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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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XXXVII CONGRESSO DEL PARTITO RADICALE - 7 aprile 1995

Intervento della Commissaria Emma Bonino


SOMMARIO. [Viene seguita la traccia del testo effettivamente pronunciato (A). Per quel che riguarda il testo B - quello scritto, cioè, e distribuito - non ne diamo il sommario, ma avvertiamo che i temi che vi sono svolti corrispondono a quelli esposti dalla tribuna, con ovvi mutamenti e variazioni, formali e di disposizione ma non sostanziali]. All'apertura dei lavori del 37^ Congresso del PR (Hotel Ergife di Roma, 7/9 aprile 1995) Luca Frassineti leggeva la relazione introduttiva, che recava la firma di Emma Bonino dimessasi dalla segreteria nel gennaio per incompatibilità con l'incarico, appena assunto, di Commissaria all'Ue. Alla fine della stessa mattinata, Emma Bonino interveniva personalmente al Congresso nella sua veste di Commissaria. Dopo aver porto il suo saluto ai congressisti, Emma Bonino sottolineava l'importanza di quel "desiderio di Europa" che dichiarava di avvertire sia in Europa che in altre parti del mondo: è il desiderio - ha detto - di una Europa forte e politicamente attiva, non di un'Europa solo mercantile. Per questo è importante che si arrivi all'Europa autentico soggetto politico: occorre dunque vigilare che la Conferenza intergovernativa del 1996 non eluda il problema. Bonino ha messo poi il luce come l'Europa sia oggi il maggior erogatore di aiuti nel mondo, anche se questo primato non le è riconosciuto. Ma la politica degli aiuti umanitari, ha avvertito la Commissaria, esige una politica estera comune, come anche l'utilizzo unitario e concordato delle strutture e dei servizi che l'Europa dedica alla difesa senza però utilizzarli appieno. Ancora sulla politica degli aiuti, Bonino sottolineava quindi come si avverta la necessità di tornare a idee che furono proprie del PR e della campagna contro lo sterminio per fame nel mondo; e cioè che gli aiuti non servono, se non in parallelo accordo con una politica di sviluppo dei diritti civili. Occorre che il PR di oggi tenga fede a quelle sue antiche scelte, valide anche nei confronti delle NU e dei suoi problemi. Per poter meglio crescere e affrontare questi problemi, il PR deve oggi saper correre il rischio di una profonda riorganizzazione. Bonino avverte tra l'altro che, in parallelo con quanto accadde con radio radicale negli anni '70, è necessario oggi reinventare i modi della partecipazione politica, aprendosi alle nuove tecnologie dell'informatica. Cari amici radicali, torno tra di voi dopo una breve, ma intensissima esperienza fatta nelle istituzioni europee: e non solo negli uffici di Bruxelles (o di Strasburgo) ma visitando situazioni, luoghi, problemi i più diversi. Ebbene, desidero subito dire qui, tra voi, che dovunque - a Sarajevo, a Kigali, o a Rennes - nella diversità dei problemi che ho incontrato, il loro denominatore comune è lo stesso: un enorme bisogno di Europa, di chiarezza europea, di decisione europea, di presenza europea. L'assenza dell'Europa, della sua voce, delle sue possibilità e delle sue competenze, è - io credo - una delle cause dell'instabilità, delle inquietudini, delle difficoltà che il mondo sta oggi attraversando. Sono qui tra voi, cari compagni e compagne radicali, cari amici e amiche, per un dialogo e confronto che spero possa essere utile a voi come a me: e allora, subito, tengo a dirvi quale sia il mio giudizio sulla situazione europea, perché penso possa essere importante per il vostro dibattito. Di questi dialoghi molti vorrei aprirne, a Parigi, o a Londra o dovunque i problemi dell'Europa fanno oggetto di attenzione e di iniziativa militante, creativa, positiva: meglio anche se tra non radicali; perché di voi l'Europa già sa che siete suoi amici fedeli, ma oggi è necessario far sì che altre energie, altre potenzialità, altre risorse si muovano a sua difesa. I tempi, infatti, stringono. Vi dico subito che, al di là delle questioni relative al mio mandato di commissario, il problema essenziale che sono certa dovrà essere affrontato, dentro le istituzioni ma anche fuori, è l'appuntamento della conferenza intergovernativa del 1996. Per voi non è cosa nuova, lo so bene: nelle discussioni che hanno preceduto questo congresso, tra i radicali già si guardava all'appuntamento come ad obiettivo prioritario ed anzi come ad un metro sul quale misurare la ricostruzione, o riconversione, del partito. Dicevamo che esso avrebbe dovuto ristrutturarsi, per i prossimi due anni, avendo l'occhio, innanzitutto, a Bruxelles e alla Conferenza. A Ennio Flaiano non era sfuggita la banalità insita nel notare che "siamo in una fase di transizione": si è sempre e comunque in una fase di transizione! Ma, a pensarci bene, lo stesso potrebbe essere detto delle svolte decisive: si è sempre in vista di svolte decisive! Tuttavia è questa la definizione corrente del prossimo grande appuntamento dell'Europa, la conferenza intergovernativa del 1996. Molti dicono che è qui che si deciderà del processo di integrazione europea: se si andrà avanti o se si tornerà indietro, ripiegandoci sulle vecchie pigrizie mentali - la geopolitica, gli interessi nazionali - ora persino travestite da mode culturali. Ma, senza nulla togliere alla importanza della scadenza e all'impegno necessario per indirizzarla nella direzione che crediamo giusta, desidero subito sgombrare il campo da ogni atmosfera da "ultima spiaggia". L'Europa ha vissuto molte altre "svolte decisive", anche drammatiche. Il processo di integrazione non è mai stato un processo lineare e tutto il progresso che c'è stato lo si deve in fondo alla tenacia e all'ostinazione di chi - come Altiero Spinelli - non ha mai smesso di credere al progetto politico - lasciatemi sottolineare questo aggettivo: POLITICO - federalista. Non ha mai smesso di credervi, quale che fosse il risultato degli innumerevoli vertici governativi, in cui il progetto veniva regolarmente annacquato. Dico subito che noi dobbiamo continuare - come Spinelli - a perseguire l'obiettivo di un'Europa federale, fondata sulla sovranità popolare che esprima un parlamento con pieni poteri legislativi, quale che sia il risultato del 1996. E, mentre giudicheremo dell'opera dei governi europei col metro radicale di sempre - "fare comunque avanzare le cose, fosse solo di un millimetro" - dovremo continuare, con fiducia e tenacia, a fare appello ai cittadini, a non dimenticare mai che sono i cittadini la ragion d'essere delle istituzioni, e mai il contrario. Dico "noi", state attenti, non casualmente. I cittadini. Io sono convinta che malgrado più di un governo nazionale sembri di nuovo incline a un certo euroscetticismo - termine in voga, qualcuno lo ricorderà, all'inizio dello scorso decennio - tra i cittadini la domanda d'Europa c'è ed è forte. E non, come possono pensare quanti sembrano dar fiducia solo alle questioni di portafoglio, quando li si mette di fronte all'Europa del mercato, della concorrenza e della moneta - per quanto importante sia tutto ciò - ma quando essi si trovano di fronte ad alcune scelte, più immediatamente politiche, dell'Unione. Faccio un esempio tratto da una delle competenze attribuitemi dalla Commissione: l'aiuto umanitario. I sondaggi d'opinione condotti dall'Eurobarometro mostrano non solo un sostegno larghissimo agli interventi d'emergenza (la maggioranza chiede addirittura un sforzo maggiore): ma rivelano soprattutto che i cittadini chiedono una maggiore visibilità dell'impegno europeo e respingono l'ipotesi di tornare, in questo campo, a politiche di stampo nazionale. Personalmente, leggo in questo esempio segnali che dovrebbero incoraggiarci a proseguire nella nostra battaglia federalista. Mi sembra infatti che esso smentisca in pieno l'idea che l'unico modo per costruire l'Europa sia il far leva sugli interessi economici; smentisca che sia l'economia a precedere la politica - l'approccio detto "funzionalista" il cui risultato è però invariabilmente il consentire ai governi di cullarsi nell'illusione che, al di fuori della sfera economica, abbia ancora senso attaccarsi alle prerogative nazionali. I sondaggi invece indicano un chiaro sostegno a una scelta POLITICA dell'Unione - l'aiuto umanitario - che va al di là dell'interesse centrato sul proprio ed esclusivo benessere (lasciatemi anche notare, di sfuggita, che avevamo visto lontano noi radicali quando dieci e più anni orsono decidemmo di mettere tutte le nostre energie nella lotta contro lo sterminio per fame nel mondo, per salvare milioni di esseri umani, subito!). Ma c'è anche, in queste risposte dei cittadini europei, la richiesta di una maggiore visibilità internazionale dell'Unione. C'è, dunque, una specie di volontà tutta pacifica di mostrare la bandiera, la bandiera europea, nel mondo. C'è insomma un messaggio chiaro rivolto ai governi, in vista della conferenza del 1996: è arrivato il momento di cedere spazi di sovranità oltre la sfera economica, di addentrarsi sul terreno politico, di definire insomma una politica estera e di sicurezza dell'Unione in quanto tale. Una politica estera e di sicurezza che non sia solo il minimo comune denominatore delle politiche nazionali. Su questo punto specifico, diversamente dalle questioni monetarie, non ci sono criteri di convergenza misurabili su un metro diverso dalla volontà politica di procedere, di andare avanti, mettendo in comune informazioni, analisi, finalità e risorse. Ivi comprese quelle militari. Mi chiedo, ad esempio, perché le risorse delle forze armate europee - coordinate dall'Unione dell'Europa Occidentale - non vengano ancora utilizzate dalla Comunità nel quadro della sua politica di aiuti umanitari. Non si tratta di mandare reparti armati. Tutt'altro. Si tratta piuttosto di utilizzare i mezzi di trasporto aerei e marittimi, le comunicazioni - le strutture logistiche insomma, che possono rendere più efficiente e veloce l'arrivo degli aiuti d'emergenza comunitari là dove c'è più bisogno. Mi sembra spesso paradossale che il maggior donatore d'aiuti umanitari del mondo - l'Unione Europea appunto - si affidi solo ed esclusivamente alle organizzazioni non-governative o alle agenzie delle Nazioni Unite, senza poter ricorrere a mezzi propri. Mezzi che pure possiede, e che finanzia regolarmente attraverso i bilanci della difesa dei paesi membri. C'è un altro paradosso in questo campo: il trattato sull'Unione non prevede esplicitamente che la Comunità possa effettuare azioni di carattere umanitario. Dunque occorre che la revisione del 1996 inserisca una disposizione specifica che preveda questo tipo di intervento, definendone le condizioni. Ciò' consentirebbe all'Unione di dare visibilità politica , in un quadro di estrema chiarezza, ad un'attività che testimonia l'impegno di solidarietà dell'Europa fuori dai propri confini. Dicevo prima che esiste una forte domanda d'Europa. Domanda che non proviene solo dagli europei - ai quali certamente non è sfuggito che, se il crollo del comunismo non ci consente più di delegare agli Stati Uniti la nostra sicurezza, ha anche reso definitivamente risibile ogni tentativo di assicurarla, la sicurezza, su base nazionale. Una domanda d'Europa arriva - forse ancora più nettamente - dall'esterno, da gente che vive al di là degli attuali confini dell'Unione. Arriva in primo luogo da chi si candida e, giustamente, preme per farne parte. Sul principio dell'allargamento dell'Unione siamo per fortuna tutti d'accordo, sembra: cittadini, forze politiche e governi. E' pero' molto strano come questo consenso non porti a riflettere sulle conseguenze istituzionali di un'Europa non più a quindici - com'è oggi - ma a trenta o più membri. Tanto per fare alcuni esempi: mantenere il voto all'unanimità in seno al Consiglio in tali condizioni significherebbe consentire a una piccola minoranza di impedire alla stragrande maggioranza di prendere delle decisioni. Una Commissione di quaranta o più membri sarebbe un organismo funzionale? D'altra parte non è nemmeno pensabile che l'allargamento si traduca nella cosiddetta "Europe à la carte", in cui si possa scegliere di restare fuori da settori importanti - come ha fatto la Gran Bretagna nel caso del protocollo sociale. A me pare evidente che da queste contraddizioni si esce soltanto per la porta federalista: ovvero, abbandonando progressivamente l'idea che ad avere l'ultima parola siano sempre e comunque i governi nazionali. In altri continenti poi, milioni di persone si aspettano ormai il nostro impegno umanitario, la nostra cooperazione al loro sviluppo, la nostra solidarietà concreta al loro tentativo di affermare la democrazia e i diritti umani. E' questa, secondo me, l'altra grande sfida che dobbiamo raccogliere. Qual è l'immagine dell'Europa che vogliamo proiettare nel mondo? Non è questione davvero di un'Europa superpotenza: semmai il rischio corrente d'immagine è quello di un'Europa introversa, che contempla il proprio ombelico e da questo rischia di essere risucchiata. Si tratta allora di far crescere un soggetto politico all'altezza del proprio potenziale civile ed economico; si tratta di mettere a disposizione della comunità internazionale un attore, l'Europa, la cui scala politica sia adeguata alla portata dei problemi globali che abbiamo di fronte - portata chiaramente irraggiungibile agli Stati nazionali che compongono l'Unione di oggi e quella di domani. L'Europa è necessaria - agli europei e al resto del mondo. E' necessaria ma non sufficiente. Tutto il nostro sforzo sarebbe rapidamente vanificato se l'Europa federale che vogliamo costruire si trovasse alla fine ad agire in un sistema internazionale anarchico, o quasi anarchico, come l'attuale. Di qui l'altra grande ossessione di voi, o di noi radicali: la riforma delle Nazioni Unite. In due direzioni precise. Due direzioni che sono - non per caso - sempre le stesse, dovunque si dispieghi l'azione politica radicale: negli Stati nazionali, in Europa, o a livello globale. Prima direzione: la rappresentatività: occorrono istituzioni elettive, scelte dai cittadini e al loro servizio. Seconda, il diritto, la stipula di regole del gioco - del gioco democratico - accettate liberamente dai cittadini e dai loro governi: ma - e su questo continueremo a batterci senza mollare mai, "fosse solo di un millimetro" - regole del gioco che siano in grado di farsi rispettare - gli anglosassoni direbbero "enforceable". Regole del gioco che includano un meccanismo sanzionatorio chiaro e univoco contro chi, avendole liberamente accettate, le vìola. Ecco allora gli assi della riforma dell'ONU per la quale ci battiamo: un'assemblea generale che sia espressione diretta dei cittadini, senza la mediazione dei governi nazionali; un Consiglio di Sicurezza che sia non solo più rappresentativo di quello attuale (i cui membri siano, ad esempio, le Organizzazioni regionali invece dei singoli Stati) ma anche dotato di poteri di sanzione. Questo fu il senso delle mie proposte, quando qualche mese fa il segretario generale Boutros Ghali mi invitò a sottomettere delle raccomandazioni sul tema dello sviluppo. Ho detto allora, nei termini più chiari possibili, che è inutile chiedere ai Paesi ricchi uno sforzo maggiore per l'aiuto allo sviluppo, se nessuno è in grado di far rispettare gli impegni che questi Paesi prendono. E' l'esperienza a dimostrarlo: solo i Paesi scandinavi (con lo 0,7%) hanno effettivamente devoluto agli aiuti allo sviluppo quanto liberamente stabilito a suo tempo dai membri dell'OCSE in sede ONU. E, secondo la stessa logica, nessuna sovranità nazionale, nessun principio di non-ingerenza negli affari interni degli Stati, potrà essere legittimamente invocato quando i diritti fondamentali dell'individuo vengono violati. Un sistema di regole deve avere anche una propria gerarchia interna. E poiché le istituzioni esistono per i cittadini e non i cittadini per le istituzioni, il diritto dell'uomo viene prima del diritto di qualsiasi Stato all'esercizio della propria sovranità. Il diritto dell'uomo, dico. Occorre aver presente e fare in modo che ogni uomo sia "cittadino", cioè persona che vive ed opera in un quadro certo di diritti, di diritti civili ed umani. La certezza del diritto, la vita certa del diritto assicura il diritto alla vita. La scienza, le conoscenze, la tecnologia sono strumenti indispensabili per dare cose importanti. Ma, come vediamo in ogni parte del mondo, è l'assenza di diritto, l'offesa, la negazione del diritto che impediscono all'uomo l'accesso al sapere e alla tecnica, o, peggio, asserviscono la tecnica, i saperi, ad obiettivi di distruzione e di morte. Se dico queste cose qui, in un congresso radicale, è perché tra i radicali - con le loro battaglie, la loro strenua difesa del diritto e dei diritti - io le ho capite ed ho imparato a lavorare per esse. E per questo ringrazio voi, il partito radicale, perché mi ha posto nelle condizioni di poter oggi portare tale esperienza a servizio degli europei, dell'Europa. Io, ve lo assicuro, cercherò al possibile di difendere e di sviluppare quei principi. E a voi vada tutto il mio augurio, il mio affettuoso augurio, perché possiate in questi giorni lavorare, su una strada non parallela ma convergente, verso obiettivi che siano ancora comuni. E ancora una volta - speriamolo assieme - vincenti.




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