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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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VI CONGRESSO DI RADICALI ITALIANI: INTERVENTO DI EMMA BONINO

Discorso del Ministro Emma Bonino al VI Congresso di Radicali Italiani Padova, 3 novembre 2007 Cara Rita, Cara Elisabetta, Cara Maria Antonietta, Cari compagni, cari amici radicali, eccoci qui di nuovo a Padova – e di questo voglio subito ringraziare personalmente chi ci ha aiutato ad ottenere le migliori condizioni di lavoro e di soggiorno qui, a cominciare da Massimo Carraro con altri amici imprenditori, che ringrazio per la loro presenza e la loro partecipazione al lavoro delle commissioni. Siamo qui al nostro appuntamento annuale e badate - non ci sono molti partiti a seguire questa bella tradizione anglosassone che è uno dei nostri “marchi di fabbrica”, uno dei nostri tratti distintivi; un appuntamento al quale partecipa chi vuole, non solo gli iscritti, ma chi si vuole avvicinare alla politica radicale – e mi verrebbe da dire alla politica in generale. In un momento di forte ventata “antipolitica”, e le ventate antipolitiche anche se giustificate sono sempre pericolose, fa piacere ritrovarsi qui a “fare politica” a confrontarci, da militanti, sui nostri successi, sulle nostre sconfitte, noi che da anni denunciamo il caso Italia pensando sempre però che a liberare, a legalizzare e a moralizzare la politica e l’Italia debbano essere gli strumenti di democrazia dei quali ci siamo dotati e guai a buttar via. Anche perché, credetemi, se si delegittimano in modo demagogico le istituzioni della politica, il Parlamento in primo luogo, non avanza la “democrazia” in astratto, ma si fanno largo gli altri poteri di cui è ricco questo paese. Ed è un cambio che non farei. Oggi viviamo un momento cruciale di politica e lotta radicale. La vicenda della moratoria prova una cosa importante: su molti temi, su molte battaglie, oggi il campo di riferimento non è più l’Italia e nemmeno l’Europa: è sempre di più il mondo, il sistema globale. Non è un caso, ad esempio che si sia deciso che i primi firmatari della risoluzione siano il Brasile e la Nuova Zelanda, a dimostrazione dell’impegno globale, mondiale, per la moratoria. Lasciatemi qui ringraziare pubblicamente il ministro degli esteri , D’Alema la Farnesina tutta, la rappresentanza a New York, il Presidente Prodi e una grandissimo augurio a Stefano Baldini per domani, a lui che porterà domani spero con migliaia di altri questa coccarda, questi nostri colori E il sistema globale è in rapida e continua evoluzione. Gli equilibri economici e politici si stanno modificando; vi è un progressivo spostamento a oriente dell’economia e della politica mondiali. Cina e India, brasile e Sudafrica sono emerse come le potenze che determineranno gli eventi di questo secolo. Con tassi di crescita del PIL tripli o quadrupli non solo di quelli europei ma anche di quello degli Stati Uniti, e con una popolazione complessiva –con tantissimi giovani - che si aggira sui 3 miliardi, questi Paesi sono ormai lanciati alla conquista del mondo. Che è sempre di più multipolare e come tale modifica e ridefinisce le nostre “zone” e capacita di influenza non solo come italiani ma come europei, se solo l’Europa politica esistesse e ne avesse coscienza Il Pacifico è ora il centro del confronto economico e politico. E’ l’Asia il continente che ora deve evolvere verso la democrazia, verso la piena tutela dei diritti civili, sociali, religiosi. Recentemente l’attenzione del mondo si è rivolta alla Birmania, e improvvisamente tutti scoprono l’esistenza di un regime che nega ai monaci buddisti, che abbiamo voluto essere tra i simboli di questo Congresso, ad un premio Nobel qualsiasi possibilità di esprimersi, e che emergano rapporti economici di tante aziende e tanti paesi. Posso dire invece che noi lo sapevamo? posso dire che noi l’abbiamo sempre denunciato? Che l’Asia, per così dire la conosciamo bene, dal Laos al Vietnam dei nostri amici Montagnards, alla Cina dei Falun Gong, della questione tibetana, della questione di Taiwan, dei Laogai, delle esecuzioni capitali. Posso dire anche che noi siamo da sempre attenti al binomio globalizzazione-diritti civili ? E così mentre tutti invocano oggi sanzioni dure –a parole-, per non parlare di sanzioni indirette (alla Cina, boicottiamo le Olimpiadi!!!), noi dobbiamo essere in grado di promuovere una politica estera che si fondi sul rispetto delle regole internazionali e delle sedi multilaterali. Dobbiamo essere tra i primi sostenitori di una politica estera responsabile, innovativa - ed anche, permettetemelo di dire dopo New York, di una divisione di compiti tra partito/movimento politico e governo. Io non sono convinta ad esempio che le sanzioni siano sempre efficaci, che indeboliscano sempre i regimi che intendono colpire. L’isolamento a volte addirittura li rafforza, magari andando ad incidere sul sentimento nazionale, sul sentirsi accerchiati eccetera. Sono convinta che in Cina le Olimpiadi possano essere un momento importante perché l’”invasione” di atleti, di mezzi di informazione e quant’altro contribuirà a mettere in luce le tante contraddizione di una società che sempre di più guarda ad Occidente, e nella quale dobbiamo moltiplicare le occasioni di contatto con chi dall’interno chiede democrazia e riforme. C’è una specie di coazione a ripetere tra interventi militari, sanzioni, dialoghi; è mancata, manca spesso la capacita di “inventare” DI INNOVARE anche gli strumenti e le iniziative in politica internazionale Da qui il valore delle nostre campagne, da Iraq libero a Nessuno Tocchi Saddam, alla promozione della democrazia nel mondo arabo con Non c’è pace senza giustizia, alla battaglia per l’adesione della Turchia e di Israele nell’Unione europea, al grande Satyagraha mondiale al quale pensa Marco e al quale sarà dedicato un seminario del Partito Radicale transnazionale all’inizio di dicembre a Bruxelles. Noi radicali siamo una forza politica così attenta a cosa avviene nel mondo che non possiamo non tenere conto di tutto ciò. E questo perché noi radicali lo abbiamo capito prima degli altri: e la nostra forza ci viene anche da questo. Il primissimo messaggio che voglio quindi condividere oggi qui con voi è questo: manteniamo il nostro grado di apertura sul mondo, la nostra capacità di comprendere, e a volte anche di anticipare, i fenomeni che attraversano la nostra società, la nostra economia, la nostra cultura, non utilizzando i vecchi modelli del passato, ma chiavi di lettura e di iniziative più nuove magari “spiazzanti” . quelle magari derise “finche non si dimostrano vincenti, per poi rapidamente archiviate …. LASCIATEMI DIRE CON NETTEZZA CHE NEL MERITO DEL DECRETO NON HO OBIEZIONI DI FONDO. LE HO GRAVI E PESANTI SUL METODO E MI SPIEGO….. Siamo per la legalità: fa parte del nostro DNA. La decliniamo in tutte le sue forme, a qualsiasi latitudine .Che si tratti del rispetto rigoroso della Costituzione, o dell'affermazione dello stato di diritto; dei diritti violati del popolo birmano,o di quelli delle donne africane tuttora vittime di mutilazioni primitive,la bussola radicale é fissa sulla legge, la legalità, la legalizzazione. Sempre. Non solo nei discorsi della domenica,e non solo se un rumeno commette un reato efferato. Il dibattito dei giorni scorsi sulla sicurezza ci interpella. Come responsabili politici, come cittadini, come uomini e donne di coscienza. Da responsabili politici non possiamo non porci come un problema di grande rilevanza quello dello stato patologico del vivere civile,che purtroppo caratterizza molte aree urbane e sub-urbane del Paese. Molti concittadini vivono con tensione la realtà quotidiana di un tessuto sociale che cambia, che si affolla di presenze inusuali e spesso indesiderate, e che palesa troppo spesso condizioni di degrado personale che sfociano nell'illegalità. Spesso,ma non sempre,queste presenze sono quelle di immigrati. E' una realtà con cui dobbiamo fare i conti,e lo stiamo facendo. Facendo attenzione,tuttavia, a non lasciare che le percezioni diffuse abbiano il sopravvento sulle istituzioni. In questo caso, si dice, é stato commesso un reato di quelli che creano allarme sociale. Ma chi suona l'allarme, e perché suona in certi casi e non in altri? Cosa crea l' allarme: l'omicidio, le modalità dello stesso, o il fatto che il sospettato sia rumeno? C'é o non c'é qualcosa che non va, se il massacro di un'intera famiglia ad Erba crea allarme soprattutto a "Porta a Porta"; e un delitto altrettanto efferato - ma perpetrato da un immigrato rumeno - manda l'intero Paese in tilt ? Guardate in questo caso l’unica grande lezione ci viene proprio dal marito della vittima - al quale desidero esprimere, anche da questo palco, tutta la mia solidarietà e vicinanza umana – e che non ha mancato di sottolineare come ciò che è accaduto “poteva capitare anche con un Italiano”. Ed allora l' unico allarme che vorrei sentir suonare, é quello della legge. Se la legge é stata violata, si proceda nella legalità a reprimere e sanzionare la violazione, visto che non si é riusciti a prevenirla. E' questo che ci si attende da uno Stato di diritto. Non leggi speciali,non procedimenti ad hoc,non Consigli straordinari. E d’altra parte che il presunto responsabile sia già stato catturato ed assicurato alla giustizia, pur non essendo il cd pacchetto sicurezza ancora legge dello Stato, dimostra l’inutilità delle leggi emergenziali. In presenza di questi fatti le leggi in vigore sono più che sufficienti, basta solo che vengano applicate. Se la responsabilità del Rumeno verrà dimostrata, allo stato della legislazione vigente, nessuno potrà sottrarlo alla certezza della pena che gli verrà inflitta. Se verranno confermati i gravi indizi di reità a suo carico, nessuno potrà sottrarlo alla custodia cautelare sino a quando la sentenza non diverrà definitiva. Le leggi ci sono, devono solo essere applicate, non abbiamo bisogno di altro. Semmai abbiamo bisogno di efficienza nelle indagini – ed in questo caso gli investigatori si sono dimostrati pronti ed efficienti – e di maggiore prevenzione e controllo del territorio. Non voglio con questo banalizzare il mio ruolo istituzionale, né la corresponsabilità da membro del Governo, a cui non mi sono mai sottratta: neanche nei casi in cui la posizione mia e della parte politica che rappresento era lungi dal coincidere con quella della maggioranza. Voglio sottolineare tuttavia che, qualora le circostanze materiali in cui sono state prese le decisioni relative al decreto sulle espulsioni fossero state diverse e meno dettate dall'urgenza, ci sarebbe stata materia di dibattito su alcuni punti rilevanti del merito dei provvedimenti. Parlo di dibattito serio,di principi. Non della cagnara inaccettabile che si leva oramai dall'opposizione qualsiasi cosa avvenga. Con l'esibizione in questo caso di uno stupidario che va dal coro ormai canonico su "Sono divisi su tutto e devono dimettersi"; all'avvento annunciato di implacabili Ronde Padane, scortate anche dall'Arcangelo Gabriele; alla ispezione dei luoghi del delitto da parte di un truce plotone in impermeabile,dall' aria grave e scontata. Non é questo il dibattito che mi interessa. Mi tocca ,sul piano della coscienza,la preoccupazione che faremmo meglio a non solleticare gli istinti xenofobi che covano in fondo in ognuno di noi; e che si esasperano quando la situazione economica si fa più difficile; o l' emarginazione e la povertà diventano fonti di tensione e di violenza. Governare, vuol dire anche tenere la barra dritta quando il mare é in tempesta. Non mi piace, oggi, il clima surriscaldato in cui si invocano pene, manette, espulsioni e vigilantes ad ogni pié sospinto. Non sono stata una settimana a battermi contro la pena di morte a New York, per sentirmi dire, chissà a seguito di una buffonata allegramente pubblicizzata come le "Primarie per la Sicurezza" che proprio gli italiani auspicherebbero il ritorno della pena capitale, magari solo per gli immigrati! Ma,é bene saperlo, é un rischio che corriamo se chiediamo alla piazza di legiferare. E non ho militato tutta la vita in un Partito che ha sempre rivendicato la tutela di tutte le Diversità - sociali, etniche, sessuali, religiose, economiche - per cominciare ora a mettere all'indice , e a bollare come socialmente pericolose queste categorie di "diversi" che vengono dalla "serie B" dell'economia europea. Quando si comincia ad appioppare etichette criminogene alla diversità, la lista in genere diventa lunga, e la strada pure. Chi infrange la legge,paghi. Che sia rumeno, o rom, o ascolano, o siciliano, poco importa: siamo tutti concittadini europei ai sensi del nuovo Trattato. L'importante é che la legge si applichi e che se ci sono correzioni normative da fare si facciano, ma per favore con un po’ di sobrietà istituzionale, opposizione compresa. Sempre,con certezza del diritto e della pena. Tenere la barra dritta vuol dire anche questo. Noi ci siamo abituati. Dunque restiamo aperti al mondo nella legge, con la legge. E guardate queste condizioni ci sono tutte, soprattutto qui, nel Nord dell’Italia, fatto di tante, tantissime aziende medio-piccole, che sono sempre più le protagoniste dei mercati internazionali. Imprese che, dopo qualche anno di disorientamento generale si sono messe in testa che il mercato globale produce più opportunità che minacce, hanno capito che serviva ripensare a fondo meccanismi di produzione, marketing, logistica; che serviva innovare, reinventarsi, per stare al passo con gli altri competitor internazionale. Per stare semplicemente al passo coi tempi. E i risultati si sono visti. Chi si occupa di economia sa che le esportazioni italiane stanno registrato tassi di crescita straordinari, i più alti da molti anni. La bilancia commerciale migliora ogni mese –e subiamo peraltro il peso della componente energetica. Le nostre merci invadono tutti i mercati del mondo. Senza la forza delle esportazioni, e con una evidente stagnazione dei consumi e pochi investimenti, la crescita dell’Italia di questo biennio avrebbe avuto grosse difficoltà a realizzarsi. E su questa strada dobbiamo continuare. Anzi agire per prevenire o attutire elementi di crisi che mi pare scorgere all’orizzonte, per esempio sul mercato americano e non solo. Come dice il Presidente della Confindustria Montezemolo, le aziende hanno compiuto miracoli, ma senza un governo che governa e che sostiene le imprese il miracolo dura poco. In questo ambito - piccolo certo ma strategicamente rilevante come ho detto -, il governo sta governando. L’azione del Ministro del Commercio Internazionale rimane determinante per aiutare a consolidare o a esplorare la nostra presenza nel mondo, e mi fa piacere che almeno dagli imprenditori, in particolare da quelli piccoli, venga sempre più riconosciuto. Ma di questi tempi va di moda. E’ passato a larga maggioranza (+ Lega) in Commissione Bilancio l’emendamento che riunifica quelli proposti da Salvi/Villone e Bordon/Manzione, per la riduzione forzosa dell’esecutivo. E’ stato prontamente salutato come l’inizio di una nuova stagione di governo leggero auspicata dal Partito Democratico, e confortata dal consenso di tutta l’Unione. Hanno adottato una stronzata di proporzioni epocali. Ma sono contenti, e passerà in fanfara in aula. Tralascio le considerazioni politiche, ma aver sottoscritto il testo dell’emendamento approvato è una manifestazione di leggerezza inaccettabile della maggioranza e del governo. Nella distrazione generale, l’emendamento prevede letteralmente che (a partire dall’approvazione della Finanziaria) “a decorrere dalla formazione del nuovo governo” (ovvero, presumibilmente anche in caso di rimpasto) il numero totale dei componenti del governo non può essere superiore a 60, di cui 12 ministri con portafoglio e 5 senza (i restanti 43 fra vice ministri e sottosegretari), “nel rispetto dell’equilibrio di genere”. Il comma successivo aggiunge un colpo da novanta: sono abrogate tutte le modifiche successive al decreto 300 (Bassanini) del 1999. si torna, cioè, alla lista esaustiva di 12 ministeri (peraltro mai attuata) che prevede, per quanto ci riguarda, l’accorpamento nel MAP di Industria, Commercio Internazionale e Comunicazioni. Per cui per 18 mesi (e sono una delle prime in vista del traguardo) abbiamo dovuto attraversare i pareri delle commissioni, della Ragioneria dello Stato, della Corte dei Conti, del CIPE, del Quirinale e forse manca solo il Comune di Roma. In pratica, lo stesso giorno in cui, dopo ben 18 mesi di procedura estenuante, il CdM vara finalmente lo spacchettamento del MCI dal MAP, un emendamento sottoscritto allegramente dalla stessa maggioranza la obbliga a ripartire con un processo esattamente inverso, inevitabilmente e magari già da gennaio prossimo. Mi astengo da ulteriori commenti su Bassanini e i danni derivati dall’aver assoggettato a DpR delle decisioni perfettamente esecutive, nonché con questa lista assurda di ministeri concepita nel 1999. Ritengo una cosa inverosimile: consentire questo yo-yo di spacchettamenti e impacchettamenti di interi comparti governativi, come se non avessero di meglio da fare. Ma questo è un Paese inverosimile: lo è sul piano amministrativo in ogni caso. La globalizzazione non ha svuotato di senso e di missione la politica. Al contrario, l’ha riempita di un nuovo senso e di una nuova missione. E mi auguro che anche questa dimensione sia tenuta presente nella nostra determinazione di mettere al centro della nostra attività le riforme urgenti per una economia liberale nel nostro Paese è per questo che ho spinto molto, assieme al Presidente Prodi, per realizzare missioni di sistema, e vi assicuro che certe mattine mi alzo e mi sento come Phileas Fogg, il protagonista de Il giro del mondo in 80 giorni di Jules Verne! E’ per questo che abbiamo elaborato una strategia di sostegno alla internazionalizzazione delle imprese per capire dove, in giro per il mondo, potrebbe essere più conveniente concentrare risorse e attenzione nel corso dei prossimi tre anni; per cominciare a fare una vera rivoluzione dicendo che il Made in Italy sono anche i macchinari, la tecnologia, l’innovazione, oltre il design e l’agroalimentare. Quando la Finanziaria verrà approvata l’Italia avrà 160 milioni di euro per la promozione commerciale. Una cifra largamente superiore a quella degli ultimi anni. Certo siamo lontani dai nostri competitor che hanno cifre assai più consistenti. Ma certe volte noi italiani siamo bravi a fare il doppio di quello che fanno gli altri, con la metà! E come radicale ho una grande esperienza in merito!!!! Sono risorse finanziarie importanti per aumentare l’investimento del Paese. Ogni euro speso per l’internazionalizzazione, se speso bene, ne frutterà molti di più, e aggiungo - aiuterà il paese non solo a crescere economicamente, ma anche culturalmente, perché non ci si può aprire all’esterno solo quando si scambiano beni o servizi. Da sempre, il commercio è stato il volano per la circolazione di persone e idee. E’ quello che vi dicevo in apertura: questo paese ha bisogno di aprirsi sul resto del mondo, e questo deve diventare uno dei fronti sui cui noi radicali dovremmo restare più vigili e battaglieri. Così come si parla di rimpasto, di spallata, di nuove elezioni, di governo istituzionale. E allora anche su questo voglio essere molto chiara: noi vogliamo che questa legislatura duri, riprenda vigore questo Governo, che appoggiamo lealmente, con i nostri distinguo, sui quali ritornerò, riteniamo che questo Parlamento debba poter andare avanti e che è velleitario e cinico dire agli elettori “ci siamo sbagliati così non va”. E questo ce lo dobbiamo dire innanzitutto fra di noi. Per quanto ci riguarda infatti, abbiamo accettato di giocare il ruolo degli “ultimi giapponesi di Prodi”, anzi dichiarandolo espressamente in campagna elettorale sapendo che questa esperienza sarebbe stata tutta in salita, ma consapevolmente abbiamo detto “leali e non subalterni”, ci impegnamo ad essere la componente liberale di questa maggioranza. Sapevamo che le 280 pagine del Programma dell’Unione potevano ridursi al “tutto pur di far fuori Berlusconi” – ed è questo il dramma ed il limite oggi del nostro sistema politico - e che tolto quel collante sarebbe stato difficile arginare lo statalismo ed il conservatorismo sulle questioni economiche della sinistra comunista e massimalista; affrontare le questioni di laicità accanto a Paola Binetti; lo sviluppo della ricerca , dell’innovazione, della scienza con Pecoraro Scanio o Fioroni; riformare la giustizia con un partito dei giudici sempre più agguerrito. Lo sapevamo, anche se non potevamo immaginare fino a questo punto, la fragilità in cui si è trovato ad operare questo governo, della scarsa coesione della maggioranza, dei poteri di ricatto e di veto condotti fa forze politiche che dovrebbero essere responsabili del bene generale e che invece ricattano solo perché in possesso di 1 o 2 senatori ….. senatori che a noi continuano ad essere negati!!!!! Dico sempre che ci vorrebbe più coraggio, che Prodi dovrebbe fare di più il Presidente del Consiglio, che dovrebbe chiamare qualche volta il bluff di questi miei colleghi di governo …. La nostra sfida, quella che in questi 17 mesi abbiamo inteso perseguire è puntare sull’alternanza per giungere all’alternativa, quella di questo nostro congresso, del suo Manifesto: dare priorità assoluta alle riforme economico-sociali, liberali, liberiste. Sapendo chiaramente quali sono le nostre forze, le nostre capacità di governo, le nostre alleanze. Vedete, io credo molto, e lo invoco spesso, all’art.89 della Costituzione che parla della collegialità dell’azione di Governo. Penso che un governo che si trasformi in un parlamento in miniatura, o peggio ancora nel simulacro dei vertici della prima Repubblica dei segretari dei partiti della maggioranza non sia utile al governo, alla maggioranza, al paese. Aggiungo che non è utile nemmeno a noi radicali. La dialettica politica deve correre su altri binari mentre è evidente che spetta ai singoli ministri concorrere alle delibere, accettando in qualche modo che se non si è Presidente del Consiglio non si può pretendere che tutte le politiche del governo vadano esattamente nella direzione che si vorrebbe. Si fanno le battaglie in Consiglio, a volte si vincono a volte si perdono, e poi magari in Parlamento la proposta si cambia di nuovo. Ritengo sbagliato pensare che compito del ministro radicale della Rosa nel Pugno sia quello di “rendere testimonianza” delle proprie convinzioni, dei propri ideali, delle proprie battaglie, anche perché se tutti facessimo così in una coalizione di nuove partiti non andremmo lontano. Questo mio diritto/dovere l’ho esercitato sinora con forza in due tre occasioni, non a caso tutte legate in qualche modo fra loro: ho votato contro la riforma dell’ordine giudiziario, ho espresso le mie più vive riserve alla riforma delle professioni che pur migliorativa dell’esistente è ancora troppo “ordinistica”, avrei votato contro il pacchetto sicurezza così come ho detto da New York. E poi naturalmente ho detto in modo piuttosto forte, diciamo così, che se si concedeva troppo sul pacchetto Welfare Prodi l’avrebbe fatto senza di me, senza di noi radicali. E credo, cari compagni, che quell’intervento abbia avuto il suo ruolo, perché se è vero che il Protocollo del welfare è un compromesso è altrettanto vero che senza la nostra iniziativa non sarebbe stato probabilmente possibile per il Presidente del Consiglio tenere la barra dell’equilibrio dei conti previdenziali che ci chiedono le giovani generazioni. In quella occasione abbiamo fatto uno strappo perché abbiamo ritenuto che si stavano negando i principi fondamentali della nostra partecipazione al governo. E’ stato anche grazie a questo strappo che si è realizzata la frattura che conosciamo nel movimento sindacale tra riformisti e massimalisti, e nella sinistra comunista, mettendo in moto un processo che sarà difficile disinnescare. Per questo è necessario sconfiggere innanzitutto chi punta allo sfascio per lo sfascio, o magari come il Principe di Salina (Il Gattopardo) punta a fare in modo che “tutto cambi affinché tutto rimanga com’è”. E per quello che mi convincono poco coloro che dicono, anche nel centro sinistra badate bene, che è meglio chiuderla lì ed andare a nuove elezioni, così non solo si prendono in giro gli elettori, tutti, anche quelli del centro destra, ma prendiamo i giro noi stessi. I bilanci non mi piacciono, credo che sia comunque giusto, dopo aver corso tanto, fermarsi un attimo, e guardare indietro soprattutto per vedere quello che abbiamo di fronte. Non serve solo per riprendere fiato, serve soprattutto per ritrovare anche un po’ di fiducia e di coraggio prima di riprendere la corsa. Questo lavoro di ministro l’ho fatto sempre al massimo delle mie possibilità e capacità perché così me lo ha insegnato la scuola radicale e perché considero un orgoglio che finalmente - dopo quasi sessant’anni di Repubblica - ci sia un ministro della Rosa nel Pugno di militanza radicale in questo Paese. Voglio dirlo chiaramente a ciascuno di voi: ho sempre considerato questo incarico come un riconoscimento non a Emma Bonino, ma al grande lavoro per questo Paese che i radicali hanno svolto. Un riconoscimento alla tenacia e all’intelligenza politica di Marco innanzitutto, alla durata di Sergino Stanzani, o di Gianfranco Spadaccia, al lavoro caparbio di tanti militanti e dirigenti radicali, ai tavolinari, un riconoscimento a chi non c’è più, da Adelaide Aglietta a Maria Teresa di Lascia, da Luca Coscioni a Piero Welby. Sarebbe stato comunque difficile restare con le mani in mano, avendo da gestire due ministeri diversi fra loro, uno con portafoglio, uno senza, con due amministrazioni, con due sedi e così via, e dovendo inoltre rappresentare in Consiglio dei Ministri la Rosa nel Pugno, cosa che ho fatto lealmente sin qui e intendo continuare a fare. Vi basti pensare che con i miei uffici abbiamo prodotto 65 provvedimenti normativi, una legge – la comunitaria 2006 - e mi auguro fra poco quella 2007 – quattro decreti legge e ben 60 decreti legislativi nelle materie più disparate, questi ultimi naturalmente sempre con almeno un altro ministro di settore proponente. Sono, credo, il ministro che ha prodotto piu leggi proprio perché la normativa europea si deve recepire e applicare, non può essere impallinata in Parlamento! Ma stare in Europa ha le sue regole ed è importante riuscire a rispettarle, cosa che in questo paese è sempre stato difficile. Abbiamo ad esempio l’ambizione entro fine anno di portare sotto la soglia di duecento il numero spropositato di infrazioni comunitarie contro il nostro paese – erano 270 quando sono arrivata - per mettere sempre più “in regola” il Paese con gli standard europei, per cercare di rendere più certo il nostro quadro normativo, che poi ha ripercussioni su tutto, dai diritti degli individui all’attrattività del nostro territorio per gli investimenti stranieri. Là dove ho fatto sentire la mia voce, alcune volte “ho perso”, con i miei colleghi ministri – penso alla battaglia perché il cordone ombelicale si possa conservare anche presso strutture private e non solo in centri pubblici come sostiene Livia Turco – e talvolta “ho vinto” per così dire, come nel caso citato da Rita del recepimento della direttiva sulle qualifiche professionali. Lasciatemi aggiungere qualche altra riflessione finale. Molti apprezzano non solo che sto svolgendo seriamente il mio lavoro, e ne sono contenta. Non capisco molto bene come facciano a saperlo, di cosa faccio intendo, visto che a me, come del resto a tutti noi ci si vede pochissimo, e sì che non siamo schivi, non ci nascondiamo. Da questo punto di vista, non siamo cambiati noi, ma non sono cambiati nemmeno loro. E poi si lamentano che Beltrandi, il “sicario” Beltrandi, attacchi la RAI. Ma via. Io ringrazio di cuore Gianni Riotta e i direttori delle altre testate TV per i servizi sulla moratoria di questi giorni, ma prima? E sugli altri temi? Tra l’altro ci si vede poco perché su tante tematiche dei radicali, di radicali specifici, come Marco, Rita, Marco Cappato, Maurizio Turco, Sergio D’Elia, Buemi si chiede l’intervista al “ministro”. E io spesso dico no, l’intervista si fa, o non si fa, con la segretaria, la tesoriera, i deputati, con Pannella. E a questa linea conto di attenermi, come ho sempre fatto. Il nostro compito come Radicali è difficile. Ma noi siamo abituati alle cose difficili. Siamo abituati a non farci scoraggiare, ad affrontare le sfide. Perché ci ricordiamo sempre di quello che diceva Churchill, che “le difficoltà superate sono opportunità conquistate”. Oggi dobbiamo fare esattamente questo: superare le difficoltà per farne delle nuove opportunità per il paese. Io credo che oggi l’Italia sia ad un bivio. Possiamo andare da un lato, e condannarci a restare indietro, a guardare gli altri fare meglio di noi, assistere a come sono bravi a distanziarci. Possiamo condannarci a perdere qualsiasi capacità di governare i nuovi fenomeni, qualsiasi capacità di risolvere i problemi. Oppure possiamo prendere la direzione opposta, fare uno scatto, prendere un passo veloce e sicuro, svecchiare il paese, liberare le mille energie di cui disponiamo. Con chi? Già, il Partito Democratico. Rita, che io sappia, ha inviato due inviti in tutto a leader politici per intervenire al nostro Congresso, a Romano Prodi, che non è venuto e ha mandato una lettera, e a Walter Veltroni, che non è venuto e ha mandato anche lui una lettera, che ho letto con molta attenzione. Cari amici, cari compagni del Partito Democratico: perché ci considerate estranei? Eppure siamo gente per bene, civile, abbiamo ambizioni semplici, quelle che figurano qui dietro: liberare, legalizzare, moralizzare la politica, l’Italia, e pensate, siamo persino al governo insieme! Su questi temi, su queste ambizioni è davvero impossibile un confronto con noi? Noi siamo pronti al confronto con voi, ma per ballare il tango bisogna essere in due e per ora, lasciatemelo dire, io ballo/balliamo da soli. Ci sono questioni – la laicità, la libertà di ricerca, le grandi questioni etiche del nostro tempo – su cui ci sono differenze anche profonde fra noi e alcune componenti del Partito Democratico. Su tali questioni è ammesso il libero confronto e la pari dignità di diverse posizioni? O tutto dev’essere annullato in un grande compromesso che escluda proprio le posizioni laiche e liberali? Il problema è davvero quello dello scioglimento? Quello che non scioglieremo mai sono le nostre battaglie e le organizzazioni che consentono le nostre lotte per i diritti umani, per le libertà individuali, per lo sviluppo e la modernizzazione del nostro Paese. Ma davvero dovete, potete fare a meno di noi? Privarvi del nostro apporto, della nostra esperienza sulla politica internazionale, delle nostre lotte nonviolente sui diritti umani e la promozione della democrazia nel mondo, senza la quale non si risolve il problema della pace e della sicurezza internazionale? E’ davvero utile fare a meno di noi in tema di politica economica, delle riforme e delle liberalizzazioni di cui questo Paese ha bisogno, nel confronto con la sinistra massimalista da un lato e con la destra corporativa dall’altro? Noi siamo qui, continuiamo ad esserci con le nostre lotte e con i nostri obiettivi. Ed è un appuntamento al quale, per quanto ci riguarda, non intendiamo rinunciare. C’è stato un tempo di Lavoratori di tutto il mondo unitevi, oggi mi pare urgentissimo che si crei nell’ambito della galassia radicale una associazione federata di imprenditori e non, di appassionati cocciuti liberali che si caratterizzi e si concentri sulle riforme economiche più direttamente connesse a promuovere l’impresa, a liberarne le potenzialità, e tramite queste forze nuove a sburocratizzare, svecchiare il paese, a liberare le potenzialità ed energie a partire da quelle delle donne del nostro paese: se solo alcuni di quegli imprenditori e imprenditrici che pure ci hanno conosciuto e apprezzato volessero correre il “rischio” di impresa di fare una parte di strada in prima persona e in questa galassia potremmo avere tutti più forza . Dunque, rimbocchiamoci le maniche, perché di fronte al bivio, noi sappiamo quale strada dobbiamo prendere. Qualcuno di voi potrebbe essere tentato dalla domanda: chi ci starà? Con chi imboccheremo questa strada? Non lo so, ma possiamo sempre sperare che avesse ragione François de La Rochefoucauld, quando diceva che “niente è più contagioso dell’esempio”.




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