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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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EUROPA E CRISI FINANZIARIA: INTERVENTO DI EMMA BONINO IN AULA

Roma, 25 maggio 2010

Senato della Repubblica - Conversione del dl 10 maggio 2010, n. 67 recante disposizioni urgenti per la salvaguardia della stabilità finanziaria dell'area euro

Signor Presidente, Signor sottosegretario, cari colleghi,

Come dicono i cinesi "in ogni crisi si nasconde un'opportunità". E l'opportunità creata da questa seconda fase della crisi economica e finanziaria, quella aperta dal caso greco, è di compiere finalmente un cambio di passo in Europa per quanto riguarda il governo dell'economia e non solo e, qui da noi, di fare finalmente piazza pulita di una serie di alibi che hanno impedito le riforme strutturali necessarie per la modernizzazione del paese.

L'Europa, innanzitutto. La crisi ha avuto il merito di svelare a coloro che non l'avevano ancora capito, o fatto finta di non capire, che l'interdipendenza tra stati membri e i loro mercati è giunta al punto che i singoli paesi - i forti come i deboli, i virtuosi come i viziosi - hanno oramai perso la loro piena sovranità economica, se non politica. Gli ultimi della classe, quelli con una finanza pubblica e una competitività in cattivo stato, non sono più sovrani perché le loro politiche economiche, sociali e di bilancio sono condizionate dagli aggiustamenti imposti dai mercati e dai Trattati. Non ritornerebbero sovrani neppure se potessero cambiare il loro tasso di cambio rispetto al resto dell'Unione o dell'Eurozona. Quanto ai paesi cosiddetti "forti", non sono neppure loro sovrani perché a tal punto creditori e fornitori dei paesi indebitati che i loro risparmi e i loro posti di lavoro ne sono diventati ostaggi. Quindi neppure ai primi della classe basta dire oggi "noi teniamo casa nostra in ordine e, se gli altri non lo fanno, non sono affari nostri".

La realtà è che c'è stato un comportamento irresponsabile ed omissivo da parte di tutti. In Europa continua a prevalere, non il peer-review come incitamento alla disciplina e alla buona condotta, ma l'opposto: "io non guardo nel tuo orticello a patto che tu non guardi nel mio". Il fatto più emblematico di questo comportamento è stato quando, nel 2005, due paesi importanti come Germania e Francia violarono il Patto di Stabilità senza essere per questo sanzionati. Ma non solo. C'è un altro episodio che vale la pena di ricordare: sempre nel 2005, quando la Commissione europea ha constatato che la Grecia era stata ammessa nella zona euro sulla base di dati alterati, ha presentato una proposta di regolamento per affidare ad Eurostat un potere di audit sulle statistiche nazionali. Gli Stati membri, tra cui l'Italia, respinsero la proposta perché non volevano l'Eurostat tra i piedi a fare da poliziotto...

Sicché, nella ricerca dei responsabili della crisi greca, bisogna certo guardare ad Atene, ma anche a Parigi, a Berlino e pure a Roma...  

 E siamo convinti che l'Europa, continuando su questa strada, avrebbe compiuto un errore fatale abbandonando la Grecia al suo destino, come se non tenderle la mano comportasse un costo solo per i greci. In caso di bancarotta, le perdite sarebbero state a carico di tutti gli investitori in titoli greci, di cui quasi la metà sono europei: francesi (17%), tedeschi (10%), italiani (7%), paesi del Benelux (5% ciascuno)...Senza contare l'effetto domino sugli altri paesi dell'Eurozona e dell'impatto sulla stabilità della moneta unica, stabilità che riguarda - appunto - non solo i greci ma i tedeschi, i francesi, gli spagnoli, gli italiani...

L'errore fatale è stato evitato, dunque. Ma occorre chiedersi perché la tentazione di commetterlo è stata così forte per così tanto tempo. La risposta è che il mito di una sovranità assoluta dello stato-nazione è duro a morire; un mito talmente radicato in una certa nostra cultura, e coltivato con tale tenacità da alcune nostre classi politiche, da sfidare perfino l'evidenza.

Invece, dopo il disastro greco e la sofferta decisione sul piano anti-crisi, potremmo, se solo lo volessimo, essere di fronte ad una rivoluzione che porti ad un'Europa federale. Ma ci vorrebbero leader lungimiranti con in mente un grande disegno federalista. Non ne vedo all'orizzonte. Anzi, le difficoltà provocate da questa crisi hanno messo a nudo una visione del progetto europeo che non è né condivisa a 27, né verosimilmente attuale in un contesto internazionale che muta costantemente e a ritmi "non europei". E' ora di mettere fine a questa stagione di introversione istituzionale e di riflessi nazionalisti: l'Unione deve evolvere, adattando i suoi meccanismi decisionali a misura delle sfide che questo presenta, rispetto a società (le nostre) che percepiscono invece chiaramente e direttamente l'impatto della globalizzazione.

Se questo è il contesto, vengo quindi all'Italia, cominciando col ricordare a quest'Aula quali siano state nel tempo le analisi e le risposte date dai governi di centro-destra sin dalle prime avvisaglie della globalizzazione e poi a mano a mano che i suoi effetti si sono dispiegati sui mercati. Ebbene, agli albori è stato agitato il drappo rosso della "minaccia" cinese, e come risposta si sono alzate le barricate ed invocate misure protezioniste, salvo scoprire che la sopravvivenza dei grandi mercati asiatici è stata la nostra salvezza. Da quest'analisi introvertita e autarchica è scaturita la nuova parola d'ordine "Dio-Patria-Famiglia", come teorizzato in un libro di grande successo del Ministro Tremonti, ricetta tra l'altro condita da un euroscetticismo sparso a piene mani. Allo stesso tempo alcuni di noi, inascoltati, invocavamo la difesa delle due maggiori e più preziose realizzazioni di quest'Europa: l'euro e il mercato interno. Che illusi! Perché, tanto per non sbagliare, è arrivata anche la stagione della crisi come frutto della nostra immaginazione e quindi "venduta" dal nostro ineffabile Premier come questione psicologica: della serie "tutto va bene Madama la Marchesa". Sicché, in base a questa logica, per aiutare i consumi bastavano i soliti aiuti ai soliti comparti (automobile, elettrodomestici, ecc...). Una visione  da "Alice nel paese delle meraviglie", e difatti drasticamente smentita dalla manovra "lacrime e sangue" annunciata ieri...

Non c'è tempo per elencare le cose che l'Italia potrebbe fare per ottenere un'Europa più forte e più coesa: in questo senso c'è un dibattito in corso e proposte che circolano. Voglio solo qui introdurre una questione finora trattata in maniera troppo marginale e che invece deve sempre di più diventare centrale:  parlo del fattore demografico. La popolazione europea si è dimezzata negli ultimi 50 anni. Nel 1960 un abitante sul pianeta su cinque era europeo; oggi siamo uno su dieci; nel 2050 saremo uno su venti. Il rischio è che l'Europa diventi una mera appendice dell'Asia.

Come sostiene il recente rapporto del Gruppo di riflessione sull'Europa presieduto da Felipe Gonzalez, non solo saremo meno ma saremo anche più vecchi. Con un tasso di longevità ancora in aumento e una bassa natalità, le previsioni indicano che la popolazione in età lavorativa si ridurrà a 68 milioni nel 2050, così che per ogni quattro adulti in età lavorativa ci saranno tre pensionati da sostenere. Il tutto a danno della competitività delle nostre economie e della sostenibilità della nostra spesa sanitaria e pensionistica. Non c'è alternativa, se si vuole correggere questo trend declinista, che ogni Stato membro ricorra urgentemente a politiche razionali di integrazione degli immigrati, all'apertura del mercato del lavoro alla componente femminile e ai giovani, all'innalzamento dell'età pensionabile ed all'equiparazione dell'età pensionabile uomo-donna.

Signor sottosegretario, inutile negare che sia giunta l'ora della verità anche per l'Italia perché queste politiche - che, ripeto, non sono un optional ma una via obbligata come ci chiede l'Europa da tempo ma anche organismi internazionali, da ultimo il Fondo Monetario Internazionale - necessitano di riforme strutturali, mentre Tremonti e Sacconi hanno ripetuto per anni come un mantra che "in tempo di crisi non si fanno riforme strutturali", perdendo tempo prezioso...

In conclusione, signor presidente, signor sottosegretario, cari colleghi,

Noi oggi voteremo a favore della conversione di questo decreto-legge evidentemente non per generosità nei confronti degli amici greci o per solidarietà comunitaria - pur essendo la solidarietà uno degli elementi essenziali della costruzione europea -  ma, come ho cercato di spiegare, per stringente necessità e puro interesse nazionale.  Se vogliamo che il fantasma dell'effetto-Grecia smetta di aggirarsi per l'Europa, allora a tutti è imposto, a Bruxelles come a Roma, uno sforzo di realismo e di senso di responsabilità.

Grazie.





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