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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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SUZANNE MUBARAK WOMEN'S FOR PEACE INTERNATIONAL MOVEMENT - IL CAIRO, 24 FEBBRAIO 2004

Lecture on Nonviolence to the Suzanne Mubarak Women's for Peace International Movement

Il Cairo, 24 febbraio 2004


Care amiche vi ringrazio di avermi invitato a questo incontro che ha come tema la nonviolenza. “Women International for Peace” si interessa attivamente al problema della pace, e mi avete sollecitato a considerare questo come il tema essenziale dell’impegno femminile, anche in questa parte del mondo. Non c’è dubbio che la pace sia l’obiettivo finale cui dobbiamo volgere i nostri sforzi. Ma attenzione: io credo che in questo nostro impegno noi dobbiamo sciogliere e chiarire alcune questioni preliminari, ad evitarci inganni e delusioni e frustrazioni pericolose ed irrimediabili. La pace, lo sappiamo bene, non è un concetto neutro, valido per tutti e tutte nelle stesse forme. Tutti i belligeranti, almeno a parole e sempre con le migliori intenzioni, vogliono la pace. Poi andiamo ad interrogarli e ci accorgiamo che ognuno di essi la intende in un modo diverso, spesso opposto. Nel concreto della politica, il termine ha significati e contenuti diversi: ahimè. anche quando coinvolte o attrici sono le donne. Ad esempio, nel conflitto Cecenia-Russia, molto probabilmente le donne cecene vogliono “pace, più indipendenza o autonomia”, e le donne russe vogliono “pace più sicurezza più…Cecenia”; le donne kosovare volevano “pace più autonomia”, mentre le serbe “pace più Kosovo, terra natale della Serbia”, etc…… Nell’Irlanda del Nord per le une significava “pace più cattolicesimo” (Mairead Corrighan), per le altre !pace più protestantesimo” (Betty Williams). Entrambe ottennero il Nobel, appunto per la pace: ma non perché si fossero reciprocamente convinte nel merito, nei contenuti, quanto perché si misero insieme e si trovarono d’accordo sul metodo: e il metodo era la nonviolenza. Insomma dobbiamo partire dal fatto che nel mondo sono esistiti ed esisteranno interessi diversi, in competizione se non contrastanti: tra paesi e governi come anche tra persone e gruppi organizzati; e che anzi - spesso - questa “competizione” è positiva (pensiamo alla conflittualità di interessi tra impresa pubblica e quella privata, o tra “padroni e operai”), a condizione che gli interessi in conflitto vengano sostenuti - anche duramente - con metodi legali. E, noi insistiamo, nonviolenti. Perché, curiosamente, la nonviolenza li rende, insieme, duri e combattivi e - tuttavia - componibili. Di cosa parliamo dunque, quando parliamo di nonviolenza? Per nonviolenza si possono intendere cose abbastanza diverse, anche se storicamente legate. Per esempio, ogni volta viene chiesto se la nonviolenza sia una semplice “tecnica”, oppure se sia una concezione della vita, una “filosofia”, o magari una religione. in Gandhi vi sono elementi di una vera e propria visione filosofica unitaria, se non di una religione: la nonviolenza qui appare legata con note concezioni hindu, o buddiste, quali il non esercitare violenza sui viventi compresi gli animali, ecc. Potrebbe, in questa accezione, non interessarci. Ma Gandhi fu anche un politico, e se guardiamo bene le sue iniziative nonviolente ci accorgiamo che esse erano fortemente politiche. Noi possiamo benissimo separare questa parte del suo messaggio dal background hindu, e vedere se esso resta adeguato ed utile alle nostre esigenze. Del resto, alle origini della nonviolenza gandhiana c’è anche l’insegnamento di un’Europa, anzi di un’Inghilterra, laica, impregnata di socialismo umanitario, libertario e non marxista, quello che fioriva tra Londra e Manchester alla fine dell’ottocento, grazie al quale vennero realizzate grandi riforme sociali, politiche ed economiche. Era più o meno anche l’epoca e il clima intellettuale di Emmeline Pankhurst, cioè del primo movimento di emancipazione delle donne. Quella era l’atmosfera che il giovane Gandhi, arrivato in Inghilterra per liberarsi dei “pregiudizi” religiosi, hindu, orientali, e diventare un moderno avvocato impregnato della civiltà britannica, incontrò a Londra, tra un brulicare di giovani intellettuali e politici che dibattevano e lottavano per realizzare le innovazioni sociali e culturali. Tra questi era diffusa l’attenzione per la civiltà indiana, e proprio loro cominciarono a rivalutare la nonviolenza, leggendola con occhi europei, e magari anche con gli occhi di quel loro creativo socialismo. Insomma, la nonviolenza gandhiana risente assai di una sollecitazione politica, di stampo umanitario, attivistico, non religioso e piuttosto pragmatico che era nella cultura della migliore Europa democratica. Questa è la nonviolenza che ha svolto una funzione eminente nelle lotte dei movimenti per i diritti civili che, durante gli anni ’60, quelli della guerra del Vietnam per capirci, hanno profondamente inciso nel volto della stessa America. Martin Luther King o i “figli dei fiori”, cui si deve la promozione di grandi battaglie per i diritti civili, dei neri, delle donne, dei gay, dei diversi, dei disadattati, ecc., rispolverarono la nonviolenza gandhiana riprendendola anche attraverso il percorso londinese, e ne fecero uno strumento di lotta essenziale. Strumento di lotta, e di iniziativa che non sostituisce gli altri piu comunemente praticati, quando possibile: conferenze, riunioni, discussioni, meeting etc.....anzi. spesso l’iniziativa nonviolenta implica anche molte di queste attivita . Dunque, in primo luogo, la nonviolenza non è passiva attesa, non è rassegnazione. Questo aspetto, di carattere religioso, è stato sostituito dalla consapevolezza che l’esercizio della nonviolenza - cioè, stiamo attente al termine, della disobbedienza civile, dove civile non significa bene educata, ma civica, cioè alle leggi, che è ben altro - richiede coraggio a volte anche fisico, ma anche intelligenza politica, una profonda conoscenza di diritto e di leggi, e perfino un pizzico di astuzia, di flessibile astuzia: perché il nonviolento deve essere così abile da trarre in inganno sulle sue mosse gli avversari, coloro che cercheranno di impedirgli di agire (e questo è un aspetto essenziale, come cercherò di chiarire). Non è, insomma, un esercizio facile, da “anime belle” come diciamo in Italia, e come si dice ovunque si vuole irridere alla nonviolenza.. Io non amo certi argomenti un po’ “discriminatori”, ma c’è chi sostiene che la nonviolenza può essere vista come fondata sul concetto di “endurance”, che sembra ci appartenga particolarmente, a noi donne. Un altro punto da chiarire è che la nonviolenza è una forma di attività nettamente caratterizzata. Molte sono le armi, gli strumenti di lotta e di intervento a disposizione del nonviolento. Ci sono anche dei manuali, che elencano le varie forme di lotta, quelle si definiscono come “resistenza passiva” (che a me non piace troppo) o “disobbedienza civile”: dal digiuno al sit-in all’obiezione di coscienza. Ma io credo che la lotta nonviolenta deve trovarsi da sé, di volta in volta, i propri strumenti, adattando i vecchi e noti alla realtà politico-sociale in cui ci si muove, o magari inventandone altri, più adeguati. Già la ricerca dello strumento, dell’iniziativa giusta è un fondamentale esercizio di crescita della coscienza nonviolenta, senza la quale l’iniziativa non è nemmeno concepibile. Per esempio: un certo numero di persone che manifestino per le strade con cartelli e scandendo slogan, anche se si muovono in modo assolutamente pacifico, vale a dire - per capirci - senza gettare sassi, ecc., non mette in atto una iniziativa, una manifestazione precisamente “nonviolenta”. La manifestazione nonviolenta può essere fatta da molte persone, ma non necessariamente. Una manifestazione di piazza tradizionale tanto vale quante più persone coinvolge. Le manifestazioni dei partiti che conosciamo vengono valutate e “pesate” proprio sul numero delle persone, dei manifestanti coinvolti. Una iniziativa nonviolenta può essere fatta anche da un piccolo numero di persone: a volte è preferibile addirittura una sola persona. L’essenziale, ciò che la differenzia da una normale manifestazione politica è che essa realizzi, seppure in forme minime, una “violazione” di legge, una “infrazione” di norme e regolamenti di polizia, ecc., anche banali di per sé. E’ questa la “disobbedienza civile”, o anche la “resistenza passiva”. Un gruppo, anche minimo, di persone, che per esempio si siedono o si stendono per terra con l’intenzione precisa, manifestata, di ostruire il traffico, danno vita ad una iniziativa dai caratteri nonviolenti : quelle persone si attendono (provocano) che la polizia venga a sollevarli e a trascinarli via così da ripristinare il traffico, appunto. Esse si aspettano anche di essere trasportate fino al posto di polizia, per essere identificate, regolamenti di polizia alla mano, e magari trattenute qualche ora se non qualche giorno. Alcune manifestazioni possono portare anche ad arresti e processi. Noi, in Italia, ne abbiamo affrontati a decine. Un altro dato preliminare va subito messo in chiaro. L’infrazione della legge o del regolamento è un rischio che sollecita la responsabilità del singolo manifestante. Per questo non molti sono disponibili per questa forma di lotta, che comporta più che una semplice seccatura, o anche, come nelle manifestazioni tradizionali, una carica della polizia. L’infrazione del regolamento o della legge vuole dire che chi la compie mette in gioco realmente se stesso dinanzi alla legge, e dichiara apertamente di essere pronto a pagare un certo “conto” per questo. La nonviolenza parte da questo rischio, spesso assai costoso, e dunque richiede un minimo di forza interiore. Da queste considerazioni, si capisce bene come l’iniziativa nonviolenta sia una cosa molto politica, molto calata nella realtà dei nostri giorni, proiettata sullo sfondo delle nostre società e del loro rapporto con le libertà civili, con le libertà della persona. Con la sua iniziativa, il nonviolento cerca di richiamare su di sé l’attenzione dell’opinione pubblica. Questa deve essere non solo incuriosita, ma sollecitata a chiedersi perché gente con tutta evidenza pacifica, persino “disciplinata”, non facinorosa, magari donne nemmeno troppo giovani, si mette così a rischio. La curiosità, l’interesse devono suscitare simpatia. Il non violento ha bisogno della simpatia, della solidarietà della gente, dell’opinione pubblica. La gente deve capire, senza ombra di dubbio, che il nonviolento sta compiendo una azione “positiva”, e positiva anche per colui che vi assiste o ne viene informato dai mezzi di comunicazione. Il nonviolento ha bisogno, deve sollecitare la “complicità”, della gente comune. Il manifestante di una normale manifestazione politica può anche scagliare sassi e bastoni, facendo fuggire qua e là i passanti. Il nonviolento deve assolutamente evitare questo, deve attirare innanzitutto la simpatia del passante. Di qui, dunque, la necessità di sapere individuare iniziative che “parlino” in maniera positiva nel linguaggio di tutti. La nonviolenza deve essere “efficace” anche come linguaggio simbolico, altrimenti è inutile, e perfino controproducente. Vedete dunque, come è difficile, complesso e politicamente serio prepararsi alla nonviolenza? Diciamola, anzi, fino in fondo. Vedete come sia necessaria una grande leadership, per organizzare queste iniziative, e come sia necessario un intenso rapporto del nonviolento con la società civile? L’azione nonviolenta deve poter contare sulla conoscenza della gente: dunque, sulla informazione. Questo è difficilissimo ad ottenere, perché le autorità investite dalla iniziativa cercheranno di impedire che la notizia trapeli. Occorre quindi, prima di avviare una iniziativa nonviolenta, capire per quali vie la notizia possa/debba essere diffusa. In anni in cui l’informazione italiana era caratterizzata da pochi giornali, del resto non molto letti, e da una Radio e TV di Stato strettamente controllate dal governo, quando le nostre iniziative potevano apparire stravaganze importate dall’estero, dall’America (perché anche noi abbiamo avuto queste difficoltà), noi cercavamo di avvertire in anticipo qualche giornalista, qualche fotografo (molto importanti, i fotografi) qualche TV stranieri. La notizia che dieci italiani erano stati trascinati via dalla polizia (e magari anche un po’ malmenati ) perché dimostravano per il divorzio faceva il giro del mondo. Rimbalzava in Italia dall’estero, e aumentava a dismisura la forza della nostra iniziativa, almeno tra le classi dirigenti e politiche, che cominciarono a temerci. La volta successiva, cominciavano a far capolino anche giornalisti italiani. Magari per fare su di noi trafiletti ironici, per prenderci in giro, per dire che eravamo degli stravaganti “americani”. Quando cominciammo la battaglia per il divorzio, in Italia le manifestazioni le facevano solo i partiti di massa, le sinistre marxiste. Fu un evento, anche “mediaticamente” sconvolgente vedere i “fuorilegge del matrimonio” che cominciavano scendere per le strade indossando cartelli, disegnati a mano (cioè per nulla costosi, che potevano essere fatti in casa con una spesa praticamente inesistente) con slogan assai inventivi, solo perché non confezionati dalle burocrazie di partito. Queste sono cose apparentemente piccole, e invece le ritengo essenziali per capire le logiche nonviolente. Le persone che scendevano allora in piazza non erano iscritte a nessun partito, erano brava piccola gente che non si era mai occupata di politica e non voleva proprio occuparsene. Molto spesso era gente che si vergognava, davanti al vicino di casa, a dire che loro non erano regolarmente sposati ma illegalmente conviventi (a quei tempi, la denuncia dell’altro coniuge poteva portare ad un processo e ad una condanna). A un tratto, questa gente prende coraggio e scende in piazza, esibendo in pubblico quella che fino al giorno prima era stata una loro “vergogna”. Fu davvero un evento memorabile, dal punto di vista dell’informazione. Ma fu evento sconvolgente anche, e soprattutto, perché avviava una grande crescita di civiltà e responsabilità democratica presso la gente comune. I partiti “democratici” di massa andarono su tutte le furie, cominciarono a dire che noi volevamo “strumentalizzare” le sofferenze della gente. I dimostranti erano anche presi in giro, li chiamavano “cornuti” (che in Italia è un insulto) e cose del genere. In realtà, costoro acquisivano, per la prima volta forse, coscienza di se stessi e dei propri diritti. Questa era la loro forza, la forza rivoluzionante. E credo che qualsiasi movimento per i diritti civili debba passare per questa esperienza di nonviolenza attiva, se vuole davvero essere vincente, innanzitutto sul piano del diritto. Manifestare, genericamente, per la pace, spesso non costa molto, si potrà anche finire in prigione per qualche ora, ma la cosa non investe un immediato problema di diritto individuale, capace di mettere in gravi difficoltà le strutture e le concezioni del governo, del potere, ecc. Dal diritto individuale, singolare, dell’uomo e della donna qualunque, alla responsabilità individuale, alla messa in discussione della legge, alla creazione di una nuova legge: questo è il percorso della iniziativa nonviolenta. Infrazione della legge, ma anche rispetto della legge. Il nonviolento esige innanzi tutto che il governo, il potere, rispetti le sue proprie leggi. Quindi chiede di essere processato. Sa che il processo è un momento di richiamo, di attenzione per l’opinione pubblica, che investe l’opinione pubblica anche a livelli internazionali, se l’iniziativa è ben misurata e realizzata. A questo punto, sarà il potere a rifuggire dal celebrare i processi. Attualmente, in Italia, abbiamo un bel po’ di nostri militanti, o anche di semplici cittadini simpatizzanti, in attesa di processi per detenzione di minime quantità di hashish o marijuana. Anche da un decennio, se ricordo bene. Ma i processi NON vengono celebrati perché il potere, la polizia, ecc., sanno che sono processi a rischio, per loro. La gente sarebbe con noi. Da questo si comprende quanto sia importante, per l’iniziativa nonviolenta, l’informazione. In Italia, addirittura, specie in questi ultimi anni le iniziative nonviolente si sono concentrate soprattutto su questo tema, che è divenuto prioritario. L’informazione non è solo un “mezzo” da utilizzare, è un “obiettivo”, se non l’”obiettivo” primario dell’iniziativa nonviolenta. Lo sappiamo tutti, nelle società moderne l'informazione è tutto: essa plasma e crea, mobilita ma anche “nasconde”. Mettendo l'informazione in difficoltà, costringendola a dare notizia di qualcosa che si pone come alternativa al potere, si colpisce il potere, e senza che esso possa, abbia la possibilità di reagire. Tutto questo, senza mai fare ricorso alla violenza. Un qualunque governo avrà facile gioco a denunciare il manifestante che abbia compiuto un gesto violento, o opposto resistenza violenta alle ingiunzioni delle forze di pubblica sicurezza. Ma è disarmato, impotente e in difficoltà, quando la manifestazione è compiuta nel rispetto rigoroso della logica nonviolenta. Non sarà facile, ma è essenziale. Ripeto: la nonviolenza è una vera e propria strategia coinvolge il coraggio, ma anche l’intelligenza e l’astuzia, a tutto campo., Ma c’è una “tecnica” nonviolenta che non cessa di sollevare critiche e di incontrare difficoltà, e rischia anzi di essere pesantemente fraintesa, magari strumentalmente, solo per gettare discredito su chi vuole metterla in atto. Si tratta del digiuno o, se volete, lo “sciopero della fame”. L’ obiezione più consistente che viene opposta è che si tratta di una pratica alquanto masochistica, che pone chi la attua a rischio di suicidio, ed anche notevolmente ricattatoria.. L’accusa si rifà all’esempio di quell’irredentista irlandese che, alcuni lustri fa, si lasciò morire in carcere proprio con uno sciopero della fame condotto ad oltranza. Noi non abbiamo mai accettato questa logica suicida. Il digiuno, lo sciopero della fame, non è, e non deve mai essere, un processo autodistruttivo, tendenzialmente suicida. Il nonviolento che fa lo sciopero non vuole affatto morire. Vuole piuttosto vivere, avendo strappato un millimetro in più di diritto e di giustizia, per la società prima che per sé. Ovviamente, c’è rischio, ci sono mille difficoltà. Per questo, le tecniche di sciopero della fame cercano di sostenere il nonviolento, così che egli possa essere il meno debilitato possibile durante l’iniziativa. Noi consigliamo, ad esempio (e lo annunciamo pubblicamente) l’assunzione di due-tre caffè e latte al giorno: l’equivalente occidentale della ciotola di latte di Gandhi. E’ sufficiente per ritardare, sia pure con difficoltà, la perdita di peso, ecc., e consente di andare avanti anche per parecchi giorni. Ma il problema non è questo, quanto nel fatto che lo sciopero della fame nonviolento deve essere accompagnato costantemente da una fortissima carica di iniziative, sue e dei suoi compagni ed amici - anche di altre città - cosicché il digiuno non resti un fatto “privato”, ignorato o nascosto all’opinione pubblica. Noi abbiamo fatto i nostri digiuni in piazza, magari accanto ad una roulotte piazzata in una zona di intenso traffico cittadino, cosicché i passanti potessero seguire la vicenda di ora in ora. Insomma, lo sciopero della fame nonviolento è una tecnica militante con una forte carica di tensione, di lavoro collegiale, di coinvolgimento, ecc. Vanno diffusi comunicati in continuazione, con le notizie sullo stato di salute del digiunatore ( redatti da un medico), ma soprattutto va data notizia dell’obiettivo che si vuole raggiungere, che deve essere concreto, certo, chiaramente comprensibile da tutti: l’approvazione di una legge, un intervento del governo, o dell’autorità pubblica competente, ecc. La nonviolenza, come vediamo, cammina con il corpo, del singolo o del piccolo gruppo attivo. Essa chiama il singolo ad assumere responsabilità individuali, sue e non di altri. Per questo molti accusano la nonviolenza di “disgregare” la società in nome di un esasperato individualismo. E’ falso. Noi, in Italia, lo abbiamo sperimentato e ne siamo convinti. L’assunzione di responsabilità da parte del singolo, dell’individuo, rafforza anzi la coesione sociale e comunitaria. Se per società intendiamo la amorfa compattezza che soffoca le opinioni e la creatività individuale, certo questo timore è vero: ma se noi intendiamo la società come un complesso armonico, creativo, di soggetti che nel dialogo comune realizzano anche la propria personalità -e viceversa - allora l’accento sulla responsabilità individuale che la nonviolenza richiede diventa uno strumento di crescita anche per la società, la comunità. L’accentuazione della responsabilità individuale fa crescere il senso di responsabilità di tutti. Il cittadino che affronta da nonviolento il confronto diretto, nel corso delle manifestazioni, con la polizia, o anche accetta il processo, sollecita il ragionamento, la riflessione, di coloro che sono spettatori, e li rende più consapevoli di se stessi, delle loro stesse possibilità e diritti. Nelle vecchie guerre guerreggiate, i soldati si muovevano serrati in ranghi strettissimi, gomito a gomito, per sostenersi reciprocamente, perché si trattava di soldati non dotati di spirito individuale di resistenza: oggi ad ogni singolo soldato è richiesto di muoversi autonomamente nello scontro, ed è responsabile di quello che lui stesso fa, dei propri compiti. Il paragone non sembri strano, anche il nonviolento è chiamato ad una sorta di battaglia, condotta con armi diverse ma non meno efficaci, se utilizzate bene. Le nostre società (parlo anche della mia, quella italiana) sono ancora poco capaci di responsabilizzare l’individuo Occorre risvegliarle, dare loro una nuova coscienza, plasmarle secondo le necessità del mondo contemporaneo, se non vogliamo che esse ne restino sopraffatte. Non si tratta di trasformarsi e quindi perdere la propria identità, ma di arricchire la propria identità con linguaggi adeguati al tempo, al confronto globale che a tutti si impone. La società non può non trarre beneficio dall’iniziativa nonviolenta. La responsabilità individuale sollecita una maggior consapevolezza dei doveri e dei diritti di ciascuno dei cittadini… La nonviolenza è storicamente nata come un concetto negativo, privativo: quel “non” significa assenza: assenza di violenza. Ma nel positivo, cioè nel “reale” della storia, ciò che si deve affermare come la forza che si oppone alla violenza è il diritto. Non basta “astenersi” dalla violenza, per mettere in campo una iniziativa nonviolenta: occorre sempre richiamare in primo piano il diritto, la legge. Il nonviolento stimola la legge, la legge della società in cui vive ed opera, a rivendicare il proprio primato. E’ infatti il diritto che cementa la società, appropriandosi della violenza e trasformandola in “forza” comune, per il bene di tutti. Dunque, l’iniziativa nonviolenta, nell’opporsi alla violenza, cerca di restaurare il diritto, ogniqualvolta esso venga negato o violato. Quale diritto? Credo che tutte dobbiamo convenire che la sfera dei diritti della persona è enormemente mutata, ampliandosi in misura fino a ieri inconcepibile. Basti pensare ai diritti delle donne, la cui conquista sta diventando centrale in ogni società, sia pure con forme e formule diverse, a seconda delle diverse esigenze. Ma è certo che oggi molto accomuna la donna di un paese come l’Egitto alla donna di un paese occidentale, o hindu, o africano, eccetera. Le donne di questi diversi paesi, con esigenze, problemi, contesti assai diversi, in realtà sono accomunate dalla ricerca, dall’affermazione di diritti che sono simili o identici in queste diverse realtà. Sono quelli che noi conosciamo come diritti umani e diritti civili. Le loro forme sono assai simili anche attraverso le frontiere. E non si tratta, come spesso si ripete, di diritti reclamati in nome di valori “occidentali”, lontani da quelli che sono percepiti dome diritti in un paese, poniamo, islamico. Anche l’occidente ha opposto resistenze all’affermazione dei diritti femminili. In Italia, molti diritti delle donne sono stati conquistati negli ultimi decenni, e a prezzo di sforzi e lotte che noi conosciamo bene, per esperienza personale. Dunque, i diritti umani e civili che si affermano oltre le diverse frontiere possono essere definiti come diritti naturali, quale che sia il nome che alla fine vogliamo dare loro. Ecco perché lo strumento della nonviolenza è così attuale, ed ha un linguaggio potenzialmente universale. Perché esso non appartiene, non è di proprietà di nessuno, ma appartiene a tutti e a tutte. Quando si lotta per i diritti civili, si è cittadini e cittadine del mondo, non solo e non tanto del mondo occidentale. La validità dei diritti rivendicati viene percepita in modi non dissimili in tutto il mondo, parla una lingua universale: Sapere comprendere questo, saper modellare l’iniziativa nonviolenta su questo linguaggio universale è dunque essenziale al suo buon successo. Anche qui in Egitto, o magari – perché no? – in Palestina (tra parentesi, e molto seriamente: siamo sicure che l’Intifada sia lo strumento più adeguato alla lotta dei palestinesi e delle palestinesi?). Come è essenziale comprendere che questa lotta è lotta per la vita, con armi di vita, e non di morte. Perché, e qui posso utilizzare anche parole gandhiane, la nonviolenza è anche “amore dell’altro, amore della vita” Nel mondo in cui viviamo, che è un mondo di transizione, può essere anche la strada per aprire nuovi rapporti democratici, interstatuali, transnazionale e internazionali. Noi, almeno, così l’abbiamo intesa e praticata.




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