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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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COMITATO DI COORDINAMENTO DEI RADICALI - ROMA, 31 MAGGIO - 3 GIUGNO 2001

Comitato di coordinamento dei Radicali

Roma, Hotel Ergife, 31 maggio - 3 giugno 2001

Intervento di Emma Bonino


Più rifletto sulle nostre sconfitte elettorali, più mi lambicco il cervello sul contesto nel quale esse sono avvenute e più fortemente mi convinco che tutto possiamo mettere in discussione – a tutto possiamo rinunciare – salvo che alla nostra vocazione originaria: fare scoccare in Italia la scintilla di una rivoluzione liberale, fare attecchire anche nel nostro paese una cultura liberale in grado di improntare di sé le nostre istituzioni, il nostro sistema politico e quello giudiziario, il nostro modello di società. “Ma nella sostanza”, ci sentiamo chiedere, “non avete già ottenuto molto di quello che volevate? Nella sostanza, mattarellum o non mattarellum, non avete convertito l’elettorato italiano al bipolarismo? Non potreste dichiararvi per una volta soddisfatti, nella sostanza, e schierarvi da una parte o dall’altra?” No che non possiamo. Perché noi diffidiamo del sostanzialismo – che è mutevole, volatile, labile – e siamo invece dei cultori della forma, al punto da ritenere che debba essere la forma (cioè le regole, fissate dopo libera discussione) a plasmare la sostanza e non viceversa. Perché, dal ’94 a oggi, fatto salvo il nostro fugace accordo col primo Berlusconi, noi ci rifiutiamo di considerare come vero bipolarismo e ancor meno come vera alternanza quello che ci offrono centrodestra e centrosinistra? Non per snobismo né per masochismo: semplicemente perché i fenomeni di cui parliamo sono maturati, appunto, nella sostanza. Sono prodotti dall’improvvisazione e dal trasformismo, non già indotti e garantiti da un insieme di regole codificate che consenta finalmente agli italiani – come a tanti altri cittadini europei – di compiere scelte veramente alternative, di affidare la guida del proprio paese, stabilmente e inequivocabilmente, a un gruppo dirigente laico e liberale piuttosto che clericale e statalista. L’assenza in Italia di un modello politico-istituzionale moderno (a noi piace il presidenzialismo all’americana e il maggioritario secco, ma siamo gli unici ad esprimere un’opinione chiara in materia) è il male oscuro che genera la totale incertezza del diritto, l’illegalità sistematica su cui ormai si fonda la politica italiana. L’assenza di una forma che determini la sostanza ha consentito a Silvio Berlusconi di avviare la sua carriera politica da vero liberale e di continuarla oggi da vero doroteo; l’assenza di regole ha consentito in passato e consentirà ancora a Bossi e ad altri opportunisti e/o avventurieri della politica di cambiare squadra e casacca nel corso della partita. L’assenza di regole certe fa sì che noi siamo ormai l’unico partito in Italia a credere nelle regole che di volta in volta ci vengono annunciate e a rispettarle. Perché continuiamo a pensare che un partito elabora le sue scelte e le sue strategie elettorali anche in base alle regole imposte alla competizione elettorale. Ebbene, in vista del 13 maggio noi abbiamo compiuto la scelta – rischiosa ma teoricamente percorribile – di porci come alternativa a questo sistema fondato sull’illegalità (abbiamo sfidato l’illegalità) in base a considerazioni di carattere politico e di carattere pratico. Più volte nella nostra storia politica ci siamo rifiutati di schierarci: negli anni Sessanta, contrapponendo la battaglia per i diritti civili (divorzio e aborto) all’apparente scontro ideologico fra Dc e Pci, conclusosi puntualmente con il compromesso storico; negli anni Settanta, quando siamo riusciti a far naufragare il disegno dell’unità nazionale, su cui avevano scommesso i principali potentati economici; abbiamo sentito la stessa esigenza di fronte a Berlusconi e Rutelli, separati da fumose schermaglie ideologiche ma uniti da due culture politiche e programmatiche gemelle, da una comune vocazione al consociativismo che escludeva a priori che il vincitore minacciasse seriamente di intaccare gli interessi e gli assetti di potere dello schieramento rivale. Sul terreno pratico ci ha spinto a sfidare il finto bipolarismo – a cercare di spezzare l’assedio dell’illegalità - anche l’illusione di conoscere le regole del gioco, ancorché inique, ai nostri occhi. Le regole, per intenderci, della par condicio, così come erano state laboriosamente architettate in occasione delle regionali del 2000. Avevamo sottovalutato, purtroppo, il potenziale creativo dell’anomalia italiana e dell’illegalità che essa produce. Perché a noi è successo quel che accadrebbe a una squadra che si iscrive a un torneo mettiamo di pallacanestro – con difficoltà, perché la pallacanestro non è il nostro sport preferito – e che al momento di scendere in campo viene informata di dovere giocare non più a pallacanestro ma a pallanuoto. Il che ci ha ulteriormente allontanato da una meta, lo sbarramento del 4%, che era già di per sé lontana. Perché non siamo riusciti a impedire che la campagna elettorale fosse quel che doveva essere: un “derby ideologico” fra Berlusconi e Rutelli, una sfida fra due tifoserie vocianti. Non siamo riusciti – come avremmo voluto - a mettere gli italiani nelle condizioni di scegliere una o l’altra politica delle pensioni, sul mercato del lavoro, sulla libertà di ricerca, sul potere dei sindacati, sulle privatizzazioni, sul proibizionismo, sull’aborto, sull’eutanasia, sulla nuova dimensione della famiglia. Non siamo riusciti – come avremmo voluto – a mettere gli elettori italiani di fronte ai temi sui quali si confrontano gli elettori e i partiti di tutte le maggiori democrazie del mondo. Dobbiamo capire il nostro paese Abbiamo certamente bisogno di capire, di spiegarci e riflettere. Quello che è accaduto non deve essere archiviato. Senza inutili masochismi, senza istruire “processi” inquisitori; senza abbandonarci a sterili autocritiche. Non è di questo che abbiamo bisogno, non è questo che ci aiuta e ci serve per crescere come corpo politico, rafforzarci per poter meglio e di più far fronte a nuovi e vecchi impegni, di cui ancora una volta o ci faremo carico noi, oppure non lo farà nessuno. Capire, riflettere. La natura di questo Paese, per esempio. Prima con le elezioni amministrative, poi con i referendum; infine con le elezioni politiche. Certo: ci sentiamo traditi da questo paese, che mostra di non voler capire. Marco spesso ci ricorda quel che diceva Benedetto Croce: che uno dei guai dell’Italia è di aver avuto una Controriforma, senza che prima ci fosse stata una Riforma. Ecco: forse si può partire da qui, per cercare di capire come mai la nostra proposta di Rivoluzione Liberale finora è stata respinta; perché il paese invece di aderire al nostro progetto, preferisce cedere alle lusinghe di chi promette tutto e il suo contrario. Decidi Tu o il Vaticano? È stato uno dei nostri slogan. Certo, per quel che riguarda i vecchi e i nuovi diritti civili, contro i quali il Vaticano e le gerarchie ecclesiali costantemente si scagliano e combattono, si tratti di divorzio e aborto come ieri, di cellule staminali e libertà di ricerca scientifica, oggi. Ma – chissà quanto consapevoli – quel chiedere e chiederci se volevamo decidere noi e la nostra coscienza, oppure se la vogliamo appaltare al Vaticano con tutto quello che ne consegue, significa anche, a ben vedere, ricordare a noi e a tutti che la storia italiana ha sofferto di un difetto fondamentale: appunto non c’è stata una riforma religiosa, e questo ha comportato quella che per Piero Gobetti era l’immaturità morale, ideale e politica degli italiani. Gli anglosassoni o i popoli germanici hanno avuto Lutero e Calvino; nei suoi Scritti Politici Gobetti ci spiega che Lutero e Calvino sono stati gli antisegnani della morale del lavoro postulata dalle nascenti democrazie produttive. Essi avevano bandito la religione dell’autonomia e del sacrificio, dell’iniziativa e del risparmio. Il capitalismo è nato da questa rivoluzione individualistica delle coscienze: educate alla responsabilità personale, al gusto per la proprietà, al calore della dignità. E infatti se guardiamo le democrazie protestanti, vediamo che il loro spirito si identifica con la morale liberistica del capitalismo e con la passione libertaria di quei popoli. E’ nella Riforma che secondo Gobetti si ha “l’ultima grande rivoluzione avvenuta dopo il cristianesimo”. Con la Riforma ha origine la maturità dei popoli più evoluti, la loro ferma volontà di praticare dignitosamente la lotta politica. In Italia niente di tutto ciò. L’orgoglio radicale Detto tutto questo, proprio nel momento in cui riflettiamo sui limiti della nostra azione politica, sulla distanza che alle volte sentiamo fra noi e il cosiddetto “paese reale”, ebbene proprio ora – più che mai - dobbiamo recuperare la memoria di noi stessi, la fierezza di quello che siamo e siamo stati con i tanti amici e compagni che non sono più al nostro fianco: da Loris Fortuna, che fu sempre oltre che socialista, radicale; e fu firmatario di quella legge sul divorzio per la quale lui si batteva dentro il Parlamento, mentre fuori si battevano contro l’ostruzionismo clerical-fascista Marco Pannella, Mauro Mellini, Roberto Cicciomessere, e i militanti radicali di allora e della Lega per il Divorzio; e poi presentò la legge sul diritto a poter abortire in modo civile, sull’onda della mobilitazione democratica suscitata dagli arresti di Adele Faccio, di Gianfranco Spadaccia, Giorgio Conciani e mio, dopo che i carabinieri e i magistrati di Firenze, su istigazione del settimanale fascista Candido scoprirono – si fa per dire – la clinica del CISA a Firenze; e se non fosse morto prima avrebbe combattuto anche la battaglia per l’eutanasia, stava lavorando con noi su un testo di legge da presentare. E poi Conciani, che ho già ricordato. Ma anche Adelaide Aglietta, la prima donna segretaria di un partito; è a lei che si deve se negli anni bui del terrorismo, si potè tenere a Torino il processo contro i capi storici delle Brigate Rosse. I terroristi quel processo non lo volevano, avevano già ucciso il presidente degli avvocati di Torino; i giurati erano intimiditi, impauriti, presentavano certificati medici e scappavano via. Noi, che siamo stati accusati tante volte di non avere il senso dello Stato e delle istituzioni…Se quel processo si poté svolgere, se le regole dello Stato di diritto vennero rispettate anche in quei giorni tragici e cupi; se venne assicurata giustizia nel rispetto delle leggi, lo si deve ad Adelaide, che estratta come giurata, non si è sottratta al suo dovere non di non avere paura, ma di vincere la paura; e con il suo esempio anche altri giurati vinsero la paura. Giancarlo Arnao e l’antiproibizionismo E Giancarlo Arnao, che i compagni più anziani lo ricordano. Certo: negli ultimi anni si era allontanato da noi. E tuttavia, la battaglia per la legalizzazione delle droghe gli deve tanto, e anche noi: chissà che cosa avrebbe detto Giancarlo se avesse potuto leggere l’intervista che Bill Clinton ha rilasciato alla rivista Rolling Stone, un attimo prima di lasciare la Casa Bianca per la fine del mandato. Clinton, ma in Italia non se n’è accorto quasi nessuno, e tantomeno i clintoniani all’amatriciana di casa nostra, ha ammesso che è sbagliato mettere sullo stesso piano chi consuma qualche spinello da chi spaccia cocaina; e che l’uso di canne non dovrebbe essere punito con il carcere. Chissà cosa avrebbe detto Giancarlo, se avesse sentito il ministro della Sanità Umberto Veronesi, quel suo discorso così lucido e di buon senso, alla conferenza di Genova: dove lo scienziato, intervenendo da scienziato, alla fine è riuscito a essere più “politico” di tutti. Giancarlo è morto prima di assaporare queste due soddisfazioni. E’ grazie agli studi, alle ricerche di Giancarlo se molti di noi cominciarono a conoscere quella parte della luna nascosta che nessuno fino a quel momento aveva raccontato. Per esempio che fin dal 1944 un rapporto americano sulla marijuana, voluto dall’allora sindaco di New York Fiorello La Guardia, stabiliva che non c’era dipendenza fisica e scarsa psichica, e il cui uso non provoca alcun danno fisico e mentale; conclusioni confermate da un successivo rapporto del comitato consultivo britannico, il rapporto Wootton; ad analoghe conclusioni era giunta la commissione nazionale di ricerca del governo canadese, il rapporto Le Dain; e poi via via, le commissioni volute dai governi australiano, olandese, americano, perfino una commissione voluta e nominata dal presidente repubblicano Richard Nixon. Tutte queste informazioni Giancarlo le raccoglieva e con pazienza, tenacia, meticolosità, le offriva alla nostra conoscenza. Erano, le sue, notizie “viete” e vietate in Italia… Quando ci raccontava, di ritorno dall’Olanda, di un convegno di Rotterdam; o quando ci esortava a costituire qualcosa di simile all’International Journal of Drug Policy di Liverpool; o dei Seminari dell’Unesco a Parigi, dei congressi di cui nessuno sapeva a Losanna, Copenaghen, Londra, e a cui partecipavano i migliori esperti e scienziati di mezzo mondo…Assieme a Marcello Baraghini che adesso fa Stampa Alternativa, l’unica casa editrice che io conosca che non lucra una sola lira di contributo dallo Stato, e pubblica testi che nessun altro ha il coraggio di stampare, Giancarlo e noi demmo vita ai primi convegni e congressi sulle droghe, con un taglio che non fosse criminalizzante, ma improntato a quello spirito laico e pragmatico, empirico, che veniva contemporaneamente praticato in Olanda e in Svizzera, e poi in Spagna e altrove… E poi Andrea Tamburi, ammazzato a Mosca, mentre seminava quella semente sovversiva che sono i diritti civili; ed Antonio Russo, su cui non mi soffermo, perché dovrei ripetere quello che tante volte ha detto Marco…non dobbiamo dimenticarli e dimenticarlo. Questo Paese dimentica troppo velocemente, non è giusto, dobbiamo trovare il modo di impedire che se ne smarrisca il ricordo…Le loro storie sono parte integrante della nostra storia. Sciascia, Vittorini e Silone Una grande storia, la nostra: cui appartiene Romolo Murri, il sacerdote che, ci ricorda Marco, tante ne ha viste e tante ne ha anche fatte, anche contraddittorie e qualcuna discutibile; e Leonardo Sciascia, che condivideva con noi l’ossessione per la giustizia, per il rispetto della legge e della norma; ed Elio Vittorini, il fondatore del Politecnico, che rompe con Togliatti e diventa poi presidente dei radicali; e Ignazio Silone, i cui libri bisogna andare a cercare con il lanternino. Quell’Ignazio Silone cui ancora oggi non si riesce a perdonare di essere stato insieme antifascista e insieme anticomunista; un difetto che avevano anche Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini. Ebbene, Silone, mentre nazismo, e fascismo da una parte e comunismo dall’altra stanno dividendosi l’Europa, pubblica i suoi primi scritti sull’unità europea, sostenendo che più stretti rapporti fra gli stati europei sono l’unica garanzia di progresso e di libertà. E nel 1941 Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, confinati a Ventotene, mentre intorno a loro infuria la guerra, concepiscono e scrivono quello che appunto e’ diventato Il Manifesto di Ventotene, e il cui titolo completo – le parole hanno una loro incidenza – è: “Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto”. E si tratta, come sappiamo, del più importante testo europeistico della Resistenza. Per tornare a Silone, un pò come Ernesto Rossi: se c’erano il pugno di radicali di allora, Marco, Angiolo, Gianfranco Spadaccia, a vegliarne la salma, a Pescina, a rendere a Silone l’ultimo saluto e omaggio c’era una pattuglia di radicali, e solo un comunista: Antonello Trombadori. E anche Silone si era “sporcato” tante volte le mani, con noi: nella presidenza della LID, tra i promotori della LIAC, la Lega per l’abolizione del Concordato; e la LOC, la Lega degli Obiettori di Coscienza, cui aveva regalato parte del mobilio; l’ultima sua adesione fu per un manifesto-appello radicale in favore di due dissidenti perseguitati dal regime sovietico: uno dei due perseguitati era Anatoli Sharansky, che ora è in Israele, e mi pare in qualche occasione abbia preso la tessera radicale... Modugno, Villa, Tortora, Marchei E poi quanti compagni e quante battaglie, potrei ricordare: tutte bandiere che sono nostre e di tutto il Paese: da Domenico Modugno e prima di lui Claudio Villa; Enzo Tortora, ma anche Argentina Marchei, la "romanaccia" di Trastevere, comunista da sempre, e militante convinta della LID, che dopo anni ebbe la gioia e la possibilità di ricostituirsi una famiglia, uscire dallo stato di concubinaggio cui la volevano condannare solo perché amava il suo uomo e gli aveva dato dei figli...Pensate che bello, se in questa Roma ancora così clericale e vaticanesca ci fosse una strada, una piazza, intitolata ad Argentina Marchei… Io credo che non sia né arrogante né presuntuoso se siamo orgogliosi e fieri di essere radicali. Mentre altri occupavano posti di potere e poltrone, consigli di amministrazione e ogni luogo di comando, noi abbiamo cercato di dare a questo paese qualche legge più civile, che rendesse tutti piu’ liberi e consapevoli. Non siamo solo aborto e divorzio Insomma, la nostra non è soltanto la storia del divorzio e dell’aborto, che peraltro scopro, leggendo “Sette” della settimana scorsa, essere una legge e una battaglia che secondo Enzo Biagi “è un fatto molto grave che non condivide per nulla”. Era Ennio Flaiano, (per inciso, un radicale anche lui) a dire che in questo Paese si corre sempre in soccorso del vincitore. E infatti Biagi che, bontà sua, si premura di farci sapere di aver condiviso la battaglia per il divorzio perché non si può costringere due persone a stare insieme se non si sopportano più, dice che non abbiamo ragione di lamentarci, che non esiste alcuna campagna di oscurantismo nei nostri confronti, e che insomma, la violenza dei nonviolenti gli appare terribile. Che gli vogliamo dire a Biagi? Che va bene tornare ad abortire in clandestinità, massacrate da mammane sui tavoli da cucina, mentre le signore bene, che se lo possono permettere, vanno all’estero o in clinica privata da compiacenti cucchiai d’oro? Non se lo ricorda più nessuno, è un fatto scontato, “naturale”: ma è grazie ai radicali se i ragazzi di diciotto anni votano; è grazie ai radicali se c’è un’alternativa al servizio militare che si chiama servizio civile e non si finisce più in carcere per obiezione di coscienza; è grazie ai radicali se c’è stato un nuovo diritto di famiglia, le prime timide riforme carcerarie, per migliori condizioni di vita di detenuti e agenti di custodia; le lotte per il sindacato di polizia, prima anche quello diventasse terreno di conquista e potere per piccoli burocrati, l'abolizione dei tribunali e dei codici militari in tempo di pace... sapete che c’è? Quasi non me lo ricordo neppure io le tante cose che abbiamo fatto lungo tutti questi anni. Le manifestazioni di disobbedienza civile sulla droga, ve le ricordate? Mi pare che su questo tasto Pannella ci batta da almeno il 1974. E si è fatto arrestare per aver fumato e ceduto uno spinello; e si e’ fatto arrestare Angiolo Bandinelli; e si sono fatti fermare e sono sotto processo decine e decine di radicali. E ora che accade? Cito testualmente: “I radicali hanno ragione: l’antiproibizionismo non porta ad alcun risultato. E’ un sistema farisaico, serve solo ad arricchire periti e consulenti. La Corte dei Conti dovrebbe indagare”. Non è un radicale, che parla. E’ Francesco Di Maio, che fino a poco tempo fa era il capo della sezione narcotici della squadra mobile di Roma. Ora se Di Maio racconta che per anni è stato costretto a dare la caccia a ragazzi colpevoli di avere in tasca pochi grammi di hashish e solo perché così si rimpolpavano le statistiche, mentre i grossi spacciatori e trafficanti internazionali la fanno franca e continuano ad arricchirsi grazie ad un antiproibizionismo sciagurato quanto inutile, uno si aspetta che si apra un grande dibattito, una riflessione, un confronto serio, rigoroso tra le varie posizioni, i pro e i contro. Silenzio. Qualcuno è andato a intervistare Di Maio per chiedergli: “Razza di matto, che stai dicendo?”. Silenzio. Signor Biagi, cos’è, questa: la violenza del nonviolento? Non fa parte dell’oscuramento? Non possiamo neppure lamentarcene? La fame nel mondo e i Nobel E lo sterminio per fame nel mondo, ne vogliamo parlare? Ricordo che ci presero tutti per pazzi, inguaribili sognatori utopisti, quando cominciammo a dire che il problema non era tanto di rapporto Est-Ovest, quando di Nord-Sud. Eravamo i soli ad aver letto, ad aver dato la giusta interpretazione politica del rapporto Willy Brandt, e a richiamare l’attenzione sul fatto che c’era metà del mondo preda e vittima di fame, denutrizionen, terribili malattie e carestie. Ricordate? Parlavamo di sterminio, di olocausto; e cominciammo a porre degli obiettivi: il 2 per cento del Prodotto interno lordo da stanziare per le popolazioni falcidiate dalla fame; una quota di persone che andava ad ogni costo salvata...Si compì anche allora una sorta di miracolo laico: le marce fino a piazza San Pietro, con decine di migliaia di persone; l’appello sottoscritto da un centinaio di premi Nobel, che per la prima volta firmavano in così gran numero un documento politico, di impegno politico e di assunzione politica di responsabilità. Non è mai più accaduto, se non qualche mese fa, con le decine di premi Nobel, che hanno sottoscritto una dichiarazione politica di appoggio alla candidatura di Luca Coscioni e per la libertà di ricerca scientifica, contro i dogmatismi e gli oscurantismi di quanti ci vorrebbero far vivere come bruti e senza virtù e conoscenza. Le mutilazioni genitali femminili E oggi la campagna contro le mutilazioni genitali femminili; per l’ingresso ingresso di Israele nell’ Unione Europea e cercare così di vincere la spirale di odio e risentimento, vendetta e morte che squassa quell’infelice parte del mondo. Con i dissidenti cinesi e contro il regime comunista che opprime qualunque manifestazione di libertà; con il popolo tibetano, che da anni conduce una disperata lotta di resistenza; con i ceceni, che la Russia di Putin vuole distruggere e massacra quotidianamente tra l’indifferenza dei più e il sostegno di qualcuno; e contro la folle, delirante politica cosiddetta antidroga di Pino Arlacchi, la cui gestione viene condannata da Stati Uniti e Gran Bretagna, da Olanda e Belgio; e solo in Italia non se ne parla, e intanto quei talebani afgani, che un giorno sottopongono a indicibili violenze le donne di quel povero paese, chiudono ospedali e distruggono i grandi Budda simbolo ed espressione di una grande civiltà, continuano a produrre e smerciare oppio, mai come negli ultimi anni la produzione ha raggiunto livelli record; e nessuno che gli chieda conto degli accordi sottoscritti con i Talebani, miliardi e miliardi se smettevano di coltivare l’oppio e riconvertivano quelle piantagioni in altre colture; appena hanno incassato il denaro i Talebani subito sono andati a piantare dieci volte di più i papaveri da oppio, come documentano le inchieste del New York Times, del Wall Street Journal, di Time o di Newsweek. E la stessa cosa si sta ripetendo in Sud America, in Colombia, Perù, Bolivia... Quest’ultimo decennio Per tutto l’arco dell’ultimo decennio i radicali hanno cercato di porsi come l’alternativa coerente alla dissoluzione della legalità e al disordine, alla confusione e ai pasticci che essa ha partorito. Abbiamo cercato di fare recedere l’Italia da quella condizione che Pannella definisce il regime della partitocrazia e altri, sempre più numerosi, definiscono l’”anomalia italiana”. I radicali hanno cercato di imporre all’agenda politica le soluzioni corrette, che dovevano essere soluzioni istituzionali, in primo luogo: superamento del proporzionale e chiusura degli attuali partiti, presidenzialismo all’americana e uninominale, uscita immediata (fino alla “crisi sociale”) dalla concertazione e dallo Stato assistenziale all’italiana, drastica riforma del CSM e del sistema giudiziario, eccetera. I nostri referendum, insomma, cui si è aggiunta di recente la necessità di riaffermare l’irrinunciabile laicità dello Stato, difendendo i diritti civili acquisiti e proclamandone di nuovi. E’ stata una sola, lunga e memorabile battaglia, aperta in quell’estate del 1992 (se ben ricordiamo) in cui Pannella tentò di ricomporre le membra della classe dirigente moderata per restituirle dignità e obbiettivi. 1992, 1994, 1996, più gli anni referendari (quanti sono stati i referendum? Ne abbiamo perduto il conto). Un unico filo rosso lega queste scadenze, ormai storiche anche se ancora politiche. Che a rileggerle in termini di cronaca appaiono come un susseguirsi di sconfitte: ma qualcuno può dubitare che ognuna di quelle battaglie perdute ha lasciato un’impronta nella storia del paese, che ha posto paletti incancellabili per chiunque tenti una analisi storica corretta, seriamente liberale della vicenda italiana? Alla fine di questa sequenza va messa, certo, anche la sconfitta del 13 maggio. Ma guai a staccarla dalla sequenza nella sua storico-politica. Perché si cadrebbe (e già si cade) nella ricerca inconcludente di una spiegazione ad hoc, che fruga nel particolare, nell’errore estemporaneo, nello sbaglio tattico, nella ricerca del pelo nell’uovo: e di lì, la cascata nelle recriminazioni, nelle accuse, nelle amarezze inconciliabili è facilissima. La stiamo vivendo, e personalmente ne avverto tutta l’insopportabile inutilità. La questione del Terzo Stato Siamo stati sconfitti perché ci siamo posti ancora come l’alternativa, perché vogliamo la rivoluzione liberale, perché abbiamo tentato di spezzare la continuità del regime (ripeto, regime), e realizzare quella soluzione di continuità che il paese attende dalla fine del fascismo e sempre gli è stata negata. Avevamo puntato, correttamente, sulla ipotesi, tutta politica, della rivolta del “terzo Stato”, della nascita del blocco sociale alternativo a quello che ha sostenuto fino ad oggi la partitocrazia. Un carissimo amico, Gianfranco Spadaccia, va su tutte le furie ogni volta che gli si sventola davanti il panno rosso del “terzo Stato”, delle “partite IVA” evocate da Pannella. “Il terzo Stato non esiste”, urla il nostro amico, “le partite IVA del Nordest sono solo un branco di avidi evasori fiscali, senza alcuna dignità politica”. Vorrei farlo ragionare, ricordandogli per esempio, che neanche i mercanti che a Boston buttarono a mare le balle di tè saccheggiate alle navi inglesi, per protesta contro le inique tasse imposte da Re Giorgio alle colonie americane, erano capaci di scrivere, o pensavano a scrivere la Costituzione federalista che scaturì da quel loro gesto, ingiustamente bollato come “incivile” nei libri di testo americani (conformisti anche quelli, ovviamente). Il fatto è che mentre quei mercanti trovarono una classe dirigente e politica che ne incanalò la protesta verso un obiettivo (istituzionale, anche quello) di misura e portata storica, ahimè i nostri industrialotti del Nordest si sono imbattuti in Berlusconi, dopo essersi invano ribellati a quell’Agnelli che oggi ammonisce a non buttare a mare, assieme alle balle di tè, anche la “pace sociale”, questa schiavitù del nostro tempo, totem di una classe politica imbelle e imprevidente. Noi radicali ci abbiamo provato, a proporci come classe dirigente e politica alternativa: con uno sforzo grandioso, con una concentrazione di energie, volontà e intelligenze quasi impossibile da valutare, oggi. I radicali e la televisione Tutte queste cose le sappiamo voi, io e pochi altri. Dai grandi circuiti informativi, sono bandite, lo sono sempre state. Non se ne parla, non se ne deve discutere, non ci si deve poter ragionare. Io credo che avesse ragione Francesco Merlo, quando cercava di darsene spiegazione sul Corriere della Sera del 27 aprile scorso. “Il motivo più vero e più profondo per il quale i radicali sono tenuti fuori dall’informazione televisiva”, scriveva Merlo, “è che, ogni volta, la sconquassano, mai ne ossequiano la scaletta, e sempre costringono tutti a diventare radicali. Anche quelli che li accusano di cinismo e di politica-spettacolo finiscono infatti con il far loro, insonsapevolmente, da spalla. I radicali in TV sono pericolosi perché sono radicali. Dentro il circo dei trucchi e degli addomesticati, i radicali non sono domati né incipriati. Persino chi non li ama è costretto ad ammettere la verità di un’esclusione, di un torto documentabile che certamente le televisioni fanno loro, di una lontananza da tutte le trasmissioni nobili”. (fine della citazione) Il nostro amico Iuri Maria Prado, in un articolo pubblicato su Libero nei giorni del mio sciopero della fame e della sete, osservava che il presidente Ciampi augurandosi e auspicando che i cittadini siano adeguatamente informati sui temi importanti della vicenda politica, e dunque anche sui temi “cari ai radicali” di fatto ammettva che questa informazione, era mancata. Il che rappresenta, ne deduceva Prado, una cosa talmente chiara da essere lapalissiana: un gravissimo riconoscimento dello stato non perfettamente funzionante del nostro sistema di formazione del consenso democratico. Ora il punto è che le parole di Ciampi, finora, non hanno avuto seguito. Il presidente viene sempre molto ascoltato, anche quando interviene su cose che non sono di sua stretta pertinenza; e quando interviene riceve sempre il consenso della classe politica e istituzionale. Perché dunque, questa volta, le parole del capo dello Stato non hanno trovato lo stesso riscontro? Le questioni da lui evocate erano e sono tutt’altro che irrilevanti. Il diritto dei cittadini a un’informazione completa è corretta è una questione addirittura capitale. E allora la spiegazione individuata da Prado e che mi pare corretta, è che la società politica e dei mezzi di comunicazione non può permettersi di informare i cittadini nel modo chiesto dai radicali e auspicato dal presidente della Repubblica. E siccome non se lo può permettere conferisce alle parole di Ciampi il valore di una benevola testimonianza privata anziché, come invece accade di solito, la funzione di un impegnativo richiamo di equilibrio istituzionale. Francesco Merlo è stato uno dei pochi a capire quello che volevamo io, voi, tutti noi che abbiamo dato vita all’azione di Satyagraha. E per inciso: dove si sono mai viste mille persone che digiunano, decine di ammalati che rinunciano all’insulina o alla morfina o alle medicine? Forse qualche riflessione questo piccolo movimento di massa lo meritava. Merlo, dicevo, è stato tra i pochi a rendersi conto di quello che noi volevamo e continuiamo a volere. E che certamente la nostra sete e la nostra fame non poteva essere saziata con una puntata di Bruno Vespa o di Michele Santoro. Coscioni, Vesce Ha capito bene Merlo: nelle lunghe ore del digiuno della sete, poche cose mi hanno irritato come il fatto che il presidente della RAI Zaccaria si dichiarasse preoccupato per la mia salute. Per lui, per tanti come lui, era decente, opportuno, necessario, pur di garantirmela questa salute, anche curarmi a forza e contro la mia volontà. Ma allora, se è giusto, morale, opportuno garantire al di là della mia volontà la mia salute, qualcuno mi spieghi perché invece è indecente curare Luca Coscioni; qualcuno mi spieghi perché è eticamente giusta la costrizione terapeutica nei miei confronti e sarebbe invece un insulto ad Ippocrate il protocollo terapeutico che, ricorrendo agli embrioni e alle cellule staminali, potrebbe aiutare tutti i Coscioni d'Italia: che certo, elettoralmente saranno irrilevanti e politicamente marginali, ma sono persone vive, palpitanti, che pensano, respirano, soffrono, ridono, piangono, amano come tutti noi. Ancora più irrilevanti e marginali sono i casi come quello del nostro amico e compagno Emilio Vesce. Ci diceva il figlio Emiliano: "Questo di mio padre è un caso di irresponsabilità istituzionale, di imperdonabile ignoranza, un atto di pavidità, una soffocante riduzione della libertà individuale". Francamente, credo che meglio non si potrebbe dire. Sofri e i “radicali di governo” Adriano Sofri su Repubblica ha osservato che noi radicali siamo condannati al ruolo di “lievito”, al ruolo frustrante di chi non raccoglie i frutti delle sue battaglie nemmeno quando vengono vinte. “Sarà così, se mai sarà”, ha pronosticato, “per la pillola del giorno dopo, per l’aborto farmacologico, per l’antiproibizionismo, per l’eutanasia”. Da questa peculiarità sempre Sofri ne fa derivare un’altra: che noi radicali siamo stati e siamo tuttora una delle migliori scuole di formazione della classe dirigente. “I radicali migliori”, scrive, ”sono bravi commissari ad hoc, ai rifugiati o alla pesca atlantica, al tribunale internazionale o alla moratoria sulla pena di morte. A qualunque cosa, in verità. A Pannella non è mai stato affidato un incarico personale a misura della sua audacia, né mai un’onorificenza. Né l’autorità, né la medaglia. Né plenipotenziario per un anno, né senatore a vita. Penso che sui radicali, specialmente i più antichi e fedeli – persone serie, di una vita intera – pesi più o meno oscuramente il mancato riconoscimento del loro Paese. Da una trentina d’anni almeno, ogni tre o quattro anni si dichiara che i radicali ebbero meriti indubbi , ma sono stati superati”. E’ vero: devo ammettere che comincia a pesare questo mancato riconoscimento dei radicali da parte del Paese. E’ questo che intendevo, quando in una conversazione con un giornalista de La Stampa ho ho detto di sentirmi vomitata. Ed è vero: ciclicamente ci danno per morti, per superati. Salvo, dopo, ammettere che avevamo ragione, e rimpiangere quelli che avevano detto essere morti e superati, perche’ nel frattempo proponiamo nuove iniziative che minacciano di sconvolgere e pregiudicare i loro piani di spartizione, lottizzazione, sistematica occupazione di tutto l’occupabile. Non so neppure io quante volte, ho assistito a questa specie di teatrino: oggi siete degenerati, ieri sì che eravate bravi; ma anche ieri eravamo in realtà degenerati, ed eravamo bravi l’altro ieri. E c’è da giurare che anche domani saremo degenerati, e diranno che i radicali bravi sono quelli di oggi...L’abbiamo visto fare, questo giochino, tante di quelle volte che ci abbiamo quasi fatto il callo. Ma questa volta ho l’impressione che si sia a una sorta di redde rationem. Non so se e quando usciremo dalla situazione in cui siamo. Non sarà impresa facile. Occorrerà tutta la pazienza, la tenacia, la capacità, la determinazione, di cui siamo dotati. Possiamo dire con Eduardo, che “ha da passa’ a nuttata”; ma dobbiamo anche acquistare la consapevolezza che questa é una notte polare. E’ su queste cose che abbiamo bisogno di riflettere, ragionare, discutere, pensare. Faccia dunque, chi ne ha, delle proposte. Le ascolterò molto volentieri e con grande interesse. Grazie.




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