimento di tutti i meccanismi illegali che noi chiamiamo “Caso Italia” e le abbiamo perse probabilmente anche per errori che abbiamo fatto, che io ho fatto…perché la perfezione non è di questo mondo. Vedete, io non dimenticherò facilmente non tanto le elezioni e la campagna elettorale del ’99, non dimenticherò facilmente la fatica, il dolore, l’isolamento della campagna elettorale del 2001. e non ce la dobbiamo dimenticare perché quella campagna elettorale ci può insegnare molte cose, visto che in condizioni completamente diverse, il nostro Paese, quindi noi, ci troviamo ad affrontare persino nella tempificazione una stessa stagione elettorale, in condizioni così tanto diverse. Ma il periodo ’99 – 2001 che fu scandito, appunto, da elezioni europee, elezioni regionali, elezioni politiche, sembra per una bizzarria del destino riproporsi esattamente adesso, con elezioni europee, le elezioni regionali dell’anno prossimo, le elezioni politiche. A meno che, nella fibrillazione italiana, i tempi vengano raccorciati. E per questo mi dispiace, e ci tornerò infine. E come abbiamo analizzato diversamente, specialmente il 2000 e il 2001 non è un mistero, e pubblicamente l’abbiamo sostenuto, un’analisi diversa per esempio tra me e Marco Pannella sulle motivazioni, sul perché, su cosa era successo, ma ci tornerò. Sicché non si pone il dibattito tra il fuori e il dentro. Noi siamo persone di Governo. Siamo persone che mai abbiamo avuto paura delle istituzioni, non ci appartiene, non mi appartiene, la paura dell’omologazione. Non mi appartiene perché credo che in tanti anni, sotto la guida di Marco e non solo, ne abbiamo trovato e perseguito gli anticorpi. Sicché tutto questo mi è estraneo. Quello che ci interessa capire è come le nostre politiche, le nostre proposte, possono avere più successo, più esito, senza buttare nel fondo perché anche il Parlamento italiano sia onorato…lo dico bene, non è arroganza, di una presenza determinata radicale. E dico bene onorato, se mi guardo intorno. C’è un’altra cosa che si da per scontata ed è un po’ l’espressione, a volte anche un po’ provinciale, del nostro modo di vedere, perché nel dibattito fuori o dentro le istituzioni, ci si riferisce al Parlamento italiano dove, ripeto, non per scelta ne siamo fuori. Noi non siamo stati in grado di superare tutta una serie di ostacoli e di violazioni anche illegali, per parlare e ottenere il consenso di un numero sufficiente di cittadini. Così è stato. Così è andata. Ma siamo ben presenti al Parlamento europeo e pure questo pare che non conti. E’ come se il Parlamento europeo fosse ancora una roba esotica, una roba che comunque sta oltre Chiasso e che non è un’istituzione, è un “aggeggio”. Fa un po’ impressione per chi ci lavora, standoci di più, di meno, dal di fuori, dall’interno, sentire dire…come se non ci fossimo. Lo dico solo perché lo teniate in testa. E’ vero che l’ubicazione è al di là di Chiasso, ma non è proprio vero che non ci sia e non è proprio vero che non ci siamo. Io partirò, fatte queste chiarificazioni, per quanto mi riguarda da un escursus che potete ritenere estraneo al dibattito, io non lo ritengo, convinta come sono che nel linguaggio, oltre che nelle pratiche politiche, io non capisco più la differenza tra la cosiddetta politica estera e politica nazionale. Pensavo peraltro che questa compenetrazione evidente delle due sfere, fosse una cosa interiorizzata almeno in ambito radicale. Con sorpresa trovo che evidentemente non è così. Me ne rammarico, mi stupisce po’. Dico questo perché partirò da un escursus, forse più lungo per arrivare esattamente allo stesso punto perché sono convinta che anche le scelte di politica che si possono ancora fare e che si devono fare in Italia, non possono prescindere da un’analisi di come va il mondo, quali sono i problemi di cui siamo in parte vittime, in parte attori. E credo che se ci manca questo contesto di fotografia o di visione internazionale, noi rischiamo di fare delle scelte politiche – l’esempio tipico, e ci verrò, è il nostro Governo – che sono delle scelte politiche sbagliate, profondamente sbagliate, proprio perché non tengono conto e pensano che l’Italia sia un roba chiusa e che può, evidentemente, fare delle scelte a” prescindere”. Non è vero. Credo non sia mai stato vero, ma certamente non è più vero. Partirò da una fotografia che vi voglio dare, certamente parziale, ma che ritengo importante darvi a complemento delle fotografie che vedete ogni sera sugli schermi televisivi. Le fotografie Iraq o Palestina per intenderci, il messaggio che tutto va male. Non il messaggio che ci sono problemi. Io invece vivo una realtà in cui vedo segni che non sappiamo cogliere o che la classe politica non sa cogliere e vedo segni di grandi movimenti. Tutti molto fragili, tutto molto fluido, tutto può tornare indietro, eppure vedo segni di incoraggiamento, pure nella loro confusione. Io toccherò solo otto punti, che vedo nella zona che conosco meglio e che frequento di più. Non voglio neanche stabilire un legame diretto….ma è indubbio che rispetto a due anni fa, in cui ho cominciato a vivere di più queste realtà, in una situazione completamente bloccata e completamente paralizzata, oggi, e vado per grandi punti, intanto sarà difficile, doloroso, complesso, complicato, non semplice come sostengono alcuni amici americani, ma intanto nel Medio Oriente, come dice Saad Ibrahim, c’è un dittatore in meno. E dite poco. Poco tempo fa, ad un convegno a cui ho partecipato ed essendo l’unica europea sono stata presa, appunto, per l’espressione della politica franco-tedesca e l’espressione dei pacifisti, ho penato un po’ per chiarire la nostra posizione, ma essendo stata presa per l’espressione dell’Europa pacifista e buonista, un signore, peraltro appena uscito da carcere, che proviene da quelle zone, mi diceva…”cara signora, voi siete molto fortunati a vivere in paesi dove si può sfilare senza finire per questo in galera, siete molto fortunati a poter sfilare magari anche per le cose più sciocche o più sbagliate dal mio punto di vista. Vi ho visti sfilare chiedendo pace, però sa che c’è signora, la vostra pace erano le nostre fosse comuni, la vostra pace sono state il mio carcere, la vostra pace sono state le torture di milioni e milioni di cittadini. La vostra pace passata e presente è stata l’oppressione di milioni di uomini. Mi faccia un favore signora, continui a sfilare lei che può, ma cambi il nome. Non la chiami pace. E’ un po’ umiliante per tutti noi.” Dunque c’è un dittatore in meno e vorrei tanto che tutti noi, o molti dei nostri paesi, smettessero la politica attendista, quella che poi sotto sotto spera che vada tutto male perché così gli americani imparano e che non tiene conto che se quello succedesse sarebbe il disastro e la rovina di 20 milioni di iracheni e non solo. Ma dicevo, ho visto altri elementi. Vedo che in Barhein ci si avvia verso una monarchia costituzionale con tanto di elezioni. Vedo che in Kuwait non solo si è votato, ma siccome le donne sono ancora escluse si sono organizzate in modo simbolico, ma non tanto, dei seggi a parte. Vedo che in Giordania non solo dopo la sospensione del Parlamento sono state indette nuove elezioni, vedo anche che ci sono tre donne ministre. Vedo che in Marocco il re ha emanato la più progressista legge sullo stato personale delle donne, che neanche le femministe locali si aspettavano, e vedo che l’Unione Africana nella sua riunione di Maputo a luglio ha approvato uno dei più aperti protocolli aggiuntivi sui diritti delle donne. Vedo che l’Arabia Saudita ha annunciato elezioni locali ed è nato un grande dibattito:infatto, poiche, l’ultimo appello dei 300 intellettuali di questi 300, 51 firmatari erano donne, è nato un grande dibattito se in queste elezioni locali le donne potranno votare sì o no. Vedo per esempio che dopo vent’anni di una guerra sanguinosa è stato firmato un accordo di pace in Sudan.Certo vedo altrettanto che altri paesi stanno andando indietro e che noi continuiamo a considerare, parlo della Tunisia per esempio, dal punto di vista democratico acriticamente grandi amici. Vedo una situazione molto difficile, di corruzione del sistema giudiziario in Libano, vedo una situazione che dovrà pure trovare uno sbocco qualunque in Siria. Dico questo perché approfitto per informarvi, come già sapete, che domani prenderà la parola al nostro Congresso Mohamed Mugraby che saluto perché è in sala. Mohamed Mugraby, insieme con Saad Ibrahim e con altre persone è un po’ l’espressione di una pratica che è stata anche negli anni ’80, una pratica d’iniziativa politica radicale e che è stata così ben riassunta dal messaggio, che è stato anche il titolo di un nostro convegno, di Aung San Suu Khy quando ha detto al mondo: “usate per favore le vostre libertà per promuovere le nostre”. Le nostre e le vostre. Questo noi abbiamo fatto, continuiamo a fare in Laos o con i Montagnards, nel mondo dove viviamo, con le persone che anche fisicamente, perdono la loro libertà. Muhamed Mugraby ve ne parlerà domani. E’ un avvocato, musulmano, sannita, con mille lauree, quarant’anni di pratica e un bel giorno si vede accusato dall’associazione degli avvocati nel suo Paese di, si direbbe in inglese, impersonating a lawyer, di abuso di professione sostanzialmente. Insomma l’associazione degli avvocati voleva decidere che non era più avvocato. Ed è importante il suo caso come quello di Saad Ibrahim perché in un mondo dove o si è uccisi o si uccide venti persone per essere qualcuno, la presenza di persone che vivono il carcere e che cercano di uscirne usando gli spazi legali, la nonviolenza, facendo appello allo stato di diritto..bhè, è una rarità anche culturale e proprio per questo credo vadano sostenuti ben più di quanto si sia disposti a fare. La situazione interna irachena ve l’ha detta Daniele. Tutto questo è molto fragile, a volte simbolico. E’ indubbio che se il partito del governo in Egitto si è visto costretto a fare un Congresso del proprio partito all’insegna della modernità, delle riforme, etc. anche se e’ indubbio che molta della classe politica non aspetta altro che trovare un alibi qualunque per tornare velocemente indietro. Eppure come sappiamo quanto a volte si mettano in moto certi meccanismi che pure alcuni vorrebbero simbolici, con un po’ d’aiuto esterno e un po’ di testardaggine spesso è successo che questo inizio di apertura ha fatto valanga. Io credo che questo noi dobbiamo sforzarci di essere, un valore aggiunto di una valanga democratica possibile. Lenta, complicata, con mille contraddizioni e mille ritorni indietro, ma possibile. Possibile perché non è che dobbiamo esportare la democrazia, spero che questa espressione venga cancellata, basta vedere e sostenere i nuclei democratici dove sono. Spero davvero che l’espressione esportare la democrazia venga cancellata dal linguaggio di chiunque perché è forse più complicato, ma a volte basterebbe sostenere quello che c’è e che non vogliamo vedere. Certo tutti questi otto punti, contraddittori perché nel frattempo in Tunisia la gente finisce in galera ma ci tornerò, tutto questo non ha fatto il titolo di nessuno. Forse perché sono notizie positive? Forse perché lo schema mentale è che solo fa notizia quello che va male? Ma c’è una responsabilità, non dico solo della classe giornalistica che normalmente segue quello che dice la classe politica o viceversa, tutto quello che è fuori non è agenda, non è priorità, non esiste. Eppure quanto sarebbe importante per esempio che quello che è successo in Marocco con la promulgazione della legge sullo stato personale delle donne in Marocco, fosse conosciuto in Mauritania per esempio, o in Sudan, o in qualche altro paese che invece è ancora così indietro da questo punto di vista. Non è questa la funzione che potrebbe avere, per esempio, l’Europa potere dolce? Il problema è che l’europa non è neanche un potere soft è semplicemente inesistente, che è anche più preoccupante. Molti aspettano che tutto vada male in Iraq anche da noi, anche nei nostri paesi, oltre che in molti del mondo arabo. Molti hanno parlato in questa guerra, credo a sproposito, di una sindrome Vietnam. Noi quello che dobbiamo credo impegnarci a fare è che non avvenga esattamente non la sindrome Vietnam ma come finì la guerra del Vietnam. Complici elezioni americane o desideri neanche tanto nascosti di paesi europei, il peggio che può succedere è la replica dell’accordo di Parigi 1973 per quanto riguarda il Vietnam. Quando gli americani decisero di venire via e sembrava la vittoria del movimento pacifista. Ma che successe dopo? Successe che non avendo ottenuto dal Congresso neanche gli per far rispettare quell’accordo il Nord Vietnam invase il Su Vietnam nel 1974 e nel 1975 Pol Pot arriva in Cambogia. Ossia una ritirata che ha consegnato quella regione a vent’anni di orrori e di oppressioni da cui con grande difficoltà sta cercando di uscire adesso, vent’anni dopo e qualche milione di persone in meno. Io invece credo che quello che dobbiamo sostenere e chiede all’Europa, a noi stessi, al nostro Paese invece è di esserci. Dobbiamo fare di tutto perché se ne implichino i paesi arabi per esempio e dobbiamo fare di tutto non fosse altro che per rispetto a venti milioni di iracheni, che quell’esperimento comunque siano state le nostre posizioni, le più diverse, funzioni. Funzioni per loro e da loro per tutta la regione. Noi abbiamo sostenuto una tesi diversa e abbiamo lottato per una tesi diversa che non è stata fatta propria nel nostro Paese né dal Governo, né dall’opposizione. Né è stata fatta propria in modo limpido, pubblico, come iniziativa politica, dalla cosiddetta comunità internazionale che poi sottobanco invece ha cercato di negoziarla, ma appunto perché sottobanco, perdeva la forza e l’impatto di una proposta politica. Il nostro slogan era Iraq libero e democratico, il nostro slogan deve continuare ad essere Iraq libero e democratico. E non era, cari amici e cari compagni, quella dell’esilio forzato di Saddam Hussei, che ha goduto soloo della banalità del Ministro Martino che disse: “tante belle firme avete raccolto, peccato che non c’è quella di Saddam Hussein”…eh sì, le banalità, devo dire, sono patrimonio di molti, perché il problema era di creare una situazione che rendesse, persino a Saddam Hussein, più attraente lasciare il Paese che morire sotto le bombe, lui e gli altri. E non era affatto così campata per aria se solo pensiamo che è esattamente quello che è avvenuto in Liberia dove una volontà univoca della comunità internazionale senza tentennamenti con l’aiuto, peraltro, del Tribunale speciale Sierra Leone a cui abbiamo contribuito da radicali e con Non c’è Pace Senza Giustizia, ha “costretto” un dittatore a fare le valigie e a sistemarsi un pochino più in là. E oggi il Paese con mille difficoltà vede però una messa in opera, di istituzione di situazioni diverse, quindi, non era un’idea così strampalata, era un’idea che infatti pochi mesi dopo, con molta determinazione, è stata praticata e per un Paese martoriato come la Liberia e i suoi vicini è un’ipotesi che è stata praticata in modo vincente. Credo che da tutta questa situazione, molte cose e molte lezioni noi dovremmo tirare. Per esempio, ho visto in tutto questo fermento, da una parte troppo dileggio, troppo disprezzo per le Nazioni Unite. Too much. Non perché siano un’organizzazione perfetta, ma certamente un’organizzazione migliorabile ma su questo è la verifica. D’altra parte ho visto posizioni di sacralità totale, come se le Nazioni Unite fossero un totem un feticcio, una cosa che non si può modificare ma adorare cosi com’è. Non è così. Come tutte le istituzioni, un’istituzione nata cinquant’anni fa, con 58 paesi membri e che nel 2004 ha 191 paesi membri che vive oggi di una pretesa legalità di un Consiglio di Sicurezza che forse era rappresentativo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ma che oggi che c’entra? Perché? Sono domande che è utile porsi proprio per chi vuole rimanere multilateralista. L’unico modo per difendere un modo di presa di decisione collettivo è anche quello di esser pugnaci e coraggiosi nella proposta di riforma di un sistema che rischia se no di morire per sclerosi e di morire non perché troppo usato, ma semplicemente perché diventa obsoleto. Non è un crimine porsi il problema perché quei cinque paesi oggi debbano continuare ad avere diritto di veto. Non è un crimine, non è un reato, non è neanche un peccato, è una necessita Che c’entra la Francia o l’Inghilterra oggi? C’entrano perché l’Europa non vuole esserci e quindi siamo ad alibi che si tengono. Eppure ci sono proposte di mediazione: Francia e Inghilterra più un seggio europeo, sempre che l’Europa ci voglia essere. Ma insomma mille proposte sono state fatte. Dico solamente che forse siamo stati più coerenti noi in una difesa più adeguata e modernizzata del multilateralismo quando, non solo ci siamo battuti fortunatamente con qualche successo, con molto successo, per l’istituzione dei due tribunali ad hoc e del Tribunale Internazionale Permanente e siamo più coerenti e più credibili oggi quando ci battiamo per l’istituzione della Comunità delle Democrazie o dei Caucus democratici all’interno delle Nazioni Unite. Proprio perché non si ritrovi lo scandalo di una Libia che presiede la Commissione dei Diritti Umani o di altri simpatici dittatori che hanno e fanno maggioranza, loro sì facendo i Caucus, loro sanno molto bene come si organizzano. Sanno molto bene come essere coesi. Lo praticano anche. Chi pare non sapere, sono i paesi democratici, che paiono non sapere come si fa. E imparassero dal gruppetto di dittatori che si muovono all’interno delle organizzazioni internazionali senza tentennamenti e con delle idee molto chiare, ben precise e ci riescono per primo. Su questo credo sia importante, non solo sull’attualità, perché poi alla fine se guardo la vicenda europea a me sembra che molto spesso l’antiamericanismo più o meno di facciata è poi portato avanti dagli stessi che sono anche antieuropei. E le cose si combinano. E badate bene, io ritengo che i nostri amici americani abbiano un’illusione tutta militarista e pensano che la supremazia loro sia una supremazia che deve basarsi solo sulla supremazia militare. Penso che rispetto alle sfide e ai problemi di oggi, questa sia un’illusione, un errore. Sono un’illusione le loro spese militari, è un’illusione il poter pensare che tutto si può ridurre a un intervento militare. E non perché io non ritenga come tutti noi che a volte la forza delle armi serve, è necessaria, ma semplicemente perché è difficile pensare che basti l’azione preventiva di natura militare a risolvere i problemi una tantum. Non è così, quello che è vero, è che in tutto il mondo, americani compresi, si conosce meglio da centinaia di anni la struttura militare, le linee di comando, come si fa e come non si fa. Quello che si conosce meno ma anche perché si riflette meno, lo si studia meno, ci si applica meno, è come fare a promuovere o avere una politica preventiva di natura nonviolenta o di natura costruttiva. Su quello l’encefalogramma è totalmente piatto. Alla azione preventiva di natura militare normalmente si contrappone la stabilità. Qualunque cosa questo significhi. Credo invece che abbiamo cominciato da tanto tempo a fare degli sforzi per individuare degli obiettivi di azioni preventive di natura nonviolenta, eppure molto intrusive. Non capisco perché, ad esempio, quando vado in giro e provo a dire scusate, c’è un motivo per cui la BBC in lingua araba, che era così autorevole fino a dieci anni fa, chiusa per ragioni finanziarie dal governo britannico, c’è un motivo per cui non si possa riprendere proprio perché in arabo, si possa dare la voce a chi è sulla lista nera delle televisioni Al-Jazeera piuttosto che Al-Arabya? Perché in lingua araba gli arabi democratici e laici parlino al loro paese. Non siamo noi che dobbiamo andare a fare la propaganda per spiegargli che cos’è la democrazia. Loro lo sanno perfettamente e lo sanno così bene che infatti Saad Ibrahim è molto intervistato sulla BBC, sulla CNN : ma da li al mio baobab –portiere-e alle decide di milioni di bawab che conoscono solo l’arabo non parla proprio anzi viene visto come un traditore pagato dagli americani. Quello che non può fare, e che Muhamed Mugraby non può fare, e che Sihem Benzedrine non può fare, è parlare in arabo da una Tv araba ai milioni di coloro che arabo parlano. E’ così tecnicamente difficile? No. La tecnologia oggi, questo e ben altro ci consente. Non si fa perché è intrusiva e perché gli establishment locali non gradirebbero? E’ molto probabile. Ma allora decidiamoci. Se l’unica alternativa è tra gli interventi di natura militare e la totale assenza di iniziativa, credo che siamo poi noi stessi a prepararci di volta in volta la necessità di interventi di natura militare. Ma dicevo, poco se ne parla, poco si riflette, non parliamo dell’Europa. L’Europa fa addirittura accordi di associazione con questi paesi che hanno la nota clausola dei diritti umani e della democrazia, peccato che poi si dimentica di ratificarli. Faccio un esempio? Abbiamo fatto un accordo con l’Egitto tre anni fa e ancora non è ratificato per cui non abbiamo neanche strumenti sicché nel frattempo diamo soldi con accordi ma, ovviamente, non abbiamo strumenti per far valere alcunché. Il Libano è la stessa storia, abbiamo fatto un accordo di associazione e dopo tanto tempo l’ha ratificato l’Irlanda, per il resto nulla e andiamo avanti anche lì con un accordo transitorio che significa esborso economico e nessun tipo di strumento politico, pur fragile e che però negli accordi di associazione è ben previsto. Per finire con l’Iraq devo dire se guardo al panorama italiano…se ho capito bene prima si pendeva tutti dalle labbra dell’Onu. Se non c’è l’Onu che dice noi nulla. Recentemente l’Onu ha parlato, ma siccome non ci è piaciuto, è come prima: nulla. Quindi è necessario che l’Onu parli e parli come ci piace. Ha parlato non c’è piaciuto e siamo andati a una conferenza dei donatori che devo dire se c’era da aggiungere un po’ di umiliazione in più, ce la siamo tutti andata a cercare. In Italia addirittura dopo che l’Onu ha parlato e non c’è piaciuto, se ho capito bene sono state proposte alla fine tre o quattro mozioni o giù di lì, di chi vuole andare, chi ci vuole pensare un po’, chi dice sì però basta che non ci facciamo male… insomma,una decisione da qualche parte dovremo pure prenderla, giusto per evitare di farci ridere dietro da tutto il mondo. Grande lezione. Lezione anche di una smemoratezza collettiva. E’ facile essere antiamericani, non solo perché di errori ne fanno a iosa, ma soprattutto perché trovato un capro espiatorio, siamo esenti da qualunque responsabilità. Ed è questa mi sembra la situazione in cui si è infilato il mondo arabo per diverse ragioni e l’Europa per altrettante ragioni. In fondo la posizione anche dell’Europa come sarà in base alla nuova Costituzione, è uguale. Alla nostra sicurezza come a qualsiasi altra cosa pensano i nostri amici americani, noi nel frattempo altro facciamo ma ovviamente con il pieno diritto di mugugnare. Non è una posizione né molto responsabile e neanche molto credibile e infatti non è creduta da quasi nessuno dei nostri interlocutori di qualunque parte del mondo. Sul progetto di Costituzione non voglio tornare, condivido molto quello che ha detto tempo fa Padoa Schioppa definendolo un marchingegno di alchimia istituzionale, che non mi convince per nulla. Non una parola, o meglio la parola no, a qualunque tipo di politica estera o di difesa comune che ci obblighi ad essere non i protagonisti del mondo, ma almeno attori nelle zone a noi più vicine. E a me è parso che mai come quest’anno l’Europa è apparsa divisa e marginale rispetto ai destini di zone che poi non sono neanche così lontane da noi. Recentemente mi sembra che non si sia neppure accorta dell’alleanza, per ora economica, tra Cina, India, Sudafrica e Brasile, blocco che potenzialmente vale di più della vecchia Europa, che invece vive difficoltà economiche. Mi sembra però che rispetto ai problemi del mondo l’Europa stia da un’altra parte, non so dove. Pure nel semestre italiano di cui forse solo si ricorderà nella storia l’incidente col caso Schultz. Io non ho capito in tutto questo periodo né quali fossero le priorità della Presidenza italiana né che cosa ci si aspetta. Ottenere la firma della Costituzione in Italia non basta, credo che per quello basti un buon tour operator, tanto più che né si concluderà il negoziato nel semestre italiano, ma pare che c’è un bell’accordo con la presidenza irlandese che comunque la firma a maggio si farà a Roma, bello spottino elettorale in vista delle elezioni europee. Quello che si firma è irrilevante, ma si firma e non so quale sia l’agenzia viaggi che si occuperà di … noi peraltro come Non c’è Pace Senza Giustizia siamo bravini a organizzare conferenze quindi potremmo anche fornire un qualche servizio. Magari riusciremmo a fare dei testi di base un po’ più consistenti. Avremo occasione nei due appuntamenti che stanno per essere organizzati dal gruppo europeo, uno il 14 e il 15 novembre proprio sulla questione Convenzione e un altro ai primi di dicembre per vedere come meglio attrezzarci per le politiche dei prossimi mesi, qui voglio solamente dire che noi sette non ci siamo occupati molto di Convenzione Europea e lo rivendico perché ognuno fa delle scelte e si può certo dire che è stata una scelta sbagliata, ma è stata una scelta. In sette al Parlamento europeo abbiamo scelto altre priorità rispetto al caravanserraglio di non so quanti sono quelli che si riunivano. Non avendo peraltro neanche uno strumento per esserci in base al fatto che non siamo gruppo parlamentare. Ma è una scelta politica, discutibile e che possiamo discutere. Questo non ci toglie la responsabilità di dire quello che pensiamo e a volte capita di trovarci davanti a fenomeni a cui non abbiamo partecipato ma rispetto ai quali abbiamo comunque una posizione, un’iniziativa o una linea politica. Se ne discuterà a Bruxelles e penso che sarà utile per tutti. Ho fatto questo lungo escursus non solo perché non capisco più la differenza tra politica estera e non estera, ho tracciato un quadro più o meno delineato su una regione che conosco, mi auguro che altri dopo di me contribuiscano ad approfondire il quadro per quanto riguarda per esempio la Russia, o la Cecenia su cui non siamo in moltissimi a battere con grande disperazione, però a tutti voi per esempio il 6 novembre, giovedì prossimo, in Italia avviene il vertice dell’Unione Europea – Russia. Può darsi che i nuovi episodi e l’arrivo in massa ai posti di potere russi, degli amici del KGB di Putin, diano qualche scossone a quelli che ci venivano a predicare Russia nell’Unione Europa. Forse sarebbe bene cominciare ad analizzare quello che sta succedendo, ha cominciato a farlo con molti approfondimenti il Financial Times e immagino che la stampa italiana arriverà tra un po’ o non arriverà per nulla, ma mi chiedo se non sia possibile pensare ad una iniziativa politica per il 5 e 6 novembre, perché la questione Cecenia è questione di democrazia per milioni di russi e per i ceceni, la questione cecena è una questione che ci riguarda, lo scandalo Cecenia, il genocidio Cecenia è una pagina nera e vergognosa innanzitutto dell’Europa. Dell’Europa che premia Putin all’Accademia di Francia, dell’Europa che riceve Putin al Bundestag tedesco con grandi applausi perché parla tedesco e dell’Europa che lo riceve, come meglio sanno fare gli italiani, in Costa smeralda. A ognuno le sue istituzioni, dico però che al di là della Costa smeralda sarà nelle istituzioni italiane a nome dell’Unione Europea che il Presidente Putin sarà ricevuto. E’ nostro dovere inventarci le iniziative che segnino questo passaggio in un qualche modo, che sappiano dire che quello che tutti sanno noi lo rendiamo pubblico. Quello che tutti sanno perché è accecante, noi abbiamo il dovere di renderlo manifesto. Credo sia importante non lasciar passare questo vertice rimanendo distratti a guardare da un’altra parte. Tutti guarderanno da un’altra parte e questo è sicuro, proviamo a vedere se riusciamo a incastrare, incardinare, obbligarli almeno per poco a guardare questo orrore che è una pagina vergognosa per tutti noi. Non so più la differenza tra estero e non estero per esempio sugli immigrati. Io credo che se non capiamo cos sta succedendo non lontano da noi, semplicemente sbagliamo politica. Qualcuno comincia a dire che ne abbiamo bisogno, che è già qualcosa se ripenso alle isterie del dibattito durante le elezioni regionali di Don Benzi e altri…”gli immigrati rubano le nostre donne, sporcano le nostre città, distruggono i nostri templi” etc. Quindi vediamo di far arrivare solo gli immigrati cattolici perché sono più omogenei, etc. La verità è che il fenomeno dell’immigrazione non può essere visto solo in una visione ombelicale nostra “eppure ne abbiamo bisogno”. Forse se guardiamo un po’ più in là vedremo per esempio che sulla parte Sud del Mediterraneo è in corso un’esplosione demografica senza crescita economica, spesso sotto regimi dittatoriali che fanno sì che la spinta alla fuga è una spinta che difficilmente potremmo mantenere. E’ una spinta di emigrazione economica, è la spinta che in mezzo a mille pericoli di cercare una possibile vita migliore per sé e per la propria famiglia. Questo è oppure no un diritto umano fondamentale? Quello di andare a cercare a casa propria, e dove non si può fuori, un’ipotesi di vita diversa. O lo abbiamo voluto praticare solo noi questo? Solo noi, a milioni che negli Stati Uniti, in Argentina, in Irlanda ci siamo trasferiti. Questo cos’è un diritto solo occidentale? Mentre sosteniamo i loro dittatori, mentre l’unica cos che ci interessa, ed è interessante, è la stabilità dei prezzi petroliferi che non possono superare obiettivamente i 25 o 30 dollari per barile. L’unica cosa che ci ha interessati di questa regione è questo. Qualcuno ha detto brutalmente “ci avete preso per una pompa da benzina” e fin quando la benzina aveva un prezzo sostenibile, tutto il resto andava bene. Se noi non guardiamo questo, se noi non guardiamo che a 300km da noi oltre il lago, è in corso un’esplosione demografica che dice l’Arab Human Development Report, gli attuali oggi 220 milioni di abitanti sono destinati a divenire, nel giro di 40/50 anni, 440 milioni, senza crescita economica, ma dove pensate di metterli? Nelle galere? O vogliamo appunto pensare a sostenere regimi ancora più duri? E forse il contributo più serio, che è passato inosservato, a una politica altra è questo accordo di pace in Sudan. Forse sarebbe utile occuparsi di Somalia e non coi marines ma in qualche altro modo. Anche da questo punto di vista, l’emigrazione obbligata non è un piacere per nessuno, non lo era per i nostri nonni e non lo è per loro, ma il problema è che la vita loro vita là è semplicemente peggiore. Se non capiamo questo tutta la politica sull’immigrazione rischia di essere sbagliata nel nostro Paese. In sé e nei corollari che comporterebbe a livello di politica mediterranea e non solo. Così come la testardaggine di occuparsi di mutilazioni genitali femminili sembra una bizzarria a volte veterofemminista. Il problema è che queste mgf sono la metafora più pertinente della mutilazione civile, politica e sociale che oggi tocca il 50% della popolazione di molti paesi. Per questo sono importanti in sé e per quello che rappresentano. Di tutta questa complessità di cose, in Italia vedo un’isteria collettiva sulla questione del crocifisso. Possibile che ci siamo solo noi in prima fila e pochissimi altri e che in questo Paese ci siano oggi più bigotti che ai tempi della gloriosa DC? Oltre ad essere divenuti tutti liberali, scopro che sono divenuti tutti anche bravi cattolici e a questo pensiero unico pare che si siano iscritti anche alcuni dei leader emergenti, o che vogliono esserlo, della comunità musulmana. Magari anche loro vogliono un piccolo Concordato. Io credo che il crocifisso, questo simbolo che mia madre amava tanto, simbolo così bello di un dio morente, sofferente, simbolo che ha completato quello della croce, questo cristo così umano, credo che abbia il suo posto in chiesa, sul comodino di chi ci crede, ma soprattutto nel cuore di tanti credenti. forse proprio perché questo paese che poco lo onora nel cuore e nella pratica quotidiana, trova un alibi nell’affiggerlo come simbolo feticcio non di un comportamento personale o politico, ma semplicemente come un parafulmine per quello che molti non riescono ad essere. Qualcuno poi mio spiegherà perché dai tribunali è stato tolto anni fa senza tanti drammi, mi spiegherà anche perché ad altri paesi cattolici non gli è mai venuto in mente di metterlo. Poi c’è l’altro dramma del velo. Sento compagne compagni, in altri Paesi, chiedere un intervento dello Stato per la proibizione del velo. Io con tutta la distanza che sento rispetto a chi si mette un velo in testa – non un burqa – non vorrei che lo Stato ci dicesse oggi come ci dobbiamo vestire e magari domani come non ci dobbiamo vestire. Credo che il proibizionismo non abbia mai funzionato in nessun sistema sociale, credo al contrario che sia un problema di politiche attive di rispetto e di integrazione. E’ un processo che serve per sottrarre tutte queste persone al controllo del potere delle varie comunità. Il problema è quello di trattarli come individui, farli sentire individui, che è esattamente quello che nei loro paesi mai gli capita di essere. Il dramma di quei paesi è che i diritti individuali non esistono. Solo il tener conto di cose che vanno al di là dei confini italiani ci aiuta poi ad avere delle politiche più adeguate. E’ indubbio che questo Congresso e gli appuntamenti dei prossimi mesi, si occuperà di elezioni europee proprio perché noi non abbiamo l’orrore delle istituzioni. E’ vero il contrario. Noi ci vorremmo e ci vogliamo essere. Però siamo ridotto ad un dibattito politico che vedrà probabilmente fronteggiarsi due candidati, forse Berlusconi e Prodi, in una specie di grande referendum nazionale pro o contro Berlusconi e passerà del tutto inosservato che in realtà abbiamo due candidati incompatibili al seggio. Ve lo immaginate Berlusconi che si dimette da Presidente del Consiglio per andare a fare il Parlamentare europeo? Dubito. O ve lo immaginate Prodi che anche lui di dimette per andare a fare il Parlamentare europeo? Eppure sarà un grande referendum pro o contro Berlusconi e sui temi poco avremo tempo di discutere. In più c’è un altro dibattito non sul che cos fare in Europa, ma in quale gruppo andranno a finire i nostri deputati europei eletti. AN per esempio vuole entrare nel PPE e qualcuno mi spiegherà poi cosa c’entrano loro con la storia popolare democristiana, ma il mondo cambia e lì vogliono andare a finire. D’altra parte i DS spingono per una collocazione al gruppo socialista, i popolari della Margherita invece vogliono andare nel PPE che così avrebbe insieme Polo e Ulivo. Rutelli vuole addirittura fondare un nuovo gruppo. Nessuno pare volere andare nel gruppo liberale dove Rutelli si è accampato da ben quattro anni, Al gruppo Liberale non ci vuole andare più nessuno.E Visto che da due anni hanno messo il veto al nostro ingresso nel gruppo Liberale e i nostri colleghi europei non hanno più detto una parola, magari se Rutelli e compagni tolgono il disturbo, qualche titolo per starci noi anche a nome della galassia laica, liberale e repubblicana, magari ce lo avremmo. Come prepararci a questa stagione. Credo che quello che noi vogliamo fare, vorremmo fare, è quello di riuscire a contaminare di politica liberale, di politica laica e quindi rigorosamente tollerante, di politica dei diritti civili, destra e sinistra, perché quella parte di liberali che sono sull’Aventino, possano tornare ad essere attori di politica. Signor Presidente del Consiglio, in compagnia della sinistra, lei disse agli italiani, neanche tanto tempo fa, non andate a votare i referendum radicali perché le riforme le faremo noi dal Governo. Posso chiederle signor Presidente del Consiglio a che punto siamo? Pure in una situazione irripetibile di una maggioranza blindata, con cento e più voti di maggioranza e con una opposizione inesistente, posso chiederle signor Presidente del Consiglio a che punto siamo con la giustizia? A che punto siamo con la riforma elettorale di cui invece sento dire che sottobanco c’è un accordo coi DS per le liste blindate. Ci può dire qualcosa signor Presidente del Consiglio sulle riforme economiche? Signor Presidente del Consiglio lei è contento? E sono contenti gli italiani che l’hanno votata ma anche quelli che non l’hanno votata rispetto alle promesse elettorali di neanche tanto tempo fa? Se per caso le ha dimenticate signor Presidente del Consiglio, queste proposte di iniziativa riformatrice, erano quelle sulla legge elettorale, il finanziamento pubblico, l’articolo 18, le trattenute sindacali, la responsabilità civile dei magistrati, gli incarichi extragiudiziari, la separazione delle carriere. E’ andato al mare? Ha portato al mare x milioni di italiani? E voi italiani per un giorno al mare a queste riforme avete voluto rinunciare? Care italiane e cari italiani, che dire? Vorrete andare al mare anche in un certo giorno di maggio o giugno 2004, pensate davvero che per come si stanno svolgendo le cose, peraltro sotto i vostri occhi, potete fare a meno di una presenza cocciuta, determinata, radicale? Pensate davvero di poter fare a meno di questa assicurazione? Sgradevolissima per carità. Pensate davvero che sia possibile portare avanti in modo efficace le battaglie sulla libertà, le battaglie contro questa terribile legge sulla procreazione assistita e mille altre. Noi sappiamo e abbiamo saputo analizzare i nostri errori care amiche e cari amici italiani. Potete forse anche voi pensarci un attimo? Lei signor Presidente del Consiglio, agli inizi degli anni 2000, scelse la Lega di Umberto Bossi invece di farsi forza del movimento radicale e della nostra spinta rigorosamente laica e liberale. E’ contento? Si trova bene? L’aiuta molto per esempio in credibilità internazionale? Anche voi, amici liberali della Casa delle Libertà e amici del Riformista, non è che voi vi siete auto-esiliati, non già in Egitto dove peraltro avreste potuto imparare molto, ma auto-esiliati nel vostro quieto vivere o peggio ancora nella corrente mugugno? Il fatto di essere bene accasati vi consente di mugugnare, ma è troppo facile. Io credo invece che dovremo credere e convincere che nonostante il paventato referendum fasullo, dopo aver massacrato quelli veri, che di Europa abbiamo bisogno di parlare e di discutere. Che è necessaria una politica europea sui Balcani, una politica mediterranea che sostenga e promuova libertà, una politica che metta fine, nel più breve tempo possibile, al protezionismo agricolo, una politica che sappia restituire connotati di laicità sulla ricerca e su mille altre questioni anche nelle istituzioni europee. Siamo gente di Governo, Marco ha recentemente detto con un’espressione felice “siamo gente d’altri tempi, quelli futuri”. A me piace pensare che siamo gente di altri tempi, quelli presenti. Quelli che ci riguardano e che ci vedono impegnati ogni giorno. Io credo che molto ancora abbiamo da discutere. Diversamente da altri penso che la candidatura di Benedetto sia una candidatura che onora il Congresso e il nostro dibattito, che fa di questo Congresso un vero Congresso e anzi, io vorrei vederne altre di candidature. Mi sarei aspettata per esempio la candidatura di Marco Cappato perché questa è la limpidità di un dibattito, la forza di uno scontro, di uno scontro di idee, qui non c’è potere da dividersi. Ma che la grande mancanza di scontro di idee nel nostro Paese, non si ripercuota qui. Noi siamo gente che ama lo scontro delle idee, che lo cura, che lo coltiva, perché solo da questo può nascere poi una sintesi che non sia mediocre, ma la sintesi di una politica. Solo questo ci consentirà di vivere un grande Congresso che metta le basi di una grande stagione politica come pure l’abbiamo vissuta. Che metta le basi di una politica adeguata e non ce ne saranno molte, sia sul piano europeo che sul piano nazionale. Credo che la nostra cocciutaggine premierà pure, metaforicamente non abbiamo mai dimesso e non siamo mai andati al mare. Ma perché vivano le nostre ragioni, i nostri ideali, perché vivano i radicali, è bene che le nostre differenze vengano allo scoperto e che anzi il dibattito sia ben teso, ben drammatico, fino alla fine. Grazie.





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