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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI BRUNO ZEVI, 9 GENNAIO 2001

Anniversario della morte di Bruno Zevi

Roma, 9 gennaio 2001

"Un anno fa è morto Bruno Zevi"


Non sono, per cultura e interessi, la più adatta a parlare sul tema “Architettura come profezia”, in riferimento a Zevi, o a chiunque altro architetto. Credo comunque - diciamo, ho il sospetto - che il tema sia un po’, come dire, d’obbligo e scontato: perché Bruno era architetto, o storico e critico dell’architettura, ed era anche ebreo, orgogliosamente ebreo, e sappiamo quanto l’impulso profetico sia congeniale al mondo e alla cultura ebraica. Mi pare anche di aver colto nell’amico Bruno qualche accento, appunto, profetico, quando sognava – ad occhi aperti - di poter ricostituire il “suo” Partito d’Azione, come strumento di una politica che corrispondesse fino in fondo ai suoi ideali, antichi, profondi, nati e venuti a lui da lontano, da quando, sedicenne, entrò nei gruppi clandestini di “Giustizia e Libertà”: naturalmente, quel “suo” partito d’Azione non poteva essere ricostituito, ricostruito, e questo faceva sì che la sua aspirazione suonasse come qualcosa di non-politico: ma appunto, se vogliamo, di “profetico”. Dunque, al massimo, potrei parlare di Bruno cercando di capire piuttosto cosa possa significare, non “architettura come profezia”, ma ”profezia come architettura”. Parlando in questa chiave, possono venire fuori cose molto interessanti, insospettate perfino a me stessa. L’ho frequentato, assieme ai miei amici e compagni radicali, a lungo, per anni, essendo lui ed io militanti del Partito. Mi sono spesso chiesta perché Bruno avesse scelto questo partito, per esprimersi politicamente. Nell’agosto del 1999 lui stesso ha dato una risposta precisa, al di là della rivendicazione comune - sua e nostra - dell’eredità dei fratelli Rosselli, di Salvemini, oltreché di Ragghianti, di Omodeo, di Baldazzi o Bruno Pierleoni, che appartenevano alla sua particolare vicenda storica, sicuramente ricca e profonda come poche dei suoi contemporanei. Uscivamo da uno di quegli scassi che erano divenuti mitici, tra noi e lui, a proposito di una nostra iniziativa in parlamento Europeo, che lui non solo non condivideva, ma di cui non voleva neppure sentir parlare. Ci aveva accusati di ogni nefandezza, e naturalmente venne subito intervistato per spiegare perché militasse ancora nel nostro partito. “Perché sto con i radicali? – rispose – Perché sono gli unici a pensare e proporre cose nuove; gli unici a parlare di “rivoluzione”, sia pure liberale e liberista e libertaria, e non liberalsocialista come vorrei io; gli unici capaci di buttarsi (o battersi, non ricordo con precisione) a ogni ora del giorno e della notte, anche d’agosto; gli unici a pagare sempre di persona”. E poi: “La nostra classe politica è stupendamente prudente, equilibrata, immobile, sensata. Quella radicale è temeraria, disarmonica, dinamica, insensata. Io invece sto con i radicali…”. Qualcuno potrebbe attribuire la risposta al suo carattere, irruento e polemico, irriflessivo anche se - come attestano (credo) le sue ricerche storiografiche – meditativo. Non credo sia così: in fondo, con il suo linguaggio, Zevi diceva - senza probabilmente averci pensato - le stesse cose dette da Pasolini quando, nell’ultimo messaggio inviatoci poche ore prima della sua morte, ci invitò ad essere sempre noi stessi trasformandoci, divenendo sempre altri, senza farci afferrare e stritolare da quello che ormai anche lui, Pasolini, chiamava regime. Tutti e due questi intellettuali avvertivano, forse “impoliticamente” ma con chiarezza, che il vero problema di questo paese è l’assenza di una forza di alternativa, capace di porsi come netta e chiaramente leggibile ALTERNATIVA alle classi dirigenti e ai loro immobili equilibri, alla loro politica di falsa responsabilità che non scioglie mai i nodi di fondo, insomma alla “partitocrazia”, tanto per usare esplicitamente di un nostro termine. Insomma, a rileggerlo bene, quello di Bruno era un giudizio politico. Se si vuole, ancorato alla sua visione profetica della politica. Profezia come architettura: cioè profezia che si arroga il diritto-dovere di costruire opere rigorose, disegnate dalla ragione, obbedienti ad un canone, ad una regola, alle esigenze dell’obiettivo che si ha in mente. Di qui, le nostre frequenti dispute, i nostri scassi. Perché, ahimè, anche noi radicali per quaranta anni abbiamo avuto la nostra visione della politica, delle urgenze, delle necessità del paese. E fin qui, le sue idee e le nostre collimavano: divergevano sui modi per realizzarle. Noi, immersi nel quotidiano farsi dell’azione politica, e dunque attenti alla “effettualità” immanente; lui, in questo, era invece meno realista. Lo voleva subito, quel che desiderava. Era, forse, meravigliosamente ingenuo e fanciullesco. Aveva conservato sempre la freschezza dei desideri della fanciullezza. Ma forse era stato quel dono a farne un cospiratore antifascista già nel 1936, adolescente assieme ad altri adolescenti o poco più, ed un esule nell’America vista da lui, come da pochi altri in quegli, quale paese delle libertà. Lì incontrò, ho letto, Frank Lloyd Wright, l’architetto che riconobbe poi sempre come suo maestro. Per quel che ne so, Wright è l’architetto della Casa nel deserto, della Casa sulla cascata: edifici immersi nella natura, nella libertà sconfinata della natura, come disegnati - per dire - da Thoreau, lo scrittore padre del fondamentalismo libertario americano. Perché, se lui si professava liberalsocialista, sulla scia dei fratelli Rosselli, in verità Bruno era un libertario, un libertario fino in fondo, amante e geloso della sua indipendenza di uomo e di cittadino. Per le stesse ragioni non amava – mi dicono – l’accademia in architettura, l’accademia delle regole rigide e del consenso, dell’ossequio ai potenti. Mi dicono ancora, e non so quale valore dare a questa affermazione – visto che non mi intendo della materia - che Zevi scrisse una pagina bellissima a proposito di certe caverne in Liguria, caverne dove l’uomo preistorico si era rifugiato facendone sua abitazione. Stando a Zevi, quelle caverne non erano solo un rifugio occasionale. Erano la prima manifestazione di quella supremazia che lui amava, in architettura e in urbanistica, dei “vuoti” sui pieni. Mi è stato spiegato, e io riferisco, che per Zevi, in architettura, i “pieni” sono le colonne, gli archi, i muri, ciò che piace ai critici. Lui no, lui amava i vuoti che sono dentro e dietro le colonne, i muri, ecc. Perché ? E' semplice. Perché quei vuoti sono lo spazio dove l'uomo può muoversi nel concreto, per vivere, lavorare, amare, riposare, pensare, esplicare la sua vita. I vuoti sarebbero, insomma, la libertà libertaria dell’architettura. Sicuramente, di questo libertarismo, c’è poco – consentitemi di dirlo senza enfasi e senza patriottismo di partito – nel nostro paese. In queste sale, che sono sale del consiglio comunale di Roma, Zevi è stato solo ospite, non è mai entrato come addetto ai lavori, diciamolo francamente. Ecco, a me – ma forse sbaglio in questo – stupisce il fatto che, in certe sedi istituzionali, figure come Bruno non abbiano trovato posto, non siano mai state “ufficialmente” ricevute. Eppure Bruno era romano, a Roma amava svisceratamente. Ma è ormai mezzo secolo che quanti – maestri, o coetanei, o allievi ideali di Bruno - si sono occupati di Roma, del suo destino, della sua forma, del suo progetto, non vi trovino udienza. Non sono esperta di vicende romane, ma così mi dicono che accade. I motivi sono stati anche esplicitati. [qua, cerca di parlare con tue parole: Diciamo, insomma: per tutti, Zevi era un rompiscatole. Uno che piantava grane, che si gettava in discussioni e in proteste, un bastian contrario. E certo, in politica, in questa politica, i bastian contrari, i rompiscatole, i dissidenti, non sono amati, almeno finché fanno i nonviolenti: bisogna che divengano violenti per essere amati,e magari riveriti….Per me, questo è uno dei motivi dell’inaridimento della politica, e del rifiuto della politica inaridita da parte della gente comune…ecc]. Non sarà che, ancora una volta, si debba constatare che davvero le nostre classi politiche sono – come diceva appunto Bruno – “stupendamente prudenti, equilibrate, immobili, sensate?” Ma ricordo ora un altro episodio della lunga vita del partito radicale, che alla metafora della pazzia, della disarmonia temeraria fa ricorso. E’ un episodio raccontatomi da compagni che conoscono il mondo radicale da prima di me. Agli inizi dell’avventura radicale, appunto, Ferrara – Mario Ferrara - uno dei migliori uomini di quei tempi lontani, di quella stagione politica, ebbe a dire, parlando del partito Liberale di cui lui era attivo militante: “Io non posso che augurare al mio partito di accogliere tra sé un po’ di pazzia, di salvifica pazzia”. Di questa che qui viene chiamata pazzia, e che è invece solo lucida e disincantata, ma seria e profonda, riflessione sulle vicende italiane del secolo, Bruno Zevi fu partecipe. Capiva, col suo peculiare modo, che in Italia, per fare architettura, o politica come architettura - per progettare, costruire, edificare, solidamente – occorre mantenere il distacco profetico, il distacco di chi guarda lontano, di chi sottopone la contingenza al collaudo del tempo lungo. Per alcuni anni - forse pochi, ahimè - Bruno ha cercato di lavorare in questa direzione con noi. In questo camminare assieme non avevamo bisogno di molte parole. In una stagione abbastanza vicina, disse che aveva “firmato” i nostri referendum, “tutti”, perché “smuovono questo paese incancrenito nell’inerzia, nell’anchilosi, nelle pastoie burocratico-sindacali”. “Vogliono realizzare qualcosa che serva al mio paese”, disse, così come “ai miei figli e nipoti”. “Urge una scossa, e solo i radicali la prospettano”. Lui, l’impolitico, diceva parole che molti che sono qua dentro, assai più equilibratamente politici di Bruno, nel loro cuore credo conoscono assai bene. “Conoscono”, non “condividono”. Anzi, forse “temono”, temono da sempre, consapevoli che la realizzazione, l’attuazione di una politica che scuota “l’inerzia, l’anchilosi, le pastoie burocratico-sindacali” li metterebbe sulla difensiva, li sconfiggerebbe definitivamente. Così, noi ce lo siamo tenuti ben stretto, ci siamo tenuti Bruno Zevi il rompiscatole, l’impolitico, il piantagrane. Anche tra noi, molti sbuffavano a qualcuna delle sue uscite. Ma mai nessuno ha pensato che gli dovesse essere impedito di stare, di essere con noi. Lui non si faceva mai pregare, peraltro, nel venire a fare un picchetto dinanzi a qualche ambasciata di paese totalitario, col suo cartello al collo, come l’ultimo dei militanti. Era, insomma, uno di noi, profondamente. Ci portava l’eco profondo, il ricordo necessario delle comuni radici. Ma anche, ci ammoniva che la politica o è, anche sul piano organizzativo, politica delle libertà e delle diversità, o è solo regime, soffocante anche se morbido, regime… Voglio terminare con parole di Bruno che mi hanno commosso profondamente, per quel che conoscevo e conosco di Bruno, della sua profonda fede nella “civiltà”, nell’”essenza” dell’ebraismo. “ Ma una cosa posso dire: amo i radicali, sono felice di stare con loro anche dissentendo; li trovo molto simili agli ebrei, sempre inquieti, intransigenti, nomadi, alla ricerca del meglio, con la volontà di camviare, sconvolgere, rivoluzionare in modo inedito, eretico, trasgressivo. Sono un ebreo fedelissimo, virtualmente ortodosso, che vive nella costante oservanza dei voleri e delle ispirazioni di Hakadosh Baruch. Mi sento uno chassid, e mi trovo benissimo con i radicali, sradicati come me, amanti del rischio, non spaventati dalla idea di commettere errori. Anti-idolatri, anti-dogmatici, disarmonici e dissoanti come il mio popolo ebraico.” Davvero queste parole sono per me fonte di grande emozione. Bruno non poteva farci un dono più grande e generoso. Fosse qui con noi, glie lo direi: e forse sarebbe una ennesima occasione per meravigliosamente discutere, litigare, magari insultarci, arrabbiatissimi e pieni di affetto, di amore reciproco. Una esperienza unica, una esperienza di immensa umanità e libertà, che dobbiamo, come molte altre cose, all’amico carissimo Bruno Zevi, alla sua indefessa ricerca della profezia come architettura, come frutto e risorsa dell’intelligenza, dell’intelligenza laica, creatrice e costruttrice di eventi.





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