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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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CICLO DI CONFERENZA PER INTERPRETARE IL CAMBIAMENTO - Ivrea, 8 marzo 1996

Ciclo di conferenze per interpretare il cambiamento Ivrea - Olivetti - 8 marzo 1996 Intervento della Commissaria Bonino sul tema "A proposito di diritti" Il tema del mio intervento è "A proposito di diritti" ed io vorrei cominciare facendo appunto uso del diritto che normalmente si accorda ad ogni oratore di apportare qualche piccola modifica al titolo del proprio intervento facendo un'aggiunta al tema proposto che enuncerei nel modo seguente: A proposito di diritti e di doveri. Se è vero infatti che, in assenza di diritti, non saremmo cittadini ma semplici sudditi, è anche vero che senza il rispetto di alcuni doveri fondamentali non vi è società o organizzazione che possa sopravvivere. Ed a proposito di diritti e di doveri, siccome il mio attuale incarico mi porta ad occuparmi di Europa e più precisamente di Unione europea, vorrei oggi esaminare con voi i diritti ed i doveri che scaturiscono per il nostro Paese, per le nostre imprese e per noi cittadini dall'appartenenza dell'Italia all'Unione europea. Anzitutto vorrei dire che a mio avviso, oggi ancor più che quarant'anni fa, l'appartenenza all'Unione europea rappresenta per noi non già una scelta, un'opzione possibile, ma una necessità ineludibile. L'internazionalizzazione dei traffici, dei mercati finanziari, dei sistemi di comunicazione, in breve la mondializzazione dell'economia ed anche della politica, con la creazione di poli forti d'attrazione e di zone di influenza politico-economica rendono illusorio per Paesi medi come l'Italia (ma lo stesso vale per la Francia ed il Regno Unito) pretendere di svolgere un ruolo autonomo al di fuori di un'organizzazione che consenta a tutti di avere la necessaria massa critica sul piano mondiale. Abbiamo non solo bisogno dell'Unione europea ma per di più di un'Unione che sia in grado di funzionare, di prendere delle decisioni e che sia fattore di stabilità per l'insieme del continente europeo così come per il resto del mondo. In altri termini abbiamo bisogno di un'Unione europea che sia in grado di integrare, secondo modalità da definire, ma in tempi non troppo lunghi, i Paesi dell'Europa centro-orientale e che non si presenti sulla scena internazionale come una fortezza decisa a difendere alcuni privilegi bensì come fattore di comunicazione, di crescita e di sviluppo, anche nei confronti dei Paesi dell'altra sponda del Mediterraneo. Doveri Tutto ciò comporta evidentemente molti vantaggi per un Paese come il nostro ma anche, come corrispettivo, qualche obbligo, qualche "dovere". E cominciamo appunto dai doveri. Non si tratta, occorre precisarlo subito, di sofferenze, lacrime e sangue, come pure qualcuno lascia intendere, ma di alcuni doveri necessari per una convivenza civile e che, più che veri e propri doveri, sono forse semplici regole di buon senso. a) Occorre anzitutto che l'Italia si dia finalmente un sistema politico, amministrativo e giudiziario che funzionino in maniera efficiente e che siano stabili ed affidabili. Chiunque abbia occasione di muoversi in Europa, in particolare per ragioni di lavoro, non può non rilevare come gli interlocutori stranieri siano francamente frastornati dal susseguirsi degli avvenimenti nel nostro Paese e non riescano a farsi un'idea precisa di quale sia la direzione verso cui vogliamo incamminarci. Così, i più indulgenti ci considerano difficilmente decifrabili e gli altri più semplicemente inaffidabili. La mancanza di un quadro istituzionale stabile si ripercuote ovviamente sulla nostra capacità di assumere le responsabilità che ci competono in seno all'Unione (l'attuale presidenza si limita inevitabilmente alla gestione e non può dare il necessario impulso politico) così come di adempiere ai nostri doveri di "soci". Così la normativa comunitaria è in genere recepita con ritardo dal nostro legislatore (si tratta peraltro di una vecchia abitudine); spesso manca una normativa che sia al passo con i tempi (esempio della legge sulle organizzazioni di consumatori); talvolta non siamo in grado di assicurare un livello di sicurezza e di controlli conformi alle attese degli altri partner (si pensi ai controlli alle frontiere esterne Schengen). Per non parlare del ritardo con cui spesso procediamo alla necessaria liberalizzazione e privatizzazione di alcuni settori "protetti". Voglio peraltro notare che l'insieme delle indicate carenze non solo ci mette in difficoltà con i nostri interlocutori europei ma costituisce anche, e forse soprattutto, un pesante handicap per i nostri operatori economici cui facciamo venir meno la copertura di un "sistema paese" che sia all'altezza delle sfide da affrontare. b) Rispettare i famosi criteri di convergenza istituiti dal Trattato di Maastricht costituisce un altro nostro dovere cui ci siamo impegnati quando abbiamo ratificato tale Trattato ed al cui rispetto i nostri partner accordano un'estrema importanza. Detta così in realtà la cosa sembra essere un po' astratta e l'obbligo in questione sembra effettivamente il frutto delle elucubrazioni di alcuni tecnocrati in vena di sadismo. In realtà, come voi ben sapete, il rispetto dei criteri di convergenza relativi in particolare al debito ed al deficit pubblico altro non è che il rispetto di un principio di buon senso che ciascuno di noi applica su scala individuale, familiare o eventualmente come gestore di un'impresa. Si tratta semplicemente di avere i conti in regola ed evitare di spendere sistematicamente al di sopra dei propri mezzi scaricando i debiti su figli e nipoti e rischiando di tanto in tanto la bancarotta. Certo, si può sempre argomentare che Maastricht non è il Vangelo, che i criteri di convergenza possono essere rinegoziati e che non vi è nessun motivo preciso per cui il limite del deficit debba essere il 3% del prodotto interno lordo e non ad esempio il 3,5%. Ma altri (i tedeschi) potrebbero rispondere che 3% è anche troppo e che un limite inferiore assicurerebbe maggiore stabilità. Personalmente mi rifiuto di lanciarmi in simili discussioni e mi limito a constatare che i criteri di Maastricht, certo imperfetti, sono stati accettati da tutti ed hanno il merito di esistere. Possiamo aprire un dibattito ogni sei mesi sulla pertinenza di questi criteri ma è questo il modo più sicuro per non andare da nessuna parte. A tale riguardo voglio invece sottolineare i rischi cui andiamo incontro se non rispettiamo gli obblighi che abbiamo assunto e se non mettiamo maggior ordine nei nostri conti. Paesi come la Francia non cessano di accusarci di aver proceduto a delle svalutazioni competitive e di essere la causa di tutti i loro mali, in particolare della disoccupazione. Chirac al recente vertice di Bangkok ha detto che il vero problema per l'industria tessile francese non sono i Paesi asiatici ma le esportazioni italiane che godono di un non giustificato vantaggio. Juppé la settimana precedente aveva in maniera provocatoria lanciato l'idea che i Paesi che svalutano ricevessero le sovvenzioni comunitarie non più in ECU ma nella divisa deprezzata. Nel mese di dicembre il ministro dell'industria francese è venuto a Bruxelles ed ha chiesto l'adozione di misure di sostegno in favore di alcuni settori produttivi sottoposti alla concorrenza delle industrie di Paesi a moneta debole. Tutti noi sappiamo che buona parte delle argomentazioni francesi sono pretestuose, che la nostra svalutazione non è voluta e che, per diversi anni, l'industria italiana ha subito lo svantaggio di un più alto tasso di inflazione cui non è conseguita una variazione del tasso di cambio. Dobbiamo però essere consapevoli che in questo momento in Europa ad essere isolati su questo tema siamo noi e non la Francia. Così, quando il Ministro degli Esteri De Charrette parla di Conferenza intergovernativa egli sottolinea che l'asse franco-tedesco è aperto al contributo di altri Stati come i Paesi del Benelux o la Spagna, senza citare l'Italia. anche questo un modo di sanzionare chi non rispetta i patti. c) Non mi attarderò troppo sui doveri che derivano per le imprese dall'appartenenza all'Unione. Lo sapete meglio di me ed il processo è già ampiamente in corso; si tratta di adeguarsi ad una concorrenza più forte e di accettare il processo di liberalizzazione in atto in Italia come altrove, il che costituisce tuttavia non solo e non tanto una minaccia quanto un'opportunità per le imprese più dinamiche. Beninteso occorrerà allo stesso tempo abituarsi a fare a meno di sussidi pubblici e non poter più contare su mercati protetti. una sfida non da poco di cui credo che gli imprenditori siano ampiamente consapevoli ed alla quale sarebbe illusorio pensare di potersi sottrarre cercando soluzioni di comodo. Diritti Prima di passare dall'enunciazione dei doveri a quella dei diritti che scaturiscono dalla nostra appartenenza all'Unione europea vorrei fare una breve considerazione che a me sembra importante. A ben riflettere i doveri o obblighi da me enunciati non derivano specificamente dalla nostra partecipazione all'Unione ma molto più semplicemente dal buon senso e dalla necessità di rafforzare il nostro sistema-paese per far fronte alle sfide che la mondializzazione dei rapporti politico-economici comunque ci impone. Come mi propongo di dimostrare nella seconda parte del mio discorso l'appartenenza all'Unione è invece, per noi come per gli altri partner, moltiplicatrice di diritti e di opportunità. Quali sono dunque i diritti che derivano o che comunque possiamo legittimamente rivendicare in ragione della nostra appartenenza all'Unione. a) Prima di tutto abbiamo diritto in quanto "soci" a pretendere istituzioni che siano realmente democratiche, trasparenti ed efficienti. Deve essere questo, d'altra parte, per la Commissione, (come illustrato nel suo recente parere sulla convocazione della CIG) l'obiettivo principale della prossima riforma dell'Unione ed in tale senso sono rivolte alcune delle riforme suggerite, quali il superamento del voto all'unanimità in seno al Consiglio dei Ministri dell'Unione (per evitare la paralisi in un'Europa ampliata) o l'accresciuto ruolo previsto per il Parlamento europeo. b) Le nostre imprese così come i consumatori (tocco qui un tema per me particolarmente sensibile) hanno poi il diritto di partecipare pienamente ai vantaggi offerti dal mercato unico, inteso come fattore di crescita e di libertà. I consumatori dovranno poter disporre di maggiori possibilità di scelta di merci e di servizi. Senza volermi allontanare troppo dal tema centrale del mio intervento tengo a sottolineare per inciso quanto sia per me importante, in quanto responsabile della politica dei consumatori, che questi ultimi possano avere accesso a dei servizi essenziali di pubblica utilità efficaci ed accessibili a tutti a prezzi abbordabili. Ma voglio allo stesso tempo precisare che per me servizio di pubblica utilità e servizio universale non si identificano necessariamente con servizio reso da un'impresa pubblica in regime di monopolio. c) Tra i diritti che l'appartenenza all'Unione ci concede, in quanto Paese, vi è poi quello di poter usufruire dei meccanismi di solidarietà creati per sostenere le regioni meno favorite. Ma anche qui il nostro diritto si congiunge immediatamente con un dovere, che è quello di assicurare una amministrazione efficiente dei fondi strutturali su scala nazionale e locale per evitare sprechi, malversazioni o semplicemente il mancato utilizzo di fondi che pure in teoria ci sarebbero destinati. d) Sul fronte delle relazioni esterne, e vengo qui ad un altro tema a me caro, abbiamo in quanto Stato membro il diritto di attenderci che l'Unione tuteli adeguatamente i nostri interessi nei confronti dei Paesi terzi sul piano commerciale, economico, politico ed anche della difesa. Oggi le cose funzionano abbastanza bene sul piano commerciale (vedi Uruguay Round) ma non altrettanto bene su quello politico (vedi crisi jugoslava). Occorre darsi gli strumenti perché le cose migliorino. A tale riguardo mi piace ricordare oltre ai diritti ed alle cose che possiamo attenderci dall'Europa vi sono anche i doveri che l'Europa ha nei confronti di altri Paesi ed in particolare nei confronti di alcuni di essi (aiuto allo sviluppo, aiuto umanitario). e) In quanto cittadini possiamo poi chiedere all'Europa, ma anche qui occorre darle gli strumenti necessari, di assicurarci un ampio spazio di libertà e di sicurezza. Libertà nel senso del rispetto dei diritti fondamentali quali enunciati dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo ma anche nel senso del rifiuto dell'intolleranza e della xenofobia e poi sicurezza intesa come lotta alle varie forme di terrorismo e di criminalità internazionale ma anche come sicurezza sul piano economico. Gli oltre 18 milioni di disoccupati che abbiamo oggi in Europa non rappresentano solo un enorme ed intollerabile spreco di risorse ma sono anche un inquietante fattore di malessere sociale e di instabilità politica. Conclusione Vorrei concludere con una riflessione di carattere generale sul tema che mi è stato assegnato A proposito di diritti, o meglio su quello che più esattamente ho svolto A proposito di diritti e di doveri. Le nozioni di diritto e di dovere sono nozioni statiche e presuppongono che si possa fare una separazione chiara e precisa tra una cosa e l'altra. Ora, in una realtà complessa, composta da una serie di elementi interdipendenti, quale è appunto la realtà contemporanea, è sempre più difficile operare una distinzione tra due concetti così strettamente intrecciati che rappresentano le componenti di rapporti complessi tra cittadino, mercato, istituzioni ed organismi trasnazionali. Piuttosto che di diritti e di doveri io preferisco dunque parlare, ed è di questo che credo di avere in realtà parlato, da un lato, di sfide, potenzialità, opportunità da cogliere e, dall'altro, molto più semplicemente, di rispetto delle regole. Sono temi ed espressioni che sono a me più congeniali e credo lo siano anche per voi.




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