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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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XXXVIII CONGRESSO DEL PARTITO RADICALE TRANSNAZIONALE - TIRANA, 31 OTTOBRE - 3 NOVEMBRE 2002

XXXVIII CONGRESSO PRT (Seconda Sessione)

Tirana, 31 ottobre - 3 novembre 2002

Intervento di Emma Bonino


Cari compagni, care compagne, cari amici, Qualcuno ha scritto e ho recentemente letto che quando il futuro appare incerto e il presente appare molto difficile, si tende a guardare al passato, non per recriminare o non solo per questo, non per nostalgia, ma a me capita in questi giorni e mi è capitato in questi periodi, di guardare al passato per cercare qualche punto di riferimento, per trovare il filo conduttore della nostra storia, del nostro agire. Ma è vero altrettanto, che capita che sia il nostro passato a venirci in aiuto, quasi spontaneamente, e proprio questo mi succede in questi giorni qui in Albania, che mi riportano con forza alla memoria gli ultimi dieci anni della nostra storia di radicali, almeno una parte di questa storia, a cominciare dalle immagini e dalle emozioni della primavera del 1998 e la primavera 1999. Immagini ed emozioni legate alla crisi del Kossovo, alle centinaia di migliaia di profughi e deportati, che si affollavano proprio alle frontiere macedoni e all’interno dell’Albania stessa. Forse non è un caso, che Pandeli Majko, allora Primo Ministro, è a questo tavolo della presidenza. Ricordo bene, quando l’ho incontrato da Commissaria Europea proprio in quell’occasione. Questo Paese fragilissimo e con mille difficoltà, apriva le porte dico bene a centinaia di migliaia di profughi che qui si sono riversati in una settimana e dall’altra parte negoziavamo con un governo macedone ben più resistente, per ragioni anche comprensibili, situazioni ben drammatiche. Io non pensavo mai che avrei visto nella mia vita, ripetersi i racconti di mia madre; i treni chiusi dall’esterno, con migliaia di deportati, presi la mattina a Pristina, scaricati nel vuoto e nella natura, che abbiamo trovato a mezzanotte, a pochi km dalla frontiera macedone, in un Paese che avendo mille difficoltà anche di equilibri politici ed etnici, faceva certamente resistenza. Forse perché la mia generazione la guerra l’ha sempre sentita raccontare, e fortunatamente poco l’ha vista, quella notte alla frontiera macedone, è davvero difficile da dimenticare. Ma riaffiora anche, pensando a quel periodo e con quelle immagini, riaffiora anche il breve eppure molto duro e travagliato dibattito, che il nostro partito conobbe proprio nei mesi a cavallo, o nella primavera ’99, qualcosa che mi colpì e in qualche modo mi ferì anche molto: a proposito del ruolo di Emma Bonino. La domanda che avevamo allora era la seguente: era più importante che io rimanessi al mio posto di Commissaria Europea per gli aiuti umanitari, responsabile in quel momento, in una certa parte, del destino di migliaia di kossovari, o era più importante come sosteneva qualche compagno che io lasciassi in anticipo Bruxelles per rientrare nei ranghi del partito, in vista della campagna elettorale per le elezioni europee del giugno ’99. Oggi lo so, quel dubbio può apparire ozioso, ma allora, come cerco di fare in questi giorni, ho dovuto aggrapparmi proprio alla bussola della scuola radicale, il nostro senso delle istituzioni, il rispetto degli impegni fino in fondo, per resistere alle pressioni di alcuni e fare una scelta, rimanere al mio posto, che solo apparentemente o a mio avviso o come io lo vedevo, significava, come si dice, sacrificare la ragion di partito. Io credo invece, che con mille difficoltà, il nostro partito diversamente da molti, o forse da tutti gli altri, ha ben capito come queste ragioni poi coincidano. Dico questo perché non fu facile, e so bene che chi mi chiedeva di dimettermi prima, lo faceva esattamente con lo stesso obiettivo: quello di rafforzare il partito e il mio modo di rimanere aveva esattamente lo stesso obiettivo, quello di rafforzare il partito. Perché, io sono convinta che senza un partito, senza questo partito radicale transnazionale, senza un’organizzazione, le idee, da sole, non camminano. Avevamo quindi tutti lo stesso obiettivo, ma fu un dibattito teso, duro per come raggiungerlo al meglio. Dicevo del passato che viene ad aiutarmi nei momenti d’incertezza, e questa settimana da questo punto di vista è stata molto particolare . Solo lunedì eravamo a Zagabria con Marco Pannella e Olivier Dupuis dove il governo croato ci ha insignito credo della più alta onorificenza croata per meriti rispetto a quel Paese. E questo ci riporta agli anni ’91 e ’92, a qualcosa che forse molti di voi che a quell’epoca non erano radicali non hanno vissuto. Era l’epoca dei primi fuochi del lungo incendio che poi ha attraversato tutti i Balcani. A quel nostro Consiglio Federale tenuto praticamente in un rifugio o nei rifugi del noto albergo Intercontinental, International, fa niente, e quando il mondo intero ancora non l’aveva capito e non lo capì per molto tempo da che parte bisognava schierarsi. Marco lo capì, seguì uno strano capodanno con Marco Pannella, Olivier Dupuis, Lorenzo Strik Lievers ovviamente con la cravatta, Cicciomessere ovviamente senza cravatta, dall’altra parte della frontiera, a Osijek e poi a Vukovar, e io un po’ impaurita invece a Belgrado, cercando di vedere se era possibile trovare, contattare, animare, quello che era già da allora il primo nucleo della resistenza alla guerra e al progetto della Grande Serbia e che poi in questi dieci anni trovo una queste, stranamente il mondo è davvero piccolo, ambasciatrice dell’attuale Serbia in Messico e che incontro in una conferenza per la Corte Penale Internazionale un anno fa, seduta in prima fila, Vesna Pesic. Come vedete il nostro passato mi aiuta e il nostro destino mi pare ci insegue. Ritorniamo in questo Paese che abbiamo visto soffrire, che vediamo finalmente intento a costruire, con difficoltà e senza grandi aiuti politici dall’Unione Europea a ricostruire il proprio avvenire, e ci insegue in questi stessi giorni l’impegno e l’amicizia politica attiva, che abbiamo sottoscritto con alcuni compagni e con un altro Paese, la Cecenia, e con la sua gente. Voglio dire subito a scanso di malintesi che proprio perché amici di quel popolo ci sentiamo e siamo, o sono, molto turbata dai fatti avvenuti a Mosca. Da nonviolenti, anche in base alle Convenzioni Internazionali, che ogni atto, o un atto com’è stata la cattura di centinaia di ostaggi civili in teatro, un crimine, con poche attenuanti. Come militante di un partito politico che difende la legalità e i diritti individuali, ritengo anche, che nell’immediato certamente gli attentatori di Mosca abbiano reso un cattivo servizio nell’immediato al popolo ceceno e al governo legittimo del presidente Maskhadov. Io spero che il nostro compagno Kanbiev riesca ancora a parlare al Congresso, ma certamente per quanto vedo in termini di, anche di manipolazione di stampo in generale che comincio a leggere, credo che nell’immediato abbiano senza volerlo reso un servizio grande al regime di Putin permettendogli di tentare perlomeno di criminalizzare un intero popolo, i suoi amici e cioè anche noi. Badate, questa è una cosa che dobbiamo affrontare. Questo tentativo di criminalizzazione del Partito Radicale Transnazionale viene da lontano, dura da molto tempo, credo non si fermerà né oggi, né in questi giorni. Dobbiamo farci trovare pronti, forti, rigorosi a difendere, non solo e non tanto le nostre ragioni, ma la nostra pratica concreta di attività politica e mi sia consentito rivolgere qualche frase al Presidente della Federazione Russa, non per megalomania evidentemente, ma solo perché mi sembra innegabile che il nostro partito pure apparentemente così piccolo, mi sembra innegabile che sia diventato uno dei bersagli ricorrenti del gigante russo. A qualcosa contestualmente potrebbe persino lusingarci presidente perché forse vuol dire che la nostra azione internazionale non è così inefficace e corre persino il rischio di colpire nel segno. Ci preoccupa però, perché sappiamo quanto le siano estranee, peraltro non solo a lei, la cultura della nonviolenza, quella della democrazia e dello Stato di diritto mentre ci sembrano più evidenti, la spregiudicatezza della sua politica e anche la temibile e spesso funesta efficienza dei suoi metodi. Sono trascorsi appena due anni dall’assassinio di Antonio Russo, sono trascorsi solo due anni da quando la sua diplomazia per ottenere forse che la fastidiosa, ma forse non inefficace moscerino radicale, smettesse di ronzare alle riunioni delle Nazioni Unite. Lei non esitò ad accusarci per iscritto, di essere dei narcotrafficanti e dei terroristi. Signor Presidente, c’è qualcosa di impudico nell’accusa di terrorismo che chi a raso al suolo Grozny, rivolge a dei seguaci di Ghandi. E veda, signor Presidente, noi, non siamo abituati ad accettare inerti e senza reagire, le indecenze dei tiranni, le loro impudicizie. Possiamo essere costretti a subirle, ma non siamo abituati ad accettarle senza reagire. Le vorrei dire, e far sapere, che noi radicali, non abbiamo mai, come si suol dire, ballato né coi violenti, né coi dittatori. Capita ad altri di ballare coi tiranni. E capita purtroppo anche spesso ad alcuni governi democratici. Lo fanno e ci spiegano che lo fanno in nome di un realismo, che si rivela puntualmente miope, ma lo fanno. Se ne pentono raramente e comunque sempre troppo tardi. E troppo spesso, alleanze che dovrebbero essere di pura convenienza, si trasformano in collaborazione acritica tra democrazie e regimi. Purtroppo il mondo cambia, ma la sciagurata massima politico-diplomatica, in virtù della quale, il nemico del mio nemico è il mio amico, è una prassi della diplomazia, che è dura a morire e che anzi io vedo rinvigorirsi sempre di più. Non abbiamo finito, noi paesi democratici, d’inventarci e sostenere Suarto o Mobutu, o Milosevic se è per questo, che già ce ne stiamo creando altri, in nome di una guerra al terrorismo di questa grande coalizione, lo sdoganamento acritico di regimi come il Pakistan o altri, che sembrano essere diventati i migliori amici complessivamente parlando, senza renderci conto che stiamo forse creando le basi dei nuovi mostri, i quali peraltro non hanno neanche la decenza, l’accortezza di scomparire quando non ci servono più. Abbiamo creato, nell’urgere e nell’esigenza, Saddam Hussei, l’abbiamo creato, sostenuto, abbiamo consentito i talibani, e noi che lottiamo per i diritti civili e la democrazia non è che non conosciamo le ragioni, le convenienza, gli interessi, ma semplicemente ne traiamo altre conclusioni. Penso, signor Presidente Putin, che il successo, se così lo vogliamo chiamare, da lei colto a Mosca, si rivelerà una vittoria di Pirro, ma nel frattempo, certamente foriero di ulteriore sangue, ulteriori devastazioni, ulteriore orrore in una spirale quasi senza fine. Ogni epoca, care compagne e cari amici, ha peraltro i suoi luoghi comuni e i luoghi comuni anche in politica servono di solito a nascondere o l’assenza o di impegni o di idee certe e originali. Per esempio, nella stagione politica che viviamo, confesso che mi diventa sempre più difficile dialogare con chi invece di pensare, intanto con la propria testa, e secondariamente facendo persino lo sforzo e di proporre e di cercare di applicare quello che propone, ripete fino alla nausea un paio di slogan, che rischiano poi di diventare una banalità. Il primo di questi consiste nel lamentare “l’assenza dell’Europa sulla scena internazionale”, l’altra consiste nel proclamare che l’America è responsabile di tutto praticamente e che anche sta sbagliando tutto. Con ciò, essendo responsabile solo gli Stati Uniti, di tutto quello che succede al mondo, con ciò deresponsabilizza tutti gli altri. Non possiamo fare niente, non c’è niente da fare, l’unico responsabile di tutti i mali del mondo, interni, esterni, internazionali, mondiali, come volete, sono gli Stati Uniti. Come tali siamo tutti deresponsabilizzati o inutili. Entrambi questi postulati contengono a mio avviso qualcosa di vero, ma entrambi sono inutili, perché da una parte si limitano ad alimentare un antiamericanismo di maniera e dall’altra parte un euroscetticismo altrettanto di maniera. Sostenere che oggi l’Europa è assente è, a mio avviso, quasi come sostenere o sfondare una porta aperta. Il punto è forse di capirne perché, di capire cosa sta succedendo, sia dal punto di vista politico, ma anche da un punto di vista, come dirvi, più generale. La mia impressione è che non siamo riusciti ad impedire, intanto per quanto riguarda l’Europa, l’aggrovigliarsi di due dossier che rischiano, proprio perché avvengono nello stesso momento, di paralizzarsi reciprocamente. Mi pare che vengano al pettine, nello stesso momento, due nodi di due processi storici paralleli: uno l’allargamento ai 15 nuovi Stati europei, tornerò dopo sull’esclusione dei Balcani, cioè è come se ci allargassimo lasciando un buco, più o meno nero, di tutta una serie di paesi che non sanno dove, a quale progetto politico fanno parte. Dove devono andare. Anzi pare che qualcuno stia pensando di riproporre una confederazione, guidata dalla Serbia, non ho capito bene, come se la storia fosse un optional, e dall’altra quindi una specie di Europa che si allarga, la Romania, la Polonia, l’Ungheria, Bulgaria, c’è già la Grecia., e Turchia e lascia, circonda, una serie di paesi e li lascia praticamente al loro destino. E dall’altra, chiude le porte ad altri paesi, un po’ più ad oriente, e non se ne capisce neanche le motivazioni. O l’Europa è un progetto politico, e allora ci sono i criteri di adesione, fortunatamente, spero, non torneremo a pensare che l’Europa ha un connotato e un’unificazione di tipo religioso, anche se qualcuno mi sembra voglia rimettere nella Costituzione europea, il richiamo al cristianesimo come fonte di unificazione, se fosse altro che per questo veramente spalanchiamo le porte alla Turchia, che così almeno ci siamo capiti per sempre. Per altre ragioni allarghiamo a Israele, che così ci capiamo ancora meglio. E quindi l’Europa non è, credo, un processo territoriale. L’Europa è un processo politico, e come tale ha criteri di adesione e come tali ci si comporta. Vedo che non è così scontato questa visione dell’Europa, se è vero che stiamo allargando a 15, e ripeto qualcuno vuole ben mettere nella costituzione, il richiamo al cristianesimo, al cattolicesimo, come connotato e collante comune dei paesi europei. Solo che tutto questo si accavalla con la riforma dei Trattati, la Convenzione e questi due, come dire, dossier allargamento e riforma interna, si accavallano nello stesso momento e rischiano davvero di portarci ad un dato di paralisi e d’altra parte, non siamo riusciti ad avere, ad imporre o ad ottenere una riforma dei Trattati né a Nizza, né a Amsterdam e tutte le volte praticamente, si rinviava a tempi migliori. Oggi, queste cose stanno venendo al pettine, ma su questo volevo dire, c’è, non solo le dimenticanze di cui ho parlato, c’è qualcosa di più. Io credo anche, così come guidate in qualche modo le opinioni pubbliche europee, c’è un senso miope se volete, ma vero, tangibile, che l’Europa sarà pure assente dalla scena internazionale, e comunque ci pensano gli americani e comunque se mai mugugnamo un po’ perché poi noi vogliamo correre e vivere questa situazione quasi adolescenziale per cui se gli americani non intervengono, li supplichiamo per x anni, se poi intervengo li critichiamo comunque perché poi non ci piace come sono intervenuti e in questo modo, facciamo davvero la corrente mugugno che comunque è una cosa gratis, non implica responsabilità di sorta, e però fa anche molto chic perché certo noi non siamo capitalisti selvaggi, siamo capitalisti dal volto umano, più compassionevoli, più solidali e tutta una serie di banalità che vengono dietro. E devo dire che probabilmente è più profondo di così ed è che noi siamo così pieni, così soddisfatti, del miracolo interno che l’Europa ha contribuito a dare, sono duecento milioni di persone che in cinquant’anni hanno visto la loro qualità della vita, cambiare quasi miracolosamente. Se noi guardiamo all’Italia di trent’anni fa, allo standard di vita dei miei genitori, per esempio, questa Unione Europea, pure nei suoi limiti, e proprio perché ha saputo mettere insieme non solo delle politiche, ma delle istituzioni, ha prodotto anche un risultato, un’esplosione economica oggi forse al declino e però… e ne siamo così satolli, così pieni, che non abbiamo proprio, credo, voglia, né nessuno ci stimola a rischiare alcunché oltre che qualche conferenza e forse qualche intervento pubblico. Molto è stato detto, e non lo ripeto, e lo dico al mio amico Pecoraro Scanio che sta lì che dice che dopo vuole intervenire, fortunatamente, che forse gli antiglobal potrebbero farci il sacrosanto piacere, forse, invece che al libero mercato, così come si dice, e forse mettere in discussione i privilegi della nostra politica agricola comune. Forse potremmo fare una qualche manifestazione in più, perché miliardi di persone, di cibo biologico, dubito che sopravvivano. Forse perché i miei amici della costa sud del Mediterraneo, dove io vivo, vorrebbero molto poter esportare i loro agrumi , i loro pomodori, le loro fragole, di già che ci siamo i loro tessuti, e se niente di tutto questo è possibile, la loro gente. E perché non si può, cari amici e compagni, decidere che noi siamo una bella cittadella ricca e piena, che vogliamo il Camambert biologico, che costa più di un diamante fra poco lo quotiamo in borsa il Camambert biologico. I loro prodotti non ne parliamo e la loro gente neppure anche perché, francamente ce lo dobbiamo pure dire, non si lavano. E per favore. E vogliamo essere un minimo coerenti, perché poi diventa difficile, capisco ci si può vedere a Porto Alegre, tanto tra di noi, che problema c’è e forse bisognerebbe, con questi paesi e con le organizzazioni di questi paesi, che vivono non tanto e non solo a un dato di povertà economica, vivono soprattutto, muoiono e patiscono, una mancanza di libertà. E non ho mai visto, su globalizzare i diritti civili e la democrazia, non ho mai visto per il momento né global, né antiglobal, né Porto Alegre e neppure il prossimo S.Paolo. Perché questo è il problema. Il terzo luogo comune, è quello di dire, ormai veramente lo dicono tutti, io voglio smettere di dirlo perché non se ne può più, ma la domenica e nel week end tutti dicono, il mondo ha bisogno più democrazia. E abbiamo scoperto l’acqua calda. E anche un po’ l’acqua tiepida. Certamente. Ma una volta c’avevano detto e invece andava molto di moda dire che la democrazia è un lusso di paesi ricchi e che certo in Africa mica li faremo votare, quelli sono anche analfabeti, e che quindi la democrazia era la libertà, la responsabilità individuale, la democrazia, era un lusso dei paesi sviluppati. Chi è sottosviluppato, un bel dittatore e abbiamo fatto, che magari inizia come dice il mio amico egiziano, inizia come un despota benevolente. Tutti iniziano come despoti benevolenti. Non c’è uno che abbia fatto un colpo di stato contro il popolo. A me risulta che hanno fatto tutti colpi di Stato per il popolo e per salvare il popolo, dove per popolo s’intende probabilmente sé stesso e se va bene la propria famiglia. Oggi è diventato quasi di moda l’opposto. Nossignore. Eh certo, finalmente ci siamo arrivati. Finalmente, Amartya Sen non resta un libro, che ci dice che non c’è sviluppo senza libertà. Possiamo andare avanti, non c’è libertà senza regole allora. Non c’è libertà senza Stato di diritto. Non c’è libertà economica e badate bene che Amartya Sen non sta parlando delle libertà solo civili e quant’altro, sta parlando delle libertà economiche e chi abbia letto quel libro ben legge che sta parlando di Stato di diritto, di libertà economica di tutela legale della proprietà. Sarà anche lui un capitalista sfrenato e che dobbiamo fare, un liberista selvaggio e va bene avrà anche lui questo crimine. Ma forse andrebbe letto un pochino più attentamente e la nostra ambizione è quella di passare da questo slogan, che comincia a diventare noioso, ad un passo in più per dare, appunto, una organizzazione alla Comunity of Democracies o all’Organizzazione Mondiale delle Democrazie. Io non torno su questo perché questo Congresso è stato nutrito da documenti importanti, da un dibattito di ore. Voglio solo mettere in guardia da una banalizzazione. L’Organizzazione Mondiale delle Democrazie, forse bisogna fare un’aggiunta in più, perché quelli antidemocratici non sono solo i regimi più facili da definire, da Saddam Hussein al Sudan o a quant’altro. C’è un pericolo più vero, o altrettanto vero, più mascherato, più sottile, che quello che noi chiamiamo le democrazie reali, cioè di paesi che hanno tutta la facciata della democrazia, c’hanno elezioni più o meno libere, c’hanno sicuramente una stampa che non è libera, c’hanno sicuramente apparati militari e/o servizi segreti, ma che passano credo per regimi moderati e che forse faremmo bene invece ad analizzare molto meglio, perché forse oggi non è neanche più necessario, Tunisia o Pakistan ci insegnano, non è neanche più necessario il colpo di Stato militare, esistono dei referendum in cui ci si autoproclama presidente per la vita, che è sicuramente un modo come si fa per dire la caricatura legale di … e quindi stiamo attenti perché quando parliamo di Organizzazione Mondiale delle Democrazie, bisogna avere un’attenzione in più, a capire di che cosa parliamo. Io conosco ancora troppo poco il mondo arabo per parlarne con una qualche conoscenza, quindi non approfondisco, ma per quanto io ho capito e non lo dico solo io, credo che la mancanza di Stato di diritto, di regole, di democrazia del mondo arabo, siano la causa principale del loro arretramento economico, civile, culturale e quindi anche politico. Io credo che tra i vari fattori che rendono apparentemente irresolubile la crisi o comunque il nostro rapporto con questo tipo di mondo, c’è sicuramente l’incapacità dei dirigenti arabi, nel loro insieme, a dare o ad accettare, o a darsi, o a promuovere un cammino democratico che certamente metterebbe in discussione il potere loro così come l’hanno costituito. Ed è, per questi regimi, pure nel suo orrore, il conflitto arabo-palestinese diventato l’alibi perfetto. Non si può fare nessuna riforma perché siamo in guerra. Ce ne sono vari di alibi in questi regimi, per esempio l’islamismo politico. Secondo me, per quel che io posso leggere, non c’è proprio questo pericolo. Questi regimi hanno molta più paura non tanto dell’estremismo islamico con cui siamo abituati a giocare da tanto tempo o a farsi giocare, fa niente, ma quello che davvero li preoccupa è la nascita di qualunque forma organizzata di gruppi laici, democratici e secolari. Questi sono quelli che stanno in galera da queste parti del mondo, da queste parti del mondo sta in galera Saad Ibrahim, Saad Ibrahim è un intellettuale, un professore, un signore che ha fatto dei documentari e che s’è beccato sette anni di carcere con le accuse delle più stravaganti francamente. Ma potrei dire la stessa cosa della Siria o piuttosto che di altri. Io credo che a questa parte del mondo e mi avvio velocemente alla conclusione per dirvi che pure in questa parte del mondo poi uno trova delle assonanze. Uno dei professori che ha scritto, compilato questo eccellente rapporto delle Nazioni Unite, per una volta estremamente coraggioso sullo sviluppo del mondo arabo, ha messo un titolo che dice molte cose che io non conoscevo ma a volte si trovano delle assonanze, che dice una persona non libera è una persona povera e io credo che è una sintesi, credo molto efficace di quanto più confusamente provo a dire io. Tutto questo va molto bene e se guardo persino alle ultime settimane potrei, trovo conferme, vedo al tavolo Arnold Trebach, ecc. Mi capita questi giorni di passare molto tempo in Ecuador perché l’Unione Europea m’ha chiesto di dirigere il team di osservazione elettorale e il problema dell’Ecuador è che a parte la fragilità istituzionale di questo Paese, un Paese dove nell’ultimo anno è partita il 15 % della popolazione, esuli economici per cercare di trovare una qualche alternativa. Da qui, persino mia madre m’ha chiesto dove sta l’Ecuador perché le colf una volta erano somale, capoverdiane, filippine, la nuova ondata se ho capito bene è equadoregna e quindi improvvisamente scopriamo l’Ecuador, ma il vero problema dell’Ecuador è che non resisterà al piano Colombia e alla contaminazione del fenomeno Colombia. E che per l’Ecuador come per tutti quei paesi, la legalizzazione delle droghe è l’unico modo per uscirne e che il nostro proibizionismo è la loro morte. Intanto è la loro morte politica perché in un Paese, magari povero la Colombia lo è meno ma altrettanto, il potere d’urto e di corruzione del denaro dei narcotrafficanti è quello che può comprare dalla polizia in su qualunque istituzione. E noi siamo davvero buffi. Noi, a parte “noi”, loro, hanno deciso una politica di proibire il consumo per ecc ecc, nei nostri paesi. Posto che non ha funzionato, abbiamo deciso di esportare la proibizione alla produzione. Non funziona neanche quella di tutta evidenza, però da vent’anni tetragoni: droga – proibizionismo. Eppure le ragioni stanno nei numeri, nessuno di noi è per la droga, ma se il punto di partenza è che siamo tutti contro, vogliamo capire quali sono i mezzi più efficaci per. Nel suo buon senso mia madre un giorno mi diceva, si capisco, eh si però con la tua tesi almeno li mandiamo in bancarotta fraudolenta. Aveva capito tutto. Siamo degli utopisti? Sì certo. La reputazione di sognatori e di utopisti, di visionari, mettetela come volete, sicuramente, forse non senza qualche ragione, a me sembra di essere invece dei veri realisti. E forse riusciamo a vedere le cose, non perché siamo più intelligenti di altri, ma perché non abbiamo veli a) di pregiudizi e b) di piccole posizioni o grandi di potere da difendere. Forse solo per questo siamo più candid, cioè riusciamo a vedere meglio e siccome non ci accontentiamo anche a cercare di fare delle cose meglio. Così come in Afghanistan non è che fossimo così deficienti, da non sapere che le risorse prima dei paesi del Nord, del Turkmenistan, del Tagikistan, e l’oleodotto e l’acquedotto e tutto quello che volete. Lo sapevamo noi come lo sapevano tutti gli altri, ma quello che era inaccettabile e realista per noi, era che un Paese così sensibile dal punto di vista geostrategico, quindi proprio per le stesse ragioni, non poteva essere lasciato in mano a un gruppo di pazzi, scatenati. Quindi era la stessa analisi realista. E che in più, con la quiescenza di tutti quanti, aveva deciso che milioni di donne potevano tranquillamente essere messe in carcere sostanzialmente nel giro di ventiquattro ore e che tutti i diritti che avevano acquisito, dovevano sparire in ventiquattrore in base ad una serie di barbuti, più o meno impresentabili, ma sostenuti invece da presentabilissimi regimi. Ed è stato questo filo di candid in qualche modo a dire no, la campagna per le donne di Kabul, che vogliamo rivedere al governo, e saluto qui con molta affezione, con molta tenerezza la viceministra della condizione femminile, Soraya, che prenderà la parola dopo, e non perché in termini veterofemministi ci interessino, in modo più o meno patetico nel senso da accarezzare o povere donne, no, non è proprio questo. Khady Koita che parlerà anche lei dopo, protagonista di una campagna sulle mutilazioni genitali femminili che cerchiamo di appoggiare non è affatto una povera donna, voi la sentirete e spero che comincerete ad apprezzarla, come lei, credo, sta cominciando ad apprezzare noi. E’ che una parte del mondo, di sesso femminile, è una delle più oppresse, storicamente, tradizionalmente e che quindi viene quasi automatico pensare innanzitutto a loro e con loro. Né più né meno. Non perché io pensi e me l’avete sentito dire tante volte che basta essere donne per essere donne per essere migliori, ce ne sono alcune, molte, con cui ho poche affinità, ma è altrettanto vero che non basta essere uomini per essere migliori. La differenza è che quest’altro sesso lo ha invece pensato, praticato e continua a pensarlo e a praticarlo in molte parti del mondo. Queste sono, cari amici, le nostre ragioni, che molti non esitano a riconoscere fondate. E non nuova una certa frustrazione che provo nel raffrontare la modestia dei nostri mezzi con la dovizia di riconoscimenti di volta in volta resi alla lucidità di Marco, all’intelligenza di Caio e alla lungimiranza di Sempronio; sempre Marco volevo dire. Ma se riceviamo così tanti attestati, se riusciamo a sorprendere tanti osservatori, non è, dicevo, perché siamo dei geni, ma forse perché riusciamo, o possiamo, o ci sforziamo di non farci far velo da pregiudizi o difendere presunti dati di potere. Ma resta, tutto intero, a questo Congresso e a noi tutti il problema della sproporzione tra gli obiettivi ambiziosi che ci poniamo e la limitatezza delle risorse di cui disponiamo. Vedete, non per essere venale, ma questo Congresso, che riunisce 250 o 300 persone provenienti da, che ci emoziona e ci sprona, che però ha voluto dire l’impegno nel farlo, nel crearlo, nell’organizzarlo, nel portarci qui, nell’esserci di buona parte di chi lavora a Torre Argentina o a Bruxelles, negli ultimi mesi e nelle ultime settimane, questa riunione costa più di 600.000 euro. Praticamente, per essere chiari, quasi la capacità di autofinanziamento di circa un anno. Allora il problema non è Joao che non vedo in sala, che ci sono troppi italiani, a me pare comunque che ce ne sono troppo pochi, ma il problema è che non ce ne sono ancora abbastanza di militanti, iscritti, attivi con passaporto non italiano. Non è che noi siamo troppi, è che non riusciamo a far crescere e a trovare altri. E per pensare di riunirsi nel prossimo Consiglio Federale che qui eleggerete, bisogna pure trovare 100.000 dollari e che ad oggi io con grande emozione guardo Kok Ksor perché di tutti questi anni e di tutti questi sforzi il primo gruppo organizzato che ha … è Montagnards. Capisco che è difficile. E’ difficile anche perché, in giro per il mondo, la parola radicale ha strani significati. Timofeev ci diceva, non mi sono iscritto dieci anni fa perché per noi, russi, partito voleva dire polizia, quindi per carità ci mancavate pure voi che mi venivate a chiedere d’iscrivermi al Partito Radicale. E capisco perché non è facile essere antiproibizionisti sulla droga, sull’alcol, sul sesso, sulla ricerca scientifica; non è chic, non va bene, non va di moda, ecc ecc. Tutto questo va bene e però senza un salto di qualità e di quantità, non c’è qualità senza quantità, se la quantità è zero, la qualità non la discutiamo neppure e io credo che queste ragioni debbano poter trovare, per vivere, per non essere delle velleità, delle facce, delle gambe, degli assegni, dei soldi e perché…così è, senno non andiamo avanti. Sicché, care compagne e cari amici, perché vivano le nostre ambizioni ci vogliono anche energie umane, intellettuali, risorse finanziarie; noi ce la mettiamo tutta. Credo siamo stati i primi a tentare di utilizzare le nuove tecnologie anche per ragioni che oggi vengono riconosciute in molti altri campi e però è anche vero, come forse ci diceva in un messaggio un nostro amico, che forse potremmo chiedere a chi normalmente ci da una pacca sulla spalla molto gentile, dice grazie di esistere, provare a dire che per esistere ci vuole l’impegno di molti di più di quanti siamo qua e di quanti riusciamo a raggiungere. Credo per noi, per chi ci segue, per il mondo come sta andando, io credo che sia importante che troviamo il modo perché cari amici e cari compagni per gli albanesi, o per gli europei, per i Balcani o per quant’altro, troviamo il modo perché vivano le nostre ragioni, vivano gli ideali, vivano le speranze del Partito Radicale. Grazie.




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