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GLOBALIZZAZIONE, DIRITTI UMANI E DEMOCRAZIA DOPO L'11 SETTEMBRE - 23 FEBBRAIO 2002

Incontro nazionale dei centri UE negli USA

"Globalizzazione, diritti umani e democrazia dopo l'11 settembre"

Miami, venerdì 23 febbraio 2002


C'é un tema, che é oggi di grandissima attualità e al quale io sono particolarmente sensibile perché é anche il tema conduttore della mia ormai trentennale esperienza politica. Parlo della secolarizzazione della politica, della necessità assoluta, a mio modo di vedere, di separare la fede religiosa - tutte le fedi religiose - dall'esercizio quotidiano della politica, cioé dalle battaglie di cui la politica é fatta per la conquista del potere e per il governo delle società contemporanee. La storia dovrebbe avercelo ormai insegnato. Chi per legittimare le proprie ambizioni di potere, o legittimare il potere il potere già conquistato, mette la religione al servizio della politica - dagli artefici dell'Inquisizione cattolica fino regime dei Talebani - provoca inevitabilmente dei disastri. Disastri che trovano il loro emblema, secondo il premio Nobel portoghese della letteratura José Saramago, nel più aberrante dei sacrilegi: uccidere in nome di Dio. A simile aberrazione si rischia di giungere quando la parte politica che, identificatasi con una fede religiosa per ottenere consenso, una volta impadronitasi del potere fa ancora appello alla religione per legittimarsi e farsi Stato. Il che é una contraddizione in termini. Perché mentre l'adesione a una fede, che é diritto inalienabile della persona, avviene su base individuale e riguarda la sfera individuale, una "religione di Stato" tende inevitabilmente a sottoporre indistintamente alle sue norme (diventate leggi dello Stato) chi crede chi non crede e chi professa una fede diversa da quella ufficiale. La religione di Stato, insomma, é l'anticamera dell'ingiustizia, della discriminazione, dell'intolleranza. E' come l'embrione di un possibile totalitarismo. Come dice il nigeriano Wole Soyinka, un altro Nobel della letteratura, figlio di un paese lacerato da sanguinosi conflitti politico-religiosi "Nel mondo contemporaneo l'unica realtà universale, che possa essere compresa sia soggettivamente che oggettivamente é l'umanità". E poiché - mi sentirei di aggiungere - non esiste religione conosciuta che non si riconosca nei valori universali dell'umanesimo, non si vede traguardo migliore per il mondo se non la coesistenza, con pari dignità, fra tutte le religioni, garantita da Stati laici e umanisti. A qualcuno sembrerà, questa mia, una presa di posizione astratta o addirittura utopistica. A me sembra, al contrario, che un la laicità dello Stato é sempre stata la condizione necessaria per accettare e governare i grandi mutamenti che periodicamente avvengono nelle società degli uomini. Vengo dall'Europa, un continente la cui lunga storia é fortemente segnata dalla cristianità, ma che nel volgere di pochi decenni si ritrova con oltre 30 milioni di cittadini musulmani e si prepara - qualcuno direbbe si rassegna - ad un futuro di tipo "americano", plurietnico, milticulturale, multireligioso. Ebbene, non sarebbe stato possibile ieri avviare questa grande mutazione (che non avviene in maniera indolore) né tanto meno oggi voernanrla e consolidarla, se gli Stati europei non fossero tutti Stati laici, la cui vocazione é quella di rispondere a tutte le esigenze espresse dalla società e non quella di imporre camicie di forza. Mi sia consentita a questo proposito una digressione concernente un'altra grande mutazione contemporanea - l'emancipazione delle donne. E' una battaglia non ancora conclusa nemmeno in Europa, una battaglia nel corso della quale l'establishment religioso (soprattutto cattolico) ha opposto una resistenza accanita al cambiamento e per ostacolarlo non ha esitato ad allearsi con i partiti politici a vocazione confessionale. Penso alle memorabili lotte combattute nel mio paese, l'Italia, per legalizzare il divorzio e l'interruzione volontaria di gravidanza: battaglie condotte per la dignità della donna ma anche per dare soluzione a problemi sociali autentici, gravissimi. Occasioni storiche per dimostrare che ci sono problemi cui la convinzione e la norma religiose consentono di dare una risposta sul piano individuale (perché chi crede si astiene dal peccare, quindi dal divorzio e dall'aborto) ma cui solo una legge di uno Stato laico puo' dare una risposta praticabile per tutti. Credenti e non. Per essere equanime devo dire che in tutte e tre le grandi religioni monoteiste nate attorno al bacino del Mediterraneo - fondate, interpretate e dirette da soli uomini - c'é una buona dose di misoginia, di questo bisogno ancestrale che l'uomo ancora oggi sente di dominare le donne. Solo uno Stato che consideri uguali i suoi cittadini, quale che sia la loro fede - che l'abbiano o no - puo' respingere l'equazione cara a tutte le gerarchie religiose e agli Stati confessionali, secondo cui "chi commette un peccato commette un reato". Io credo invece che le leggi emanate da uno Stato contemporaneo, necessariamente laico per le ragioni che ho detto, non devono affatto "governare le coscienze" ed entrare nella sfera personale dell'individuo, come avviene per i precetti religiosi. Le leggi fatte dagli uomini hanno il compito di fissare i diritti e i doveri di ogni cittadino e di garantirgli l'esercizio dei suoi diritti fondamentali, a cominciare dalla libertà di coscienza e di fede religiosa. Per questo ha ragione lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun a dire che oggi "la cosa più urgente é separare la religione dalla politica, perché fino a quando ci saranno governanti che si appoggiano alla religione continueremo ad avere problemi e patologie come il fanatismo e cio' che ne consegue, terrorismo e ignoranza." Per quanto mi riguarda, sono giunta molto prima dell'11 settembre alla convinzione che il terrorismo é figlio in primo luogo - prima ancora che della povertà, dell'oppressione e della disperazione di tanti esseri umani - del fanatismo di pochi che imboccano la via della violenza e della sopraffazione, gli strumenti preferiti di ogni totalitarismo. Qualcuno ha giustamente osservato a questo proposito che i più gravi delitti politici del secolo scorso non sono stati opera di oppressi contro l'oppressore, bensi' l'opera di uomini accecati dal fanatismo ai danni di uomini illuminati dalla ragione e per questo accusati di "tradire il proprio popolo": un fanatico indù assassino' il Mahatma Gandhi, un commando di "Fratelli Musulmani" mise fine ai giorni del musulmano Sadat, un giovane estremista israeliano uccise l'ebreo Itzak Rabin. Ed é inutile sottolineare quale prezzo l'umanità intera abbia pagato e ancora paghi per colpa di questi fanatici che pretendono di agire in nome del loro Dio, che si fanno Dio essi stessi. Senza accorgersi che usare la religione per fomentare la violenza contraddice l'aspirazione più autentica di tutte le religioni conosciute. Spero di non ferire la sensibilità di qualcuno se dico che la cultura politica liberale alla quale appartengo - che rispetta tutte le "rivelazioni" di origine divina ma non si riconosce in alcuna di esse - attribuisce valore e nobiltà di "rivelazione laica" alla "Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo", un testo redatto dagli uomini poco più di mezzo secolo fa, sottoscritto da tutti gli Stati che siedono all'Onu, che enuncia criteri e regole universali da rispettare per garantire la piena di dignità di ogni persona umana.




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