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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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VI FORUM ITALO-TURCO

Istanbul, 18-19 novembre 2009 Signori Ministri, Presidente Rampl, cari colleghi parlamentari, signore e signori Un grazie sincero anzitutto a Unicredit Group e SAM per aver organizzato questo Sesto Forum di dialogo italo-turco che, sono certa, sarà interessante e proficuo quanto i precedenti. E' passato poco più di un anno da quando ci siamo visti l'ultima volta, a Roma. Come ricorderete, a conclusione della scorsa edizione fu deciso di continuare a lavorare sulle barriere culturali che ancora si frappongono nelle opinioni pubbliche dei due paesi, sviluppando analisi comuni e lanciando idee e proposte per consolidare il dialogo. In particolare, il ruolo delle donne nella società e il contributo delle giovani generazioni avrebbero ricevuto particolare attenzione. Il frutto di questo lavoro è in parte contenuto nel documento messo qui in circolazione e il tema sarà più specialmente trattato nel corso della giornata di domani. Consentitemi dunque di tornare al novembre del 2008. L'anno scorso lamentavamo lo "stallo" nel processo di convergenza della Turchia verso l'Unione europea, la crisi finanziaria cominciava a dispiegare i suoi effetti sulle economie nazionali, la Turchia era come "sospesa" in vista d'importanti elezioni politiche...Cosa è cambiato da allora? Quali progressi possiamo registrare rispetto a dodici mesi fa? Oggi ci sono segnali di ripresa e di inversione dei cicli economici, anche se gli indicatori ci dicono che un ritorno stabile alla crescita non avverrà nei nostri paesi prima della metà del 2010; la competizione elettorale dello scorso marzo ha dato il suo responso in maniera univoca (a dire il vero ci sono state elezioni anche in importanti stati membri dell'Unione europea da cui si spera una posizione diversa dal passato possa scaturire sulla Turchia: ma non sono troppo ottimista al riguardo, i.e. Germania); e il rapporto della Commissione europea sullo stato di avanzamento del processo di adesione all'Unione europea per il periodo 2009-2010, nel frattempo uscito, ha confermato luci ed ombre per quanto riguarda la Turchia anche se, personalmente, preferisco vedere il bicchiere mezzo pieno anziché mezzo vuoto. Francamente, non sono stati dodici mesi pienamente fruttuosi. Comunque, non tanto quanto alcuni di noi avrebbero voluto, nonostante una congiuntura economica che ha sconvolto le agende politiche un po’ ovunque. Per questo, proprio per sgombrare ogni dubbio su quello che era, è e sarà la posizione italiana - il Ministro Frattini lo dirà in maniera più autorevole tra poco - al Senato della Repubblica stiamo depositando una mozione, firmata da esponenti sia della maggioranza che dell'opposizione, in cui si impegna il Governo italiano ad adoperarsi affinché i negoziati per l'adesione della Turchia conoscano un nuovo dinamismo, auspicando nel contempo che la Turchia sappia rilanciare il processo di convergenza accelerando con determinazione il ritmo delle riforme, con particolare riguardo alla libertà di espressione, di stampa e di culto, e confermando i progressi compiuti nella riforma del sistema giudiziario e nei rapporti tra settori civili e militari, nonché attuando le norme vigenti sulle pari opportunità uomo-donna. Come dicevo, Bruxelles ha confermato la condizione di limbo nella quale versa la candidatura della Turchia. Un limbo poco produttivo perché la Turchia rimane un alleato indispensabile per l'Europa. Non sono qui per lusingare la platea turca ma è innegabile che la Turchia è un portentoso simbolo della compatibilità tra democrazia, libero mercato e Islam. Se mi chiedete: sei preoccupata dall'apertura delle frontiere con la Siria, dall'engagement con l'Iran, dalle nuove relazioni diplomatiche con l'Armenia, dal rilancio delle trattative con Cipro, tanto per citare alcuni dei più recenti sviluppi di politica regionale della Turchia? No, non sono preoccupata se questo serve a far diventare la Turchia, evidentemente così dinamica, un interlocutore più forte su questo scacchiere purché - ripeto purché - gli obiettivi rimangano gli stessi per tutti, così come condivisi nelle sedi multilaterali. Alcuni osservatori definiscono "neo-ottomana" la nuova diplomazia turca, che abbandonerebbe la sua tradizionale vocazione europeista ed atlantista per dispiegarla invece verso il mondo musulmano; invece io concordo con il Presidente Gul quando afferma che "non sono in contraddizione ma piuttosto sono complementari": il prestigio della Turchia presso i suoi vicini emana dal suo status di candidato all'Unione europea mentre le sue affermazioni sulla scena medio-orientale e nel Caucaso non possono che rafforzare la propria immagine presso gli europei. Vedete, non credo che la Turchia abbia voltato le spalle all'Occidente, come gli stessi osservatori paventano, ma più semplicemente che abbia deciso di esercitare la propria influenza a 360 gradi attraverso il soft-power che è più nelle sue corde. Fino a prova contraria la Turchia sta estendendo la sua influenza, dal Medio Oriente ai Balcani, dal Caucaso all'Europa centrale, attraverso la diplomazia e i rapporti commerciali, non attraverso la forza, o sbaglio? Siamo o no al cospetto di una paese pacifico che agisce da forza stabilizzatrice in un turbolento e altamente infiammabile Medio Oriente? Io lo penso e mi auguro che continui ad essere così. Perché, se ricordo bene, non è proprio il ruolo da ponte tra Est e Ovest quello che noi abbiamo da tanto tempo auspicato per la Turchia? Se così è, allora è nostro interesse che le gambe che reggono il peso del ponte siano ugualmente forti su entrambe le sponde...A mio modo di vedere non ho nulla da ridire se i turchi si sentono a casa a Riyadh, Damasco e Baghdad come a Londra, Parigi e Roma. Anzi, ben venga. Guardando alla questione dalla visuale europea devo ancora una volta, anche in questa sede, ribadire come le avversioni si reggono spesso su mistificazioni e anche pregiudizi, da cui tra l'altro è nato e si è reso necessario lo sforzo di dialogo che abbiamo voluto avviare proprio con questi Forum. Un esercizio che spero possa contribuire ad eliminare dal campo tutta una serie di alibi: L'alibi religioso. La Turchia viene avvertita da una grande parte della classe politica e dell'opinione pubblica europea come "l'eccezione musulmana" in un'Europa cristiana. Ma proprio perché alla fine i costituenti europei hanno preferito non fare riferimento alle radici giudaico-cristiane nel preambolo della Costituzione - Costituzione che poi non ha neppure visto la luce - che possiamo dire che l'Unione europea rimane una "casa comune" che si rifà ad una precisa identità storica, vale a dire un insieme di popoli che credono nella democrazia liberale, nello stato di diritto, nella risoluzione pacifica dei conflitti, e nel pluralismo religioso in un contesto di separazione tra stato e chiesa, separazione che esiste e che viene applicata - ma per davvero - in Turchia. L'alibi geografico. A parte che l'Europa non è progetto geografico ma un progetto politico, a questa motivazione non si oppone l'evidenza dettata dalla collocazione geografica della Repubblica di Cipro, diventata membro dell'Unione europea nel 2004? Cipro si trova nel mediterraneo orientale, a largo delle coste della Turchia, della Siria e del Libano: evidentemente non può essere la geografia l'elemento discriminante... L'alibi economico. La Turchia è la 17° economia del mondo e la settima a livello europeo e, prima della crisi attuale, con un mercato interno in forte espansione e un prodotto interno lordo che dal 2005 al 2008 è cresciuto, in termini reali, del 5,1%. Certo oggi siamo tutti in sofferenza e il quadro è meno roseo pure per la Turchia. Ma perfino nel già citato Rapporto sull'allargamento la Commissione ammette che la Turchia è "un'economia di mercato funzionante...in grado di far fronte alla pressione competitiva e alle forze di mercato presenti all'interno dell'Unione nel medio periodo." Ed è significativo notare che, nel 2007, il livello medio pro-capite annuale attribuito ad ogni cittadino turco superava di gran lunga il reddito annuale percepito mediamente da bulgari e romeni, entrati in Europa proprio quell'anno. Ed infine, il fattore demografico e il timore dell'invasione di milioni di lavoratori turchi in grado di rubare lavoro ai cittadini europei: mi ricorda la paura dell'"idraulico polacco" alimentata allorché la Polonia si apprestava ad aderire nel 2004. Un timore che si è rivelato in gran parte infondato e non solo per via della riserva (clausola di opt-out) riguardante la libera circolazione di cittadini e lavoratori che regola temporaneamente l'ingresso sui propri territori...(anzi, al limite c'è stata il rischio inverso, quello dell'interesse degli idraulici francesi e tedeschi per il mercato polacco!) Come sostiene la Commissione Indipendente sulla Turchia - di cui faccio parte - per garantire un seguito al processo di trasformazione della Turchia è necessario preservare la sua prospettiva europea. Nessuno può prevedere l'esito del processo di adesione e se l'obiettivo dichiarato sarà raggiunto. Ma, come diciamo nel nostro secondo rapporto uscito a settembre con il titolo "Rompere il circolo vizioso", la possibilità di centrare l'obiettivo dipende anche dalla credibilità dell'Unione europea, dal suo interesse e dalla correttezza dovuta a tutti i candidati. Per questo dobbiamo perseverare. Lo dico anche agli amici turchi. Non mollate, continuiamo insieme a mostrare interesse per il cammino europeo. Perché il rischio che corriamo noi europei è quello di perdere la Turchia per il disinteresse di molti più che per l'opposizione di pochi. Grazie.




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